Piccoli slittamenti amorali

signore-delle-mosche

Gli uomini fanno il male come le api il miele (Golding)

Con un certa sofferenza personale devo esplicitare – prima di tutti a me stesso – questa consapevolezza che prende forma nella mia coscienza: l’impossibilità di perseguire una verità, se volete utilizzare subito categorie importanti, o anche solo l’impossibilità della linearità della condotta, quella della semplicità della conciliazione fra pensiero e azione. Noi – questo il succo della mia riflessione – non solo non pensiamo sempre le stesse cose, non professiamo sempre gli stessi valori, cambiandoli invece con impressionante velocità in base alle circostanze e convenienze ma, di più, riteniamo di difendere valori fondamentali che sono costantemente traditi dai nostri comportamenti. Siamo dei concentrati di contraddizione solitamente non rilevata, non riconosciuta. Vorrei allora provare a farvela notare per fare una sorta di esperimento esistenziale: vorrei segnalare dei casi esemplari di tale contraddizione; ammesso che la rileviate anche voi – non è detto – cosa ne pensate? Vi lascia indifferenti? Anticipo che lo scopo non è di infastidirvi o farvi rammaricare per le vostre contraddizioni; nelle conclusioni cercherò di recuperare il senso profondamente umano di questa schizofrenia dell’esistere.

Esempio n° 1 – In America un pedofilo viene sorpreso in azione dal padre di una giovanissima vittima, viene gonfiato di botte e lasciato esanime a terra; la polizia e il sistema giudiziario americano appoggiano il padre, che non viene perseguito per le gravissime lesioni, mentre il pedofilo viene condannato a 25 anni. Vi invito non tanto a leggere l’articolo ma i commenti sull’HuffPost. Una quantità di persone appoggiano il padre e pochissimi sostengono tesi contro la giustizia-fai-da-te. Voi cosa ne pensate? Io credo due cose contemporaneamente: credo che se fossi stato il padre avrei fatto la stessa cosa e credo che – non essendolo – devo condannare il padre e il sistema di giustizia americano, dove il corsivo su ‘devo’ significa che escludo dal giudizio la mia soggettività emotiva, il mio senso di partecipazione come padre, la mia identificazione nella vittima dell’abuso. Quando, in questi casi, i giustizialisti ti chiedono “vorrei vedere come la penseresti se fosse stato tuo figlio ad essere molestato” sbagliano, perché cercano di sottrarre il tuo pensiero dalla sede di distaccata razionalità, di equilibrio e di tentativo di giudizio generalizzabile (per quel che si può) per farti precipitare nel buco nero dell’identificazione passionale, della rabbia emotiva, della difesa primordiale del proprio territorio e della propria tribù. Lo scostamento, fuori da immagini figurate, è quello fra morale e amoralità. La morale, essendo un costrutto complesso di asserti, è ovviamente sempre inadeguata ai contesti, deve sempre cercare di modellarsi e rimodellarsi e quindi si presta a critiche, a incompletezze, ad errori. L’amoralità (e quell’a- privativo chiarisce bene) non è regole, non è asserti, non è costrutti logici ma la loro assenza. L’assenza è sempre equilibrio, mentre la presenza è sempre condannata al disequilibrio. Io probabilmente a parità di condizioni avrei gonfiato di botte il pedofilo, così come avrei sparato ai ladri intrufolatisi in casa, ma ciò che individualmente e violentemente avrei fatto come individuo è giustamente sanzionato dalla società.

D’altronde non siamo noi che condanniamo le giustizie sommarie degli altri? L’adultera lapidata in seguito a una sentenza di un qualche tribunale tribale, la donna linciata e bruciata dalla folla inferocita perché avrebbe distrutto pagine del Corano e poi, guardate, aggiungo per sovramercato gli infedeli sgozzati dai tagliagole Isis: il fatto che facciano orrore a noi, ma sembrino atti giusti e addirittura santi a loro, non vi fa pensare che solo una presunzione etnocentrica piuttosto ingenua vi permette di giudicare? Sia chiaro, su queste stesse pagine anch’io l’ho fatto: io condanno i barbari islamisti che bruciano, tagliano gole, lapidano eccetera, ma proprio per questo, per ritenere legittimo il mio atto di condanna, devo avere un comportamento completamente differente. La differenza non può essere tribale (loro sozzi primitivi, noi legittimi custodi di ciò che ci pare e piace) ma morale: una morale costruita nei secoli in Occidente basata su giustizia e tolleranza, morale fallace, come ho già detto, difficile da praticare ma necessariamente universale: non ci si fa giustizia da soli. L’altro tipico argomento che “tanto in Italia il pedofilo se la cavava con un anno di domiciliari mentre il padre violento sarebbe finito in galera e avrebbe dovuto spendere un sacco di soldi in risarcimenti” (o altre critiche analoghe) non deve ingannarvi: questo genere di critiche afferisce al sistema giudiziario italiano, non alla morale. Che in Italia la giustizia sia un disastro non significa che allora ne approfitto per farmi giustizia da me. La giustizia da riformare è un problema politico. L’idea di una giustizia guidata da principi universali è una questione di etica. I due ambiti concettuali sono interconnessi ma separati.

la-morale-e-lanimale-L-Ytw5wmEsempio n° 2 – Senza bisogno di circostanziare nomi e cognomi, mettetene voi uno a caso, sono seriamente convinto che una percentuale di politici chiacchierati o addirittura indagati o condannati per corruzione siano partiti con onesta convinzione di far qualcosa di buono per il prossimo e si siano trovati invischiati in un meccanismo subdolo e poco identificabile all’inizio che li ha lentamente trascinati in un gorgo. Provate a immaginarvi potenti, con leve di comando nelle vostre mani, pronti a fare Il Bene Del Popolo. Avete le idee chiare, l’appoggio degli elettori, vi sostiene la stampa ma c’è un particolare: vi manca una manciata di voti in Parlamento. Un altro politico, non così di primo piano ma abbastanza credibilmente vicino alla vostra orbita vi dice che ci può pensare lui, quei pochi voti ve li può assicurare ma, certo, dovete ricambiargli il favore (una prebenda, un sottosegretariato, una particina in tv per l’amante…). Allora il dilemma che vi si pone è semplice:

  1. A) fare il bene del popolo facendo passare il provvedimento in cambio di un peccatuccio veniale, non illegale, politicamente non significativo

oppure

  1. B) non cedere di un millimetro, non macchiarsi della più piccola colpa, questa davvero trascurabile, ma rinunciare al bene del popolo oggi e – probabilmente – anche domani.

Mi sembra un bellissimo problema di etica pubblica: il bene di molti vale un piccolo “male” relativo, senza danneggiare nessuno, che neppure si saprà? Vediamo cosa succede se rispondete ‘Sì’ oppure ‘No’. Nel primo caso credo che siate fritti; cedere su una piccola e innocua cosa vi sottopone ad altre e maggiori pressioni, nonché a ricatti. Avete fatto un “favore”, non potete non farne un secondo, probabilmente più impegnativo e grave; avete ricevuto un vantaggio, ma ve ne serviranno altri; incomincia a esserci gente in giro che sa che non siete incorruttibili, che favorite il clientelismo, il nepotismo, lo scambio, la turbativa politica… Il piano inclinato è inizialmente inavvertibile ma presto diventa una china pericolosa, dove ogni azione che volete intraprendere viene sottoposta a trattative con i molteplici che si possono mettere di traverso. Ma se rispondete ‘No’ che razza di politici siete? Tutti Robespierre incorruttibili, capaci certo di grandi denunce ma di nessuna azione. Non contate nulla. Non servite. Tutti vi volteranno le spalle. Naturalmente ho ridotto all’essenziale il problema, spero che ne vogliate cogliere la sua rappresentazione esemplificativa. Qual è il corretto bilanciamento fra agire pagando un certo prezzo morale (nel senso di venire a patti con la propria etica, con i roboanti discorsi fatti nelle piazze) e non agire affatto perché qualunque azione ci sporca, ci può sporcare, deve scendere a compromessi?

etica3Esempio n° 3 – Tempo fa conobbi un importante esponente locale (di quale località non dirò) di un partito di sinistra (tacerò anche su quale sinistra fosse); era un capopopolo nato, guidava un partito che andava bene alle elezioni e aveva incarichi locali di governo, successi ottenuti ovviamente con le parole d’ordine tipiche di quell’area politica: giustizia, uguaglianza, fratellanza, lavoro etc. Quest’uomo di successo era ovviamente amato, o quantomeno stimato, da una discreta fetta di elettorato che gli riconosceva una leadership politica. Pochi di codesti sostenitori conosceva però un particolare privato nella vita di quest’uomo. Maltrattava la moglie. La picchiava. Quest’uomo che difendeva i diritti delle masse oppresse picchiava la moglie. Io credo che il gesto violento verso la donna sia intollerabile e spero la pensiate così anche voi, ma quello che intendo sottolineare è l’incongruenza apparente fra il ruolo sociale e il comportamento privato. Il picchiatore di donne io lo immagino rozzo, semi-analfabeta, manovale ubriacone… invece questo è laureato, colto, socialmente integrato. Gli stereotipi non funzionano principalmente perché tendono a collocare in classi distinte (i buoni e i cattivi, i probi e i picchiatori di donne…) mentre la realtà è indistinta, sfumata. Tutti i buoni hanno lati oscuri. Tutti i cattivi hanno lati amabili.

Tutte le verità sono parziali, tutti i mostri sono stati bambini, tutte le tragedie si sono compiute a partire da premesse nobili, tutti i potenti hanno pensato giusto il loro potere, tutti gli assassini ritengono in qualche modo giustificabile le loro azioni dato il contesto, date le condizioni, data l’infanzia infelice il padre severo la società ingiusta, così ingiusta! Ed eccoci arrivato sul bordo dell’orrido: siamo tutti colpevoli e quindi nessuno, in fondo, è colpevole? Tutti peccatori, tutti disponibili al delitto, tutti uguali quindi nelle nostre debolezze e quindi consoliamoci, teniamoci per mano, dai, il politico briccone, lo stupratore, il corrotto alla fine siamo noi. Je suis una canaille. No, non è questa la conclusione. La conclusione può partire dal riconoscimento della nostra debolezza per andare oltre, verso una dimensione morale più avanzata. Una persona priva di tensione positiva verso orizzonti morali sempre più integrati, inclusivi e aperti al mondo non serve alla società. Interrogarsi sull’orizzonte etico, sforzarsi di migliorare pur sapendo di cadere e sbagliare, questo è il senso del nostro posto nel mondo. Faccio (e sbaglio) cercando di far bene (per quel che posso capire), rammaricandomi del male e combattendolo, a partire da quello che inevitabilmente faccio e farò io. Io faccio il male. Ma non è che debba continuare, che non possa pentirmi, che non possa smettere. Vedo che anche tu fai il male. Non devo fingere di non vederlo, non devo necessariamente accettarlo, anche se posso comprenderlo.

13 commenti

  • Complimenti ottimo articolo. Il problema in fondo è sempre lo stesso: la tendenza a semplificare. Dividere il mondo e le persone in bianco o nero, buoni e cattivi, in fondo è più semplice che problematizzare. Rimane, secondo me, una questione di prigrizia.

  • Bellissimo argomento che contiene in sé tanti livelli che si intrecciano costituendo un gomitolo di significato da dipanare (responsabilità, libero arbitrio, etica dominante, giustizia). Io, come già ebbi modo di dire, fatico a sentirmi migliore di altre persone, chiaramente più riprovevoli di me, nei loro comportamenti. Avverto la mia scelta di rispetto ed attenzione verso altri soggetti come la conclusione di un percorso nel quale io ho avuto poco merito ma fortuna negli incontri formativi, a partire dai miei genitori. Non sono sostenuto da una etica trascendente e devo attingere ad una di derivazione laica ed alla razionalità, anche se credo, mi perdonerà il Sg.Spock, che quest’ultima non sia antidoto sicuro, in ogni contesto, al praticare il male altrui. Avverto un gradiente nella storia della società occidentale verso una valorizzazione dei diritti dei soggetti altri (anche gli animali) ma mi rendo conto che l’etica non può avere un fondamento totalmente razionale e che la scala di valori si basa su certi postulati, che possono essere mutevoli da un luogo all’altro. Cionostante troverei autolesionista un’atteggiamento relativista sulla valorialità da parte della nostra società e diseducativa una non attribuizione delle responsabilità con effetti punitivi/rieducativi. Spero di essermi spiegato, non mi risulta facile mettere queste cose per iscritto. Ciao.

    • Condivido in parte quello che hai detto. Per costruire qualsiasi etica è necessario partire da dei principi razionalmente indimostrabili, fissati questi poi si elaborano delle regole seguendo un processo il più logico possibile. Il fine di tutto ciò è estremamente pragmatico: senza un’ etica non potremmo esistere un’ organizzazione sociale. L’errore sta, secondo me, nel considerare universale l’etica che noi (occidentali) ci siamo dati. Imporla ad altre culture o giudicarle attraverso essa non ha senso, in quanto i nostri principi “base” sono frutto di un percorso storico particolare. Questo non è relativismo, ma obiettività.

  • bell’analisi rivolta a noi, se posso, suggerisco la lettura di un libro che mi è piaciuto, Shantaram, di Gregory David Roberts, la storia di un criminale

  • Tutto giusto. Eppure, secondo me, un’etica oggettiva è possibile…

  • Primo Elio Cesare

    Non si è trattato di “giustizia sommaria” ma di autodifesa, espressa dal padre nel confronti della prole, troppo piccola per potersi difendere da sola.

    In più c’è stata proporzionalità. Quindi non si può configurare nemmeno il reato di eccesso di legittima difesa.

  • L’ha ribloggato su Hic Rhoduse ha commentato:

    REVIVAL HIC RHODUS
    Tu sei buono o cattivo? Sei un bravo padre, un lavoratore onesto, un politico trasparente? E se facessimo i conti coi nostri segreti, coi nostri orrori, con i nostri quotidiani slittamenti amorali?

  • Claudio Antonelli

    Mi colpisce in Italia il senso debole del dovere che in genere constato nella gente che lavora. I sorveglianti non sorvegliano o lo fanno svogliatamente, i controllori non controllano, i poliziotti chiacchierano tra loro o camminano con passo stracco, gli addetti allo sportello (anche bancario) non incoraggiano l’utente, gli autisti al capolinea chiacchierano tra di loro, e via all’infinito. La gente che è al contatto col pubblico è in genere poco gentile e mantiene un calcolato distacco col cliente, specie nel settore del pubblico impiego.
    Lo sguardo di chi sta dietro lo sportello è profondamente diverso da quello di chi lavora a contatto col pubblico in Nord America.
    È facile immaginare il torto causato ai singoli e alla collettività da chi non compie il proprio dovere. Un dovere per il quale oltretutto si è pagato.
    Ho un’esperienza ripetuta: compongo dal Canada il numero di telefono di un ufficio pubblico, di un’istituzione, di un comune, in Italia. Sento il telefono squillare squillare squillare ma nessuno risponde. Né messaggi né niente. In ufficio non c’è nessuno oppure non rispondono. È un fenomeno su cui non mai letto nulla, ma posso dire che è per me qualcosa di inconcepibile. Ci si domanda: ma allora perché hanno il telefono? Non vi è un obbligo di rispondere, o di predisporre una risposta registrata?
    Sembrano peccati veniali, eppure sono la causa diretta di un grave abbassamento della qualità della vita nella penisola.
    Chi detiene un potere anche minimo tende ad esercitare questo potere quasi sempre in una maniera che tutt’è fuorché altruistica e generosa. O per lo meno equa. Io ho vissuto questo fenomeno un paio di volte: colui che da oggi al domani si trova, nel proprio ambiente lavorativo, ad essere investito di un potere sugli altri che prima non aveva, cambia letteralmente il proprio corpo, il proprio volto, la propria voce, i propri gesti. Antropologicamente diviene un nuovo individuo. I mutamenti, beninteso, sono minimi, ma comunque discernibili.
    Passiamo ad esaminare l’intervento dettato da spirito civico, in una situazione di pericolo, nei confronti di uno sconosciuto. Non c’è un articolo di giornale che non condanni la ricorrente indifferenza dei passanti. “Nessuno si è fermato…”, “Nessuno è intervenuto…” L’articolista dà sempre prova di senso di responsabilità, di coraggio e di altruismo. A chiacchiere. Ebbene, chi di noi è realmente intervenuto, trovandosi spettatore di una situazione difficile con uno sconosciuto bisognoso di aiuto? Mi pare che questo sia un test che ognuno di noi puo’ sottoporre a se stesso, ed è un test che non ammette inganni.
    Gli automobilisti danno raramente prova di gentilezza sia tra loro sia nei confronti dei pedoni. Scesi dal macchina si sdilinquiscono invece in gentilezze nei confronti di amici e conoscenti.
    Invece di ricercare esempi limite delle nostre contraddizioni e ipocrisie, ecco un test facile facile. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: perché provo questa avversione verso chi mi è sconosciuto? Mi riferisco al fatto che in genere proviamo un sentimento di estraneità e persino di ostilità verso chiunque, alla guida di un auto, o camminando per strada, o aspettando in coda, o pigiati in un autobus, “interferisce” con noi, ostacolandoci o comunque ritardandoci.
    In un centro acquisti o girando l’angolo di strada, mi capita talvolta di trovarmi di fronte a qualcuno il quale come me si ferma, e quindi indugia e ondeggia, perché non sa se se spostarsi a destra o a sinistra per aggirare l’ostacolo umano che è improvvisamente apparso di fronte a lui. A me viene da sorridere perché provo un’istantanea simpatia verso chi, come me, manifesta indecisione perché non è sicuro di se e dovrebbe istantaneamente immedesimarsi nell’altro che appare come il suo alter ego. Ebbene, l’altro immancabilmente non mi sorride ed anzi esprime un netto fastidio verso questo sconosciuto – il sottoscritto – che si comporta esattamente come lui e si tradisce come lui mostrando la propria indecisione.
    Ecco, per vedere se mettiamo in pratica il nostro continuo proclamare che occorra abbattere le barriere, eliminare i confini, smantellare i muri, ed amare il fantomatico Altro, lo Straniero, il Diverso, dovremmo auto-analizzarci nei nostri impulsi e sentimenti veri, e vedere se il modesto altro che incrociamo per strada, o che intravediamo al volante della sua automobile e che compie una lieve infrazione, suscita in noi questo tanto esaltato sentimento di generosità, di apertura e di comprensione verso il mitico Altro. Mantra di cui continuamente ci gargarizziamo, compiaciuti della nostra generosa ideologia di sinistra.

  • Mi sembrava di aver già scritto giorni fa la risposta all’articolo di Bezzicante, ma non la trovo, e la riposto.

    Ciò di cui parli per me è cosa abbastanza nota, nel senso che anch’io da anni ho affrontato simili problematiche, che sono molto vicine a quello che nella Chiesa (intendo quella Cattolica) porta a dire «Si condanna il peccato ma non il peccatore».

    Inoltre pur essendo d’accordo su molti punti, non condivido del tutto quello che hai postato (o forse ho capito male, perché un po’ lo hai detto anche tu): secondo me nel nostro cammino occidentale (di cui il cristianesimo è stato ed è un aspetto fondamentale) c’è una ricerca della unica Verità, e a questa si tende, pur non potendola possedere totalmente e riuscendo spesso ad avere degli evidenti abbagli.

    Avrei anche due esempi che a me paiono interessanti, ma te ne posto uno solo, perché l’altro è troppo lungo (prendo in considerazione di scriverci su un articolo …: vedremo).

    L’esempio riguarda l’onnipresente Silvio Berlusconi.
    Da diversi anni per me è uno scandalo (nel senso etimologico di “inciampo”), perché lo “odio”, e considero che per quello che ha fatto all’Italia merita diversi ergastoli.
    Analogamente, secondo me, merita di finire diritto all’inferno.
    Ma il punto è proprio questo: se chi merita l’inferno ci dovesse andare, allora ci andrei anche io, e fra “tutti all’inferno” e “tutti salvi per grazia, anche Berlusconi”, sono costretto a scegliere la seconda! Così spero che anche lui si salvi …
    Nel mio gruppo mi prendono un po’ in giro quando dico che Berlusconi mi serve per capire meglio le cose, e pensano che io scherzi, ma in realtà e vero. E ad oggi anche “l’odio” verso di lui è di molto scemato, nonostante pensi ancora che, potendo, gli darei sicuramente qualche anno di galera, perché se lo merita “oggettivamente” .

    Ho una complicazione aggiuntiva, che forse non riguarda tutti, ma me sicuramente.
    Diamo per scontato che anche io sono incoerente, lavativo, ecc. Però questo riguarda un numero non troppo elevato di eventi; invece mi succede spesso che faccio male le cose “per distrazione”.
    Secondo te/voi, uno che è perennemente distratto, poco attento, ecc., pur essendo abbastanza in buona fede, è colpevole?
    Secondo me sì, anche se davvero non so come fare, a parte dedicare a quello che faccio un’attenzione che mi stresserebbe troppo e che non mi darebbe la possibilità di fare le cose che faccio.
    Ma il mio essere cristiano (per come posso …) non mi fa preoccupare troppo dei miei peccati, nonostante le gravi conseguenze che questi hanno, e mi permette di vivere praticamente senza sensi di colpa che non servono assolutamente a niente (se non a sentire di “aver pagato” ciò che non si può pagare).

    Per quanto riguarda i tuoi esempi mi sembra che un po’ tutti mettano in evidenza che il problema non è la nostra morale, ma che vengono affrontati “in automatico”, senza bisogno di pensarci (cosa di cui tu hai parlato in diversi altri post): cioè, nei vari contesti: “il pedofilo è sempre da condannare”, “l’adultera va lapidata” (è così difficile capire che fa quello che molti uomini vorrebbero fare … e che vorrebbero che le donne facessero?), “gli infedeli vanno combattuti”, “i politici devono essere puri”, …
    Cioè il problema non credo che sia la difficoltà del giudizio in sé, ma che vorremmo poter dare dei giudizi asettici, che non ci interpellino.
    Questo, guarda bene, è un problema con cui mi scontro spesso a scuola: negli scrutini tanta, troppa gente (colleghi) cerca di dare le valutazioni ed i voti in pagella facendo assurde medie e ricercando “un’oggettività” “oggettivamente fuori luogo”.
    Spero di essermi spiegato.

    E, già che ci sono, faccio un appunto anche a Claudio Antonelli: condivido molto di quello che hai scritto, ma nel tuo commento sembra che in Italia tutti facciano quello che hai scritto. Invece ci sono molte persone che fanno le cose con coscienza e gentilezza, ben oltre il dovuto, ma se tu (per esempio) ogni volta che devi raggiungere una persona per telefono devi passare per 4 telefonate, e se una sola di queste 4 ti fa attendere inutilmente per mezzora, ti ricorderai solo di quella telefonata negativa, e non ti rimarrà traccia delle 3 buone. Paradossalmente il positivo delle tre telefonate vale ancora di più, perché in Italia, e quindi assolutamente “non dovuto”.
    Io sono solito anche dire che spesso negli uffici pubblici c’è UN impiegato che lavora bene, e che per avere risultati positivi bisogna cercare quello. La cosa non è ovviamente accettabile, ma non mi sento assolutamente di dire che “in Italia non lavora nessuno”: moltissime persone fanno il proprio dovere in maniera encomiabile, nonostante le condizioni inaccettabili in cui ci si trova a lavorare.

    • Molto strano. Il suo commento non ci è pervenuto. Misteri del Web. Comunque grazie: lei e diversi altri lettori, come Antonelli da lei menzionato, ma anche diversi altri, ci date materiali seri sui quali meditare. Non sempre rispondiamo, è vero, ma leggiamo tutto e riflettiamo su tutto. Grazie.

  • Claudio Antonelli

    Scrive Gaspero:
    “E, già che ci sono, faccio un appunto anche a Claudio Antonelli: condivido molto di quello che hai scritto, ma nel tuo commento sembra che in Italia tutti facciano quello che hai scritto. Invece ci sono molte persone che fanno le cose con coscienza e gentilezza, ben oltre il dovuto, ma se tu (per esempio) ogni volta che devi raggiungere una persona per telefono devi passare per 4 telefonate, e se una sola di queste 4 ti fa attendere inutilmente per mezzora, ti ricorderai solo di quella telefonata negativa, e non ti rimarrà traccia delle 3 buone.”

    Vedo che, a chi vive in una realtà per certi versi patologica, non riesce sempre facile notare certe storture pur così’ evidenti. L’impossibilità, che io “denuncio”, di avere, sempre, una riposta da una viva voce o da una registrazione, quando si chiama qualcuno – un qualcuno che, teoricamente, lavora per il pubblico – ha forse bisogno di esempi illustrativi per essere meglio capita.
    Quando io chiamo in Italia l’ufficio legale di un comune (vita vissuta…), o compongo il numero del telefono di un docente situato nel suo ufficio all’università, o faccio un qualunque altro numero telefonico di un’istituzione a carattere pubblico, o di una banca, o di un ente, non ottengo necessariamente una risposta. Spesso il telefono squilla, squilla, squilla… Potrei talvolta farlo squillare all’infinito, e nessuno risponderebbe… Al contrario di ciò’ che avviene in altri paesi – in Canada ad esempio – dove si otterrà sempre una risposta da parte della persona chiamata, o dal telefonista in carne ed ossa, o un messaggio dalla segreteria telefonica. La si otterrà perché non si tratta di una linea telefonica strettamente privata (a casa mia posso invece fare quel che voglio), ma pagata da un ente a vantaggio non solo dei suoi dipendenti ma anche di coloro che per una ragione o un’altra intendono entrare in contatto con questi dipendenti: salariati, con fondo pensione, e tutelati in cento modi.
    Ricordo questa amica universitaria – è passato più, di qualche anno – che componeva regolarmente da giorni, da Montréal, i numeri di telefono di un paio di suoi colleghi italiani dell’università di Firenze, dove era stata invitata per un convegno, senza mai ottenere risposta. Incredula, mi domando’: “Tu che sei italiano, mi puoi spiegare perché nessuno risponde? Mi sembra una cosa impossibile: questi numeri di telefono sono esatti. E i telefoni sono situati nell’università di Firenze. Io sono stata negli uffici di questi miei colleghi italiani. Non capisco… Io ho bisogno, prima di partire, di mettere in chiaro con loro alcune cose…”
    Lei pensava che in Italia funzionasse ovunque come funzionava e funziona nell’università dove noi lavoravamo, e dove le telefonate che giungono trovano sempre una risposta. E quando non è fisicamente presente, in quel momento, la persona destinataria della chiamata, interverrà la telefonista, o altrimenti chi chiama udrà un messaggio, con la possibilità di lasciare a sua volta un messaggio.
    Sono le piccole grandi-cose che in Italia occorrerebbe raddrizzare, costringendo con le belle o con le brutte quelli che sono pagati a svolgere un ruolo, una funzione, un incarico, un lavoro a dimenticare se stessi, e ad assumere fino in fondo il proprio ruolo; sforzandosi se non proprio di “annullarsi” nel compito e nel ruolo (altrimenti se indossano una divisa rischiano di fare come i tedeschi…), di assumere tale ruolo con molta modestia e molta buona volontà, fino in fondo, dimenticando mamma e papà per i quali noi siamo e saremo sempre l’ombelico del mondo.
    Una confessione, di cui forse mi opentiro’: dico questo penosamente, e quasi con invidia, ricordandomi di un padre – il mio – eccessivamente e quasi crudelmente severo nei miei confronti, fin da quando ero bambino, ma verso il quale oggi provo solo tenerezza, pietà, e addirittura rimpianto.

  • Non voglio assolutamente fare un “botta e risposta”, ma forse non mi sono spiegato bene, e provo a farlo ora.

    Sono consapevole che le “piccole-grandi cose” che non funzionano portano allo sfascio, tant’è che ho iniziato il mio appunto sul tuo commento con «condivido molto di quello che hai scritto …».

    Il senso del mio appunto è che mi sembra che tu abbia lasciato intendere che in Italia TUTTI si comportano male come hai detto (non so se è quello che pensi o solo quello che si percepisce dal tuo commento), mentre «invece ci sono molte persone che fanno le cose con coscienza e gentilezza, ben oltre il dovuto».
    In questo caso (come in moltissimi altri) il problema, a mio avviso, sta nella mancanza di responsabilità. Cioè se le persone responsabili di un servizio fossero davvero responsabili, il servizio funzionerebbe. E per “essere responsabile” intendo che, se non funziona, il responsabile deve pagare, sia in denaro, sia in perdita dell’incarico, ed eventualmente anche in altri modi.
    In Italia strutturalmente questo non accade (per esempio persone responsabili di perdite patrimoniali quasi inconcepibili hanno buonuscite, pensioni e ricollocazioni altrettanto inconcepibili), e non è raro che “si fatichi a trovare” (eufemismo) il responsabile di un servizio.

    Dire che TUTTI fanno male il loro lavoro, oltre che falso, è offensivo per chi invece si impegna a farlo nella maniera migliore (spesso facendo molte cose non pagate).

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Mi dispiace di aver dato l’impressione che io giudichi tutti gli italiani sfaticati e irresponsabili… Mi scuso. La realtà – lo so – è diversa. Non si puo’ e non si deve fare di tutt’erba un fascio. Inoltre, è fin troppo facile criticare. Ma qualche volta è lecito generalizzare. Ma mai restando troppo nel vago.
    Io generalizzai a suo tempo sull’Alitalia, dopo essermi servito diverse volte della nostra compagnia aerea, stracarica di raccomandati e di primedonne… Generalizzai anche sui pascià di un certo nostro consolato che disprezzavano noi emigrati (oggi le cose sono cambiate).
    Si dovrebbe sempre circoscrivere l’ambito delle nostre critiche, come io dopotutto ho cercato di fare anche nel post – vedi sopra – in cui critico i poliziotti dall’incredibile passo stanco e che chiacchierano beatamente fra di loro; gli addetti allo sportello che mantengono un’espressione quasi sempre sfottuta… Ho inoltre cercato di spiegare quale sia l’aberrazione dei telefoni fantasma…
    Oggi oso generalizzare sulla scarsa gentilezza, per usare questo eufemismo, della maggioranza degli automobilisti italiani nei confronti dei pedoni. Potrei analizzare nel dettaglio la cosa, ma non penso che occorra… Diro’ solo che in un altro paese, in cui gli abitanti (che in genere, occorre pero’ precisare, campano meno a lungo degli italiani, campioni di longevità) non si sentono tutti dei protagonisti, adorati dalla mamma ma vittimizzati dal sistema, mi è capitato anche di decidermi ad attraversare la strada solo per non deludere il sopraggiunto automobilista che, convinto che io stessi per scendere dal marciapiede, aveva rallentato e quindi fermato la sua auto, e aspettava che io mi decidessi ad attraversare. In Italia, anche se voi attraversate sulle strisce, evitano semplicemente di buttarvi sotto. Tutto li’. Del resto nella penisola i cartelli autostradali, vedi lo Stop italiano, hanno unicamente la funzione di determinare il responsabile se mai dovesse succedere un incidente: responsabile è il trasgressore.
    Per quanto riguarda i passaggi pedonali, in altri paesi – non in tutti – motociclisti e automobilisti vi inviano un messaggio di cortesia: rallentano anche quando in fondo non è necessario perché c’è abbastanza spazio attraverso il quale infilare il loro veicolo, avendo voi quasi concluso l’attraversamento sulle strisce o talvolta non avendolo neppure iniziato. In Italia, torno a ripetere, semplicemente cercano di non buttarvi sotto. E quasi sempre ci riescono. La buona volontà dopotutto conta…

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