Il linguaggio è fascista e io vado sui monti a fare il partigiano

Archimede. “Eureka!”. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”.

C’è pure “la vite d’Archimede”. Non si è tenuti a saperne altro.

(Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni).

Brevissima premessa

Il termine perlocutorio designa la capacità delle parole di “agire”, oltre che di descrivere (funzione allocutoria) il mondo. Le parole ci cambiano; la finalità del discorso è di cambiare le cose; solo col linguaggio forgiamo la realtà. Cose di cui abbiamo parlato a lungo su Hic Rhodus e che non mi sembra il caso di ripetere: chi non conoscesse i precedenti testi, e fosse rimasto colpito da questo breve incipit, può approfondire a partire da QUI e dai riferimenti in fondo a quel post.

Il linguaggio fascista

Il linguaggio è fascista, secondo Roland Barthes, perché impone una sua verità. Ogni parola, ogni frase, inserita in un determinato contesto comunicativo, ha un impatto coi concetti inclusi nei nostri schemi mentali, e contribuisce a cambiarli. La propaganda x600_scritte_6_2_fascista (nel ventennio mussoliniano) è stata straordinaria in questo, e imitata poi fino ai giorni nostri. L’italianizzazione – spesso ridicola – di termini stranieri e, soprattutto, il grande uso di termini “eroici”, ispirati dall’epoca marinettiana e dannunziana, sono stati elementi determinanti per la penetrazione di una cultura fascista. E’ importante capire questo nesso; poiché le parole cambiano il mondo (vedi premessa), l’uso consapevole e continuo di determinati termini (e concetti, ovviamente, legati a quei termini) ha contribuito al cambiamento deIla cultura popolare italiana degli anni ’20 facendo entrare una concezione retorica ed esaltata di nazionalismo che ha giustificato il colonialismo e l’avventura bellica; facendo penetrare un’idea di gerarchia autoritaria che ha consentito la dittatura; il machismo, il mito del capo, l’esaltazione della fisicità, fino alla supremazia della razza e spezzeremo le reni ai greci, ecco, tutto questo è stato favorivo da un uso consapevole della comunicazione fondata su un linguaggio inventato dal fascismo. Uno dei grandi torti di quell’infausta dittatura è stato perpetrato al linguaggio; oggi siamo privati dalla possibilità di utilizzare duce, manipolo, camerata, ardito e ardimento, perché immediatamente connotate dalla retorica fascista. Non sono più parole, semmai desuete, dell’italiano corretto, ma parole fasciste, che possono essere usate solo in un contesto fascista (vedete come parole, concetti, visione del mondo e incidenza sulla realtà sono collegate).

Il linguaggio comunista

milanocorteoprimomaggio_640_ori_crop_master__0x0_640x360La propaganda è essenziale a ogni regime (riprenderò più avanti, perché questa è una chiave di comprensione) e quindi compagno, capitalismo, proletario, rivoluzione e molte altre sono parole “da comunisti”, e attenzione che anche uguaglianza, fratellanza e altre, benché tollerate, puzzano un po’ di sinistra.

Il linguaggio berlusconiano

Quando diciamo che il ventennio berlusconiano ha stravolto la cultura politica e creato nuovi modelli popolari di visione del mondo, ci riferiamo alla capacità di costruire, appunto, un linguaggio. Per esempio ‘pressione fiscale’, per dire ‘tasse’, è una geniale forza-italia-defaultinvenzione berlusconiana per sottolineare la gravosità, e quindi il fastidio, del pagare le tasse (suo cavallo di battaglia); quindi la pressione fiscale è un concetto privo di neutralità che è entrato nell’uso comune indirizzando il nostro sguardo verso un preciso punto di vista: le tasse sono male (su questo termine e una breve analisi del linguaggio berlusconiano si legga Giansante QUI). La ‘discesa in campo’, ‘Forza italia’, gli azzurri’ e ‘la squadra di governo’ e tutto l’uso di metafore e storie tratte dal gergo imprenditoriale e sportivo sono ben note (una breve analisi QUI) ed esprimono il vitalismo ottimista, un po’ spensierato e negatore di esami di realtà che ha caratterizzato il Berlusconi politico come le sue televisioni.

Il linguaggio populista

Facile fare l’analisi del greve populismo salviniano e grillino. Quello grillino è per esempio immediatamente distinguibile per i nomignoli diminutivi e discreditanti rivolti agli oppositori con carico enfatico negativo (‘pidioti’ è ormai termine standard) e militar-image_1510437673_87366676aggressivo (siete circondati, vi stermineremo…). Fanno da contrappeso le diminuzioni (diciamo così) positive: il non statuto, il portavoce…, a sottolineare la costruzione di un immaginario conciliante, egualitarista e sostanzialmente al servizio dei ‘cittadini’ all’interno, ma indignato e vendicatore anche violento dei torti della casta all’esterno.

Perché l’ideologia ha bisogno di un linguaggio specifico?

Il meccanismo di base, consapevole, degli strateghi della comunicazione (o dei comunicatori nati, come Berlusconi e Grillo) ha questa logica: costruire nella base elettorale (nel popolo italiano, nei settori di riferimento…) una specifica visione del mondo tale da sollecitare emozioni generalmente negative (per esempio anti immigrati), paure e stereotipie (gli avversari tutti ladri, l’Euro causa di tutti i mali…) contrastabili solo aderendo al partito proponente; indignati dagli zingari? Ruspa! Vota Lega. Arrabbiati col sistema? Abbattiamo la casta! Vota 5 Stelle. Si fa sempre leva su sentimenti negativi, sull’ignoranza che deve continuare a essere alimentata (per cui il linguaggio si esalta anche nelle fake news), sull’indignazione astratta dei poco politicizzati, degli scarsamente informati, dei malamente istruiti per indirizzarla verso l’antipolitica dei concetti semplici e basilari, delle ricette minimaliste (e false), degli stereotipi da ripetere all’infinito (e i Marò? e il PD allora?…).

Ogni totalitarismo, ogni massimalismo e ogni populismo hanno bisogno di edificare un sistema di segni, soprattutto linguistici che, ripetuti all’infinito e sostenuti da una coerente cornice di falsità, convogli questi sentimenti grezzi e anonimi verso obiettivi chiari, compatibili col mandato di un partito, con la visione di un leader.

Il linguaggio diventa la fucina in cui una scarsa capacità critica prende una forma: quella voluta dal demagogo populista o totalitarista. Siete genericamente indignati (da “non ci sono più le mezze stagioni” a “i politici sono tutti uguali”)? Tramite un’informazione costruita ad hoc, mezzi espressivi (anche televisivi) che distorcono la realtà, l’uso sapiente delle menzogne e l’uso di un linguaggio riconoscibile, si costruiscono i militanti, i simpatizzanti, gli elettori che spianeranno la strada al successo elettorale.

E più si esagera e più si vince. Più si esce dal politicamente corretto e si apre alla pornografia del linguaggio e più si viene acclamati dagli ignoranti, finalmente sdoganati e posti al centro della scena con una nuova verità: ignorante è bello, vieni con noi (qui c’è un chiaro riferimento a 1984 di Orwell…).

Altre derive

Fin qui si è trattata la politica in senso stretto. Per uno come me, però, tutto può avere un’interpretazione politica, una valenza politica nel senso di influenzamento di una cultura di massa che perde capacità critica a favore dell’adesione a stereotipie. Che passano per il linguaggio. Avrete forse letto dell’imposizione di Trump che ha proibito l’uso di termini legati alla sfera sessuale e riproduttiva; quello è un atto politico, un atto di fascismo linguistico volto a dare discredito a una cultura, a dei comportamenti, a degli individui. Peraltro in America non sono nuovi a questioni di tale genere, con una consapevolezza evidentemente maggiore della nostra sulla relazione linguaggio → cultura → comportamenti. Potremmo aggiungere pagine sul linguaggio delle religioni e dei sistemi etici. Sui linguaggi di gruppo (dalle gang giovanili ai gruppi professionali) che fanno da spartiacque fra essere dentro, membri a tutti gli effetti, o esserne fuori, e quindi altri, estranei, forse avversari o addirittura nemici.

Linguaggio non omologato

Difficilissimo stare fuori da questi sistemi linguistici. Non usare termini apparsi nel lessico di massa che fino a qualche mese prima non conoscevamo nemmeno. Mi consenta; un attimino; fare la quadra; anziché (non disgiuntivo); bannare; trollare… fra termini stereotipati italiani (ce ne sono centinaia, un vecchio elenco lo proponemmo QUI) e barbarismi dilaganti (e mai neutrali, deve essere chiaro) la nostra vita sociale e politica, la nostra capacità critica, la stessa costruzione di valori, priorità, bisogni rischia di essere sempre stravolta, marginalmente o prepotentemente. Niente da fare. O meglio: poco da fare, e quel poco è faticoso. Non possiamo continuamente e incessantemente meditare sul significato di ogni parola, ma almeno ogni tanto un esame di “coscienza linguistica” sì, questo lo potremmo fare.

Usiamo spesso il termine ‘casta’? Perché? Cosa intendiamo esattamente? Ciò che intendiamo deriva dal termine medesimo (con un corto circuito che costituisce una fallacia logica molto usuale) o da un ragionamento autonomo?

Chiamiamo usualmente i seguaci di Grillo ‘grullini’? (O i seguaci di Renzi ‘pidioti’?) Perché? Questa estrema generalizzazione ingiuriosa è meritata, sempre e comunque?

Elena Boschi vi fa venire in mente solo Banca Etruria o altre cose di questi 5 anni di lavoro politico che ha fatto? Berlusconi è sempre e solo uguale a Ruby rubacuori? Bersani al maledetto giaguaro da smacchiare? Fassina è solo ‘Fassina-Chi’?

Allora c’è qualcosa che non va nel nostro modo di ragionare. I virus delle stereotipie, dei cliché costruiti e imposti da altri si sono già insediati nel nostro cervello, e quindi nel nostro linguaggio, e quindi nel modo in cui vediamo le cose.

Capita a me, suppongo che capiti anche a voi.

Usiamo un buon antivirus: originalità di pensiero, dubbio, linguaggio politicamente scorretto, costante attenzione all’uso di un linguaggio non necessariamente “popolare”, anzi: divieto di ripetere parole e slogan improvvisamente divenuti troppo popolari.

Stiamo per andare verso disastrose elezioni che potrebbero veramente farci superare un punto di non ritorno. Andiamoci col nostro pensiero. Andiamoci col nostro linguaggio.

NONOMOLOGATEVI.001

6 commenti

  • Sei così pessimista sulle elezioni? Siamo sopravvissuti all’ultima fase della prima repubblica, agli anni dell’ottuso ottimismo berlusconiano, alla sinistra tafazziana. Passeremo anche questa, credo…

  • da completo profano dell’argomento, mi viene però in mente, così su due piedi, che anche la sinistra predilige un suo linguaggio, ad esempio alcune parole positive come libertà, o diritti o uguaglianza, giustizia sociale, termini condivisibili proprio perché demagogici; risorse per immigrati e profughi per clandestini per far vedere il problema nella sua ottica; ma fa anche lei leva su sentimenti negativi, quando parla di campagna d’odio, sminuendo i problemi sollevati dalle destre invece di argomentare; quando considera a priori l’avversario politico intellettualmente inferiore sminuendo la visione di destra, e considerandola solamente espressione di ragionamenti o pulsioni di pancia; quando usa efficaci termini anacronistici che fanno molta presa, riesumando fantasmi del passato come fascismo e razzismo; quando unisce tutti sotto la bandiera dell’antifascismo per identificare un nemico comune al fine di mettere da parte le divergenze all’interno dei suoi partiti e al tempo stesso instillando la paura negli elettori di un possibile ritorno al passato ma non per una onesta volontà di affermare posizioni equilibrate, altrimenti parlerebbe anche di anticomunismo o di lotta agli estremismi in generale e infatti tende all’omissione quando condanna tempestivamente gli atti di estremisti di destra e non si esprime o minimizza su quelli di sinistra (ad esempio con le brigate rosse ma anche sui fatti più recenti).

    • Le do ragione a metà. Sì, anch’io come tutti porto i miei valori e non sono “oggettivo” (e non voglio esserlo). No, parlo malissimo anche del comunismo e di molto altro, deve solo avere pazienza e cercare fra i miei testi. Grazie!

  • guarderò, comunque per evitare equivoci, nel mio commento con “lei” intendevo sempre la sinistra in generale; detto questo, secondo me sinistra e destra nascono da modi di essere, da disposizioni neurobiologiche entrambe legittime; se non bastasse,a queste differenze si aggiungono anche i problemi linguistici; in futuro forse le neuroscienze arriveranno a capire meglio questi aspetti biologici, forse si riusciranno a chiarire le motivazioni di queste differenze tra le persone, che in parte forse sono anche costruttive ad avere diversi punti di vista.

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