No al velo. No ai simboli divisivi. Sì all’inclusione laica

Prima parte – Le ragioni del “No” in breve

(seguirà una seconda parte giustificativa più dotta…)

Mi ripeterò, cosa ci volete fare… Mi ripeterò. Devo ripetermi, perché la faccenda è chiara, limpida, mi parrebbe ovvia, ma il dibattito è manipolato, piegato, rallentato da pastoie culturali, da vincoli sociali, da timori politici… in una parola da onanismo mentale inaccettabile. Dalla ragazza fermata a Ciampino perché aveva fatto scattare gli allarmi e non voleva togliere il velo per consentire l’ispezione, fino alla recentissima sentenza della Corte europei dei diritti dell’uomo, solo per citare gli eventi recenti più clamorosi, l’Occidente (perché la confusione non è certo solo italiana) resta in bilico – come in molteplici altre cose – fra

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La reprensibile idea di Dolce e Gabbana

l’idea di proibire il velo e quella di sostenerlo o addirittura imitarlo. La prima idea è cavalcata dalla destra, riflette intolleranza e ignoranza, mentre la seconda è un’idea di libertà e tolleranza. Ma è proprio così? Io non credo. L’ho scritto diverse volte qui su HR e voglio ribadirlo senza alcuna paura di passare per xenofobo reazionario. Ho girato il mondo, appartengo a una famiglia multiculturale, ho scritto decine di post ispirati alla libertà e tolleranza e inclusione, non credo di dovere sostenere esami. Procederò per punti sintetici dal velo, per arrivare a una conclusione più ampia.

  1. Il velo non è un precetto religioso; un’ampia argomentazione di questa semplice verità la trovate QUI ma, se andate di fretta, vi basti considerare come in molti paesi islamici moderati (sotto il profilo della stretta religiosa) moltissime donne, musulmane, girano tranquillamente per strada senza velo, spesso truccate e vestite all’occidentale. Il giornalista e blogger El Sebaie ne parla spesso pubblicando anche foto di donne egiziane negli anni ’60 (per esempio QUI, ma cercatelo anche su Facebook), prima della crescita dei movimenti islamisti: minigonne, bikini, musica pop e, specialmente, neppure l’ombra di un velo, neppure un hijab (un’intervista recente a El Sebaie , con link a un video estremamente chiaro sotto questo profilo, lo trovate QUI). Quindi chi strilla che si calpesta un diritto religioso, oppure genericamente culturale, dice il falso.
  2. Il velo è un segno identitario, e quindi politico. Il velo si diffonde nelle società islamiche sull’onda della penetrazione dell’islamismo politico, vale a dire l’idea di una società governata secondo precetti religiosi; questo punto è centrale, e non capirlo è di una gravità colossale. Il velo penetra dove l’islamismo radicale attecchisce; il velo è una delle strade di penetrazione sociale dell’islam che El Sebaie chiama, giustamente politico. Lo scrive anche Giuliana Sgrena sul Manifesto (mica su Libero!), testimonianza rara in una sinistra che in Italia, come in Francia e altrove, mette la testa sotto la sabbia in nome di un confuso valore antidiscriminatorio, come accusa Gilles Kepel.
  3. È assolutamente ovvio, non serve avere studiato sociologia o psicologia, che molte donne musulmane affermano in coscienza di avere deciso autonomamente di portare il velo; la pressione sociale e culturale è spaventosa, la ricattabilità delle donne in società maschiliste enorme, l’ignoranza e la privazione in cui molte di loro sono tenute è ben nota. Per ogni donna musulmana che afferma con fierezza di volersi coprire il capo per sua scelta, ce n’è una che finisce sui giornali perché picchiata da genitori o marito che vogliono imporle il velo; come ha scritto Dacia Maraini se è così importante e simbolico, il velo, allora diventa una divisa, una dichiarazione, un’ostentazione che risponde a richieste implicite o esplicite del proprio gruppo (religioso) di appartenenza. Come segnala anche Maraini – visto che spesso si replica “ma le suore, allora?” – le suore sono velate proprio perché segnalano, con una loro specifica divisa, una loro sottomissione alla Chiesa e a Cristo. Aggiungo che mentre l’estate scorsa, con grande clamore, si è parlato di burloni in spiaggia, questa estate fa meno clamore la notizia delle donne musulmane, in diversi paesi, che stanno intraprendendo una coraggiosa lotta contro il velo. Sono avvertite le tardo-femministe e i quasi-intellettuali che hanno per mesi scritto sulla necessità di rispettare la “cultura” islamica del velo negando ogni sopraffazione implicita.
  4. Dopodiché ci sono delle regole. Il velo integrale (burqua) non può che essere vietato, da noi, per ragioni di ordine pubblico, come ragioni di ordine pubblico c’erano per la donna di Ciampino.
  5. Ma al di là delle leggi e delle regole, sempre riflesso di un assetto di valori che
    burkinipool

    Burkini

    possono anche essere contestati, esiste una ragione più “alta” che segnala come la polemica sul velo (o quella sul burkini in spiaggia l’anno scorso) non è tollerabile in Occidente. Il fondamento delle democrazie liberali, infatti, non è ciascuno faccia quello che gli piace, ma ciascuno si comporti (come crede) senza entrare in conflitto con gli altri membri della sua comunità, e tale conflitto può essere economico, sociale, culturale o religioso. L’ostentazione di simboli identitari conflittuali viene invocato come diritto individuale (mettendo l’io davanti al noi) ma deve essere proibito dallo Stato perché nocivo dei diritti collettivi (il noi davanti all’io, che è il compito dello stato). Conseguentemente l’inclusione sociale non può avvenire come resa del “noi” a ciascun capriccio dei molteplici “io” che presentano istanze di ingresso: noi includiamo, dobbiamo includere, ma la metaregola fondamentale e ineludibile è che l’incluso accetti le regole condominiali che, per quanto riguarda la sensibilissima sfera religiosa, non può che consistere nella laicità pubblica.

  6. Laicità pubblica significa pieno diritto alla propria religiosità (o al proprio ateismo) nella sfera privata. Libertà di culto; nessun ostacolo alla costruzione di chiese e moschee; scuole private (ugualmente regolamentate per tutte); predicazione, preghiera… nessun reale ostacolo espressivo delle diverse religiosità, fermo restando che lo Stato non abbraccia alcuna fede, non privilegia nessun culto e, specialmente, non ne ostenta nessuno; quindi, superando il Concordato, nessun crocifisso nei luoghi pubblici, nessun insegnamento della religione cattolica nelle scuole, nessuna cerimonia laica benedetta da prelati cattolici e via discorrendo. Sono onestamente convinto che nessun cattolico di mente aperta, non fanatico, non devozionista, si lamenterebbe del fatto che nell’ufficio anagrafico o nella scuola del figlio manchi il simbolo della sua fede, che meglio è conservato nel profondo del suo cuore e della sua coscienza di credente. Questa è la base fondamentale per poter chiedere anche ai musulmani di rinunciare a veli integrali e altri sciocchi comportamenti di vaga ispirazione religiosa che urtano la suscettibilità di molti (il ragionamento, è ovvio, riguarda tutte le religioni).
  7. Solo abbassando i toni dello scontro, a partire dai suoi simboli divisivi, potremo immaginare una futura convivenza pacifica. Sciocco chi ritiene che, nelle pieghe di questo discorso, ci sia un atteggiamento xenofobo o almeno islamofobo. Da un certo punto di vista (è solo un parallelo logico) è la stessa argomentazione con la quale rifiutiamo pratiche come l’infibulazione senza per ciò essere razzisti. Noi possiamo amare l’Africa, ammirare molti usi e costumi africani, desiderare l’inclusione degli africani ma ugualmente voler proibire l’infibulazione, riconoscendo a questa pratica il mancato rispetto dell’integrità della fanciulla, contraria ai principi democratici europei ed occidentali; parimenti dobbiamo imparare a rispettare l’islam religioso e dobbiamo (che ci piaccia o no) pensare a come integrarlo nella nostra società; e l’unico modo è che le pratiche (e i simboli) che riconosciamo come oppressivi per le donne, volti a marcare una differenza antagonista, prodromici della penetrazione dell’islamismo politico siano banditi. È evidente che non possiamo arrogantemente esibire i nostri simboli divisivi (come le croci) e sostenere la proibizione di quelli altrui.
  8. In conclusione io personalmente dico no al velo integrale e al burkini; sì al velo parziale (hijab) a patto che la donna, in determinati casi (vedi Ciampino) sia immediatamente disponibile a toglierlo per consentire un’eventuale ispezione; no alla kippah in luoghi pubblici; no alle croci negli edifici pubblici. Viviamo tutti come ci pare la nostra vita privata e nei luoghi deputati ad accogliere i partecipanti ai riti religiosi; ma la vita pubblica deve garantire l’uguaglianza e favorire la fratellanza. Queste sono le basi per stemperare i conflitti e minare alle basi l’infiltrazione islamista nel nostro paese.

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Seconda parte – Una giustificazione ai miei “No”

C’è una ragione fondamentale anzi, meglio dire: fondativa, per la quale non sono tollerabili in generale i simboli religiosi e, in particolare, quelli dell’islamismo politico. Questa ragione ha un carattere ontologico e riguarda i fondamenti della democrazia liberale occidentale rispetto a quelli dell’islamismo. Per semplificare, i nostri fondamenti riguardano la democrazia rappresentativa, il voto universale, il bilanciamento dei poteri e l’uguaglianza fra i cittadini (almeno come principio). Le diversità politiche sono normali espressioni di democrazia perché tutti i partiti riconoscono quei principi e li rispettano, concorrendo – ciascuno a modo suo – alla competizione politica di cui riconoscono gli effetti. L’islamismo politico, invece, si fonda sulla teocrazia, il potere di pochi, l’accentramento dei poteri, la mancanza di libertà espressiva e la disuguaglianza. L’islamismo propugna la shari’a che include, entro una visione religiosa, il diritto penale. Anche se – con esclusione dell’Arabia Saudita – la shari’a è stata eliminata nei paesi arabi, si sta assistendo a una sua nuova emersione sulla spinta dell’islam radicale che la propugna apertamente. È quindi abbastanza chiaro che mentre le differenze politiche e culturali, entro le democrazie occidentali, sono coerenti coi loro pilastri costitutivi (e qualora non lo fosse sono proibite come, per esempio, in Italia è proibita la rifondazione del partito fascista, che quei principi nega), in un regime islamista le differenze sarebbero proibite e uniformate obbligatoriamente al pensiero unico teocratico.

La famosa fraternité francese, che traduciamo con “fratellanza”, potrebbe essere meglio tradotta con inclusione.

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La nostra società, con tutte le imperfezioni e i ritardi che volete, tende all’inclusione, ovvero all’uguale partecipazione, di tutti i cittadini, ai diritti e ai doveri collettivi: che siate donne, omosessuali, disabili, atei, vegani o appartenenti ad altre categorie penalizzate; la nostra società è arretrata, perché non siamo riusciti a superare le discriminazioni ma, appunto, riconosciamo ciò come ritardo e molte forze sociali e culturali lavorano per cambiare le cose, e bisogna essere ciechi per non riconoscere il tendenziale miglioramento. La società propugnata dall’islamismo radicale, o politico (affatto diverso dall’islamismo religioso) è all’opposto esclusiva: provate a essere omosessuali, atei… o donne, in Arabia Saudita. Gli islamisti nelle nostre società (immigrati, per esempio) tendono a quella che, in figura, viene chiamata “integrazione”, da intendere però in senso limitato e deteriore, come in-group, che tradurrei come gruppalità esclusiva. Le caratteristiche di questi gruppi (che trovate esposte in dettaglio QUI) riguardano il forte senso di appartenenza caratterizzato dalla distinzione fra “noi” e “loro” e il giudizio fortemente positivo per i membri del gruppo e fortemente negativo per chi è fuori dal gruppo.

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Ebrei ortodossi

Gli islamisti politici in Occidente vivono entro il loro gruppo, esasperandone le regole e “difendendosi” da quelle esterne. In quanto “integrati” (più o meno, e nel senso limitato che stiamo assumendo) chiedono e pretendono i diritti della nuova società che li ospita (libertà di culto, per esempio, e ci mancherebbe!) ma rifiutano i doveri non compatibili con le regole gruppali e, segnatamente, con quelle religiose per come definite entro il gruppo (e quindi pretendono il velo, sono ostili a stringere le mani di una donna, etc.). Sottolineo subito che ci sono analoghi fanatismi ebraici e anche cristiani. Il fanatismo non è certo solo musulmano. È però abbastanza indiscutibile che il fanatico ebreo che si rifiuta financo di accendere la luce per rispettare lo Shabbat può fare sorridere e poco più; il testimone di Geova che rifiuta la trasfusione di sangue per il familiare lo riteniamo riprovevole; il cristiano legato a logiche devozionali arcaiche e

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Sentinelle in piedi

superstiziose potremmo compatirlo ma, attenzione: tutti costoro – nel loro fondamentalismo – aderiscono a religioni certamente molto gruppali e ricche di stereotipie ma hanno elaborato e accettato i principali principi delle nostre democrazie e, per molte ragioni evidenti, non rappresentano in alcun modo un pericolo. Invece l’islamismo politico, per la sua pericolosa prossimità a ideologie e movimenti sostanzialmente eversivi, costituiscono senza ombra di dubbio una minaccia in prospettiva.

In conclusione, la società occidentale deve (a mio modesto avviso) essere accogliente e inclusiva. Dobbiamo bandire i pregiudizi e i preconcetti, accogliere i rifugiati e regolamentare i flussi migratori economici senza intenzioni punitive. Accogliere, accompagnare in un processo di inclusione che sappiamo benissimo essere

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Sikh

lento e difficile (come lo fu per gli italiani in America), che sappiamo costare un prezzo alto per le seconde generazioni, che sappiamo ostacolato dai loro pregiudizi e preconcetti. Questo è il nostro compito storico, e che ci piaccia o no dovremo assolverlo. Ma in questo percorso dobbiamo anche pretendere un percorso culturale da parte di coloro che accogliamo. Sì a loro, ai loro cibi, al loro vestiario, al loro dio; avremo solo di che migliorare e imparare. Ma no, assolutamente no, senza paura di essere tacciati come razzisti, agli atteggiamenti esclusivi, identitari, gruppali nel senso deteriore visto sopra, specie se sostenuti da logiche religiose, per definizione scarsamente negoziabili.

Questa è una sfida enorme per noi, che costerà prezzi elevati. Quello che chiediamo alle popolazioni islamiche (e ora parlo di islam religioso, e non politico) è di accettare la sfida al pari nostro e di percorrere, assieme a noi, questa lunga strada.

5 commenti

  • Così argomentato ed equilibrato che é impossibile per me non essere d’accordo. Sul togliere i crocifissi penso incontreresti una forte resistenza. Perché molti considerano quel Cristo come profonda identità culturale che non puó essere negata. Io non sono credente ma ammetto che, a parte il velo integrale che mi fa ribollire il sangue, le altre cose non mi disturbano. Ma intuisco, come già detto, che qualunque l’Islam, anche il più illuminato sarà sempre un mio avversario politico, anche se mi piacerebbe essere sorpreso del contrario
    Ciao

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Chi impone alla società laica i propri doveri religiosi dovrebbe dimostrare che i suoi non sono capricci, ma il frutto di una convinta adesione ai nobili dettami di una religione che fa di lui un cittadino esemplare. Un cittadino, aggiungo io, che dovrebbe avere innanzitutto un alto senso del bene comune. Cittadino che inoltre rispetta il suo Dio, ma che dovrebbe rispettare anche il nostro Cesare. Il “dare a Cesare quel che è di Cesare” è prescritto dalla nostra religione – la cristiana – fondamento della nostra cultura.
    Il giurista quebecchese Robert Poupart ha denunciato in questi termini il fatto che il principio d’uguaglianza tra i cittadini sia andato a rotoli anzi sia andato a farsi benedire in Canada, a causa dei dogmi religiosi dei cittadini, tenuti distinti tra loro per sette religiose e tribù di appartenenza:
    “Lo stato canadese crea una società a geometria variabile. I diritti dipendono dalla religione del cittadino: secondo la sua fede religiosa, un cittadino potrà costruire una capanna sul balcone del suo appartamento, portare un’arma bianca a scuola, indossare un turbante invece del berretto prescritto per i poliziotti, seguire un programma scolastico particolare, gestire una scuola confessionale sovvenzionata, prestare giuramento col viso coperto. L’interdizione di discriminare sulla base della religione diviene un vettore di discriminazione sulla base della religione.”

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    In questo nuovo esperimento di superamento della Nazione, condotto in nome del mercato unico e che nei fatti conduce all’americanizzazione dei popoli, i propagandisti dell’internazionalismo e del globalismo si fanno promotori all’interno dei singoli paesi di un “comunitarismo” di tipo tribale. Questo “comunitarismo” è diretto a demolire l’idea d’identità e di unità nazionale. La solidarietà che loro promuovono è fondata sull’appartenenza a un singolo gruppo e non si estende quindi all’insieme del Paese. L’effetto di questo “comunitarismo” multiculturale e “multivaloriale” è di tenere smembrata, frazionata, atomizzata la Nazione in una serie di collettività distinte per colore di pelle, origine etnica, appartenenza religiosa, stili di vita, pratiche sessuali, handicap fisici, passati nazionali…
    Il “multiculturalismo di stato” incoraggia i nuovi arrivati a cuocere nel proprio brodo. Un brodo etnico dai sapori forti e non sempre propizio a un vivere sano. I nuovi “tribalismi”, conseguenti a questa immissione di nuovi popoli nella penisola, non potranno che accrescere la mancanza di coesione, i contrasti, la corruzione, gli abusi, l’illegalità e il disordine in un paese come il nostro, dove la “regola” dominante è proprio il non rispetto delle regole. In Italia, del resto, da sempre è in vigore una sorta di “comunitarismo” basato sulla fazione; antitetico a un sentimento generoso di fratellanza e di comunanza di destino fra tutti gli italiani.
    La vera opposizione al globalismo e all’internazionalismo può venire solo dalla Nazione, dall’amore che noi proviamo per essa, e dal rispetto delle frontiere nazionali.
    I “disperati” che approdano indiscriminatamente in Europa, ossia senza alcuna verifica, sono spesso portatori di valori, tra cui il tribalismo etnico e il fanatismo religioso (vedi ad esempio l’odio tra sciiti e sunniti), destinati a contrastare e rendere forse vano ogni progetto d’integrazione e d’assimilazione.
    In molti casi, il paese europeo d’approdo non riuscirà ad assorbire nel proprio tessuto sociale questi nuovi insediamenti umani. Gli esempi al riguardo di questa “non integrazione” che la stessa Europa ci offre – vedi la Francia – sono purtroppo numerosi. Il passato non lascia quindi presagire niente di buono per il futuro dell’Italia. Vedi il notevole apporto al crimine fornito da certe etnie che sguazzano a piacimento in un’Italia popolata da anziani e da gente buona soprattutto a “portare avanti il discorso”.
    La dieta mediterranea del crimine nostrano, fatta di ‘ndrangheta, mafia e camorra, si è già arricchita di ingredienti esotici che l’italiano dovrà mandare giù, anche se molto indigesti…
    Da parte loro, le forze – si fa per dire – di governo, sono impegnate, insieme col popolo, a “portare avanti il discorso”: attività italiana per eccellenza.

  • Ottimo articolo. Ora prova a fare entrare questi concetti nei cervelli dei sinistroidi che inneggiano al burkha e all’infibulazione come se fossero grandi conquiste culturali, e che dicono che noi bianchi siamo tutti razzisti e non dobbiamo permetterci di giudicare le culture altrui. Io VORREI essere di sinistra, ma quando vedo che gli unici discorsi sensati sono portati avanti dai trogloditi della destra non ho scelta.

  • Condivido pienamente la sua opinione; non comprendo tuttavia la distinzione tra velo parziale e totale, trattandosi comunque di simboli identitari di natura religiosa; dubito comunque che l’italiano medio sia disposto a rinunciare ai propri simboli religiosi (seppure segno di una fede che forse non c’è), soprattutto se fomentato da partitti politici che cavalcano l’avversione al migrante.

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