Lessico della Tetra Repubblica: Furbetti del cartellino

I “furbetti del cartellino” del comune di Ficarra sono gli ultimi in ordine di tempo che hanno goduto dei wharoliani cinque minuti di gloria, ma le cronache sono infinite e spesso condite da assurdità sgangherate e da commedia dell’arte molto italiana. Ovviamente è difficile avere dati esattissimi, anche se invece è abbastanza facile fare stime abbastanza precise.

Il Rapporto [sui] Comuni 2017 del centro studi Ermes è probabilmente la fonte più precisa di cui disporre. Secondo il Rapporto la media di assenze dei dipendenti pubblici italiani nel 2015 è stata di 50,2 giorni lavorativi, con un ventaglio che va dalle 99,4 giornate a Locri alle 14,0 di Biassono (la ricerca riguarda un campione di comuni molto alto, ma non la totalità dei comuni). La prima cosa che balza agli occhi è la discretamente buona distribuzione territoriale; non “terroni fannulloni”, per esempio, ma proprio italiani, tutti; fra i primi dieci comuni assenteisti ne troviamo due lombardi, uno marchigiano e uno laziale, mentre fra i dieci più virtuosi (di questo studio) otto sono meridionali. Quindi, 50 giornate – in media – di assenza annua su un totale di 250 giornate lavorative (2017) alle quali sottrarre le ferie: 30 giornate circa (“circa” significa che ci sono piccole e trascurabili modifiche in determinate condizioni); dopodiché i lavoratori hanno diritto a svariati benefici occasionali: matrimoni, lutti, permessi di maternità/paternità, legge 104 (accudimento familiari malati), diritto allo studio. E non dimentichiamo i diritti sindacali, le assemblee e via discorrendo. Vuoi che in un anno non escano altri 3-4 giorni di assenza? Ma questi non li contiamo, ci facciamo bastare i 50 giorni di assenza sui 220 in totale (250 meno i 30 di ferie): un quarto scarso di assenze che in nessunissimo caso possono essere imputati a malattia, salvo considerare come altamente virale il lavoro nel pubblico impiego, visto che nel privato le assenze dal lavoro sono molto inferiori (dati  2015 CGIA di Mestre). Sono anche stati calcolati i costi di questo assenteismo spesso “strategico” (in concomitanza di ponti e di fine settimana): 7 miliardi di Euro (fonte) che significa, pari pari, mezzo punto scarso di PIL, che non son proprio noccioline!

E’ interessante osservare che – contrariamente a certi luoghi comuni – in Italia ci sono meno dipendenti pubblici rispetto agli altri paesi europei (in rapporto alla  popolazione) con differenze anche rimarchevoli (Italia 5,18%; Francia 8,5; Regno Unito 7,9; fonte) ma con grandi sbilanciamenti fra regioni e regioni, dove ovviamente primeggiano quelle a statuto speciale in termini assoluti e alcune regioni del sud se si calcola il tasso sugli occupati anziché sull’intera popolazione (Regione Calabria 22%). A questo punto la domanda non può che riguardare l’efficacia di questa pubblica amministrazione, scarsa e assenteista. Si può comprendere facilmente come qualunque indicatore non possa che risultare parziale, e le classifiche internazionali lasciano Schermata 2018-04-10 alle 09.15.34sempre dubbi di natura metodologica. Ciò premesso l’International Civil Service

Index, che utilizza un insieme di 12 macro-indicatori, colloca l’Italia agli ultimissimi posti, a una distanza siderale non già dalle eccellenze (Canada, Regno Unito, Svezia…) ma anche semplicemente dal valore medio (fonte). Naturalmente ci sono moltissime cause che concorrono all’inefficienza della PA e non si intende qui proporre un’equivalenza fra cattiva amministrazione e assenteismo; giustizia lenta, ritardo nell’informatizzazione delle procedure, eccesso di leggi e procedure e concorrenza fra stato e regioni; obsolescenza culturale e tecnologica del personale e molto altro concorre a rendere la PA italiana molto inefficace e inefficiente rispetto agli standard europei. Ciò significa, poi, meno investimenti dall’estero, minore equità dei cittadini italiani rispetto a quelli europei, scarse sinergie con l’industria e molto altro facilmente traducibili in euro sprecati, in modernità mancata, in diritti negati e in diversi punti di PIL bruciati.

Ma torniamo all’assenteismo. Ci siamo allargati solo per mostrare come piova sul bagnato. Una PA complessivamente inefficace e in ritardo con, in più, la piaga dell’assenteismo. Che va capito sotto il profilo sociologico. I colpevoli di Ficarra hanno candidamente dichiarato che “si è sempre fatto così”, “così fanno tutti”, ed è questa la chiave per comprendere il fenomeno e cercarne delle soluzioni. Il pubblico impiego è stato percepito, si potrebbe dire da sempre, come il ventre di vacca dove accomodarsi comodamente, realizzare un minimo plausibile di attività, e per il resto passare il tempo. Chi scrive conosce abbastanza bene la situazione dentro gli enti pubblici e sa benissimo che ci sono isole, luoghi, funzioni di altissima produttività, occupati da dipendenti con altissimo senso di responsabilità (pensiamo ai settori sanitario, emergenziale, pronto soccorso; ai servizi a sportello…); ma questi rappresentano una piccola percentuale del totale. Più spesso le pratiche d’obbligo si possono svolgere, in realtà, in un tempo ridotto rispetto all’orario d’ufficio; ci sono giornate intere in cui legioni d’impiegati semplicemente non sanno che fare e quindi diventa naturale il passeggio nei corridoi, le chiacchiere coi colleghi, l’uscita per prendere il caffè, sotto l’occhio benevole e complice del capo ufficio. Il dipendente pubblico, sovente, impara dai più anziani a dilatare i tempi, a fare con comodo, ad accomodarsi con loro nelle pause caffè e non rompere troppo le scatole con pretese di efficientismo, visto con sospetto. Ho personalmente conosciuto dipendenti pubblici che hanno passato un’intera vita a fare esattamente nulla, dormendo (e russando rumorosamente) in orario d’ufficio, fra la pausa cappuccino e il giretto per fare la spesa; sopravvissuti a qualunque buona intenzione sanzionatoria di capi ufficio appena appena solerti, protetti dai sindacati, inamovibili, illicenziabili nei fatti, e capaci di protestare rumorosamente se il responsabile dava loro un basso punteggio annuale ai fini degli incentivi.

Non bastano leggi rigorose sulla carta (come la riforma Madia del 2017) se non cambia l’approccio culturale. In Italia abbiamo “im-piegati” (come notava il mio primissimo direttore) laddove nei paesi anglosassoni ci sono civil servant, servitori civili, servitori della loro comunità. L’assenteismo è il figlio naturale del clientelismo, del nepotismo, della cultura che vede nella PA un nemico dei cittadini operosi, e quindi nell’impiego pubblico una garanzia di sfruttamento a vita dello Stato. I costi – come già accennato – sono disastrosi; quando per esempio si parla di fondi europei sprecati, una ragione è certamente nelle scelte a monte, poco oculate e poco coraggiose, ma molto dipende dall’incredibile e continua “frizione” dei meccanismo pubblici, dai ritardi clamorosi e ingiustificati per far camminare qualunque pratica, dall’ostilità con la quale ciascun impiegato difende il suo territorio dai colleghi, creando una reciproca cecità sul flusso organizzativo. Ho conosciuto quantità di imprenditori che pur di non finire nella rete vischiosa della burocrazia pubblica preferiscono disinteressarsi dei fondi europei. In questo quadro l’assenteismo è il peccato originale degli italiani. La cosa pubblica è di qualcun altro; la pubblica amministrazione è un’astrazione che fornisce un piccolo stipendio, richiede piccole prestazioni, non premia il merito, è sostanzialmente avvilente e monotona, che si fotta!

10 commenti

  • Questo paese è in mano ai cittadini
    Il problema dell’Italia sono i cittadini italiani
    Politici,classi dirigenti e cittadini sono tre facce della stessa medaglia

  • Mi sorge spontanea una domanda: e allora che famo? Non é che la testa delle persone si cambia con uno schiocco di dita e neppure per decreto (anche se qualcuno dice che calando le cose dall’alto si crea un humus che, nel lungo periodo, qualcosa fa…)
    Ciao

    • Tantissimi anni fa, in un ufficio pubblico dove lavoravo, c’era l’obbligo di firma (i congegni elettronici erano di qua dal venire) su un foglio all’ingresso. Una collega veniva costantemente in ritardo di mezz’ora, di un’ora e più e firmava ovviamente con orario regolare. Dopo un bel po’ di tempo mi stancai e andai da lei (non dal capoufficio, che lo sapeva benissimo) e le dissi che la cosa non mi sembrava corretta; costei mi mandò a quel paese senza mezzi termini e continuò a fare come le pareva. Lei era una persona “importante” nel microcosmo politico locale e fece carriera, molta carriera; io dopo qualche anno me ne andai e scelsi altre strade. Se invece di fare il donchisciotte stupido da solo ci fossimo ribellati in due o in tre, se avessimo costretto il capoufficio a essere meno pavido, se avessimo scritto all’assessore, se, se, se… le cose sarebbero andate diversamente.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    L’italiano è un protagonista. Il lavoro quindi non è il suo ambiente naturale se è un lavoro che lo mette in contatto continuo col pubblico. Abituato ad avere rapporti fortemente personali con altri protagonisti come lui, il trattare con rispetto, da dietro lo sportello o la scrivania, il pubblico anonimo gli riesce difficile. Cosa volete, la funzione lavorativa non riesce a contenere le manie caratteriali del “civil servant” italiano. Chi lavora col pubblico, quindi anche un semplice autista di mezzi pubblici, è innanzitutto lui, Luigi, Antonio, Marco, un protagonista o aspirante protagonista della commedia umana che non vede l’ora di rientrare a casa.
    Verbosissimo di natura, l’italiano medio è anche molto loquace con i colleghi. Col pubblico che dovrebbe servire è invece laconico: invece di fornirgli spiegazioni, preferisce tacere. Cosa volete, bisogna capirlo: il pubblico per lui è un’astrazione, un’entità artificiale che oltrepassa e di molto le sue possibilità d’immedesimazione.
    I rapporti umani spersonalizzati, causati dalla sua funzione lavorativa, rimangono per lui rapporti convenzionali, anonimi, astratti, che esigono da lui l’impossibile: dimenticare se stesso e mettersi invece all’ascolto dei bisogni degli altri.
    Tutto questo nel settore pubblico, beninteso. Quando lavora in quello privato, deve adattarsi. E cio’ gli costa non poco, tanto che fin dalla mattina, se lavora allo sportello, ha un’espressione sfottuta e tirata. Ma voi assisterete alla sua istantanea metamorfosi – anche il suo sguardo cambia – quando, distogliendo il suo sguardo da voi, si rivolgerà a un collega, anche se solo per un attimo.
    In Canada (dove io vivo), la maschera standard, di colui che lavora in banca, esprime addirittura gioiosità: “business is business” e voi portate soldi. Il bancario italiano porta invece una maschera assai simile a quelle in creta, della civiltà precolombiana. Sono due teatri, beninteso, ma nella scena canadese sono gli attori ad applaudire il pubblico. Nella scena italiana, l’attore meriterebbe pernacchie, che nessuno, pero’, osa fargli.
    Il “bene comune”, incarnato dal pubblico, per lui, è sempre stato e sempre rimarrà una nozione misteriosa. Lui è nato per il clan: famiglia, partito, parrocchia, sindacato, campanile, compaesani, amici al bar… È capace pero’ del gran salto, perché dall’amore per il clan, gli piace passare “a parole” all’amore per l’umanità intera. Anche certe facce da schiaffi che appaiono come un ritratto alla Lombroso dell’italianità, ci terranno, infatti, a dirvi che loro “non si sentono italiani” e sono “cittadini del mondo”.
    Questa incapacità di dimenticare il proprio innato protagonismo è ancora piu’ acuta, storicamente, nel Sud Italia. Ma oramai l’Italia si è meridionalizzata tutta. E cosi’ vediamo, in ogni angolo della penisola, agenti e poliziotti di varia denominazione, e vigili, e sorveglianti vari, in perenne conversazione tra loro, con le terga rivolte al traffico o a coloro ai quali dovrebbero rivolgere uno sguardo attento.
    Nei treni, il contrasto è vivissimo tra i controllori quali questi esistono in paesi normali come Francia, Svizzera o Austria, e i controllori italiani. I primi verificano con premura, informano, rispondono. I secondi anche informano e rispondono, ma facendo un visibile sforzo e solo quando passano per verificare i biglietti. Il che non sempre avviene (mi riferisco ai treni regionali). Passano si’, ma spesso non controllano, intenti come sono a rimuginare faccende personali, piani di carriera, problemi sindacali.
    Nelle grandi stazioni italiane ci si imbatte in decine di addetti ai lavori intenti a chiacchierare beatamente tra loro. Le ferrovie sono il loro posto sicuro. Si considerano, pero’, vittime di ingiustizie, e di queste in continuazione si lamentano coi colleghi.
    Loro non si vedono in funzione delle Ferrovie e dei viaggiatori. Considerano invece le ferrovie “cosa loro”. In fondo è la mentalità, ma molto in piccolo, di “Cosa nostra”.

      • Claudio Antonelli (Montréal)

        Sperando di non abusare dell’ospitalità…

        Una proposta: controlli efficaci al posto di un vuoto moralismo
        La struttura mentale italiana presenta dei circuiti di difficile interpretazione per i non italiani. In altre parole, la logica italiana non è sempre afferrabile per chi ragioni in maniera pragmatica. Prendiamo il caso di cui si discute.
        Ogni tanto scoppia il solito scandalo all’italiana: decine e decine di dipendenti di questo o quel comune rubano da anni lo stipendio, fingendo di lavorare e mai lavorando, e assentandosi per lunghi periodi. Basta che qualcuno timbri il cartellino al loro posto. Oppure lo timbrano loro stessi e dopo se ne vanno a casa.
        Le indagini durano mesi e anche anni, e alla fine lo sconcio è denunciato con veemenza sia sulla stampa, sia nei talk show, sia nelle discussioni al bar. Per non parlare dei falsi invalidi, resi “invalidi” da veri certificati di veri medici che andrebbero radiati dalla professione, ma che invece non vengono mai tirati in ballo nel coro delle denunce morali che in simili occasioni piovono dai mass media.
        Capisco il sacrosanto sdegno di queste denunce. Ma noto ogni volta con stupore l’assenza di un commento che a me viene d’istinto alle labbra: “Ma i capi ufficio, o dirigenti che dir si voglia, cosa facevano?” “Sono soprattutto loro i diretti responsabili di questi abusi”, mi viene spontaneo commentare. E invece mai che un solo commento simile a questo mio mi giungesse all’orecchio.
        L’Italia è un pianeta a parte: ci si estenua in esercizi verbali improntati a un moralismo patetico anche perché ipocrita, su tutto e tutti, filosofeggiando “a tutto campo” ed esibendo la propria “intelligenza”. Ci si astiene invece dai giudizi pragmatici, terra terra, miranti a individuare la maniera di correggere le storture denunciate.
        Si preferisce fare appello alla coscienza degli italiani invocando la necessità di educarli, di far loro capire fin da bambini… invece di denunciare piu’ realisticamente la scarsezza di controlli e di sanzioni rapide ed efficaci. Ma certamente l’abusivismo cronico è anche imputabile al delirio burocratico in cui le “competenze” si accavallano (A chi spetta? Ai carabinieri, alla pubblica sicurezza. alla stradale, ai forestali, ai vigili urbani, alla polizia ferroviaria, alla guardia costiera…?). Che dire poi della logica sindacale?
        Senza controlli rapidi ed efficaci con rapide sanzioni, persino un paese come il Canada diventerebbe simile all’Italia. In Canada vige invece un sistema di severi controlli di ogni genere, con la polizia onnipresente. Gli italiani espatriati immediatamente si adattano alle regole, spesso molto restrittive, del paese adottivo. Disciplina e ordine non sono quindi una questione di “genetica”, ma soprattutto di “cultura”, ma una cultura fatta non di vuote chiacchiere e di moralismo ipocrita ma di “organizzazione” e di “sanzioni”.
        Negli USA, quando l’autorità della legge viene meno, sopravvengono caos, abusi e violenze. Il Canada non è poi dissimile. Paradossalmente, ad apparire provvisti di un maggior self control sono proprio gli abitanti della penisola perché abituati da secoli alla carenza di controlli. In Italia, nel corso delle varie sagre e feste popolari che punteggiano d’estate la penisola, è raro vedere un poliziotto. E cosi’ avviene anche lungo le strade e le autostrade. È facile immaginare cosa succederebbe negli USA o in Canada, se il sistema di controllo delle attività dei cittadini scendesse ai livelli italiani. Quando, in Canada, per una ragione o per l’altra, si è sicuri che la polizia non interverrà, immediati sono abusi e violenze.
        Morale della favola, per dissuadere i “trasgressori” delle varie regole, legioni in Italia, è inutile fare del moralismo. Occorre invece passare ai fatti, mettendo fine al delirio burocratico e sanzionando quei “controllori” e “guardiani” che omettono di intervenire. Che sono poi, che dio mi perdoni, la stragrande maggioranza degli appartenenti alla categoria.

      • Sembra così ovvio… Ed è così impossibile. I sindacati fanno muro, e già questo è dirimente. Poi: lei immagini i capiufficio che denunciano; dovrebbero emigrare perché la loro vita sarebbe resa impossibile. Io credo che la rivoluzione deve iniziare dal basso, con TUTTI i cittadini (di buona volontà) che dopo avere compiuto integralmente il proprio dovere si ribellano alla sciatteria dei connazionali. Sì, lo so, siamo italiani e la rivoluzione piace a tutti, a patto che chi la fa non rompa i coglioni.

  • Gaspero Domenichini

    Il problema è “generale”, in tutta l sua portata.
    Per esempio i controllori (dei treni, dei pullman, …) non possono fare il loro lavoro per evidenti motivi: se trovano qualcuno che non ha il biglietto che cosa gli possono fare? Se questi non vuole dare i propri dati personali e non vuole pagare, credo che non possano fermarlo (sarebbe “sequestro di persona”), obbligarlo con la forza (“con la forza”???!!!) o fargli la foto e poi ricercarne i dati (ma, dico: non si vorrà mica violare la “sacrissima” privacy?). E credo che anche nel caso in cui l’interlocutore si metta ad offenderli e a fare cose violente ed illegali, nei confronti del controllore o dell’utenza, le cose non sono facili.
    Stesso discorso per le guardie giurate poste a difesa di banche, supermercati, ed altre realtà: pur avendo pistola, preparazione (non ne sarei certo) e soprattutto motivi evidenti per arrestare presunti ladri presi in “flagranza di reato”, non possono procedere a nessuna azione “tipo legale”, nemmeno in attesa dell’intervento delle forze dell’ordine.
    Ma onestamente: se tu fossi un controllore o una guardia giurata (con “tu” non mi riferisco a nessuno in particolare, ma ad un “tu” che ha questa grande moralità e la coscienza dell’importanza della tua azione per promuovere una cultura partecipativa, e che si scandalizza del comportamento “degli altri italiani”), che cosa pensi che realmente faresti?
    Quindi sui mezzi pubblici ci sono intere categorie che regolarmente non pagano, nemmeno se si mettono nei posti riservati, ai quali i controllori permettono di fare quello che vogliono; sto pensando a zingari e finanzieri, apparentemente così distanti, ma non nei miei pensieri. E pensate che qualora riusciste a far arrestare uno zingaro (o chi per lui) potreste essere abbastanza certi che verrebbe rilasciato “abbastanza presto” (non dico “giorni”, ma “1 giorno”, o “ore”), mentre nel caso riusciste a denunciare un finanziere … , beh, penso che invece la galera durerebbe ben di più (ma non per lui: per voi!).

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    “Ma onestamente: se tu fossi un controllore o una guardia giurata (con “tu” non mi riferisco a nessuno in particolare, ma ad un “tu” che ha questa grande moralità e la coscienza dell’importanza della tua azione per promuovere una cultura partecipativa, e che si scandalizza del comportamento “degli altri italiani”), che cosa pensi che realmente faresti?”
    Come semplice turista in Italia, benché io sia ormai in avanti con gli anni, sono intervenuto, pur non essendo né un controllore né una guardia giurata, alzandomi e mettendomi al fianco del controllore che tremava tutto e non sapeva cosa fare di fronte a chi sprovvisto di biglietto assumeva un atteggiamento addirittura aggressivo nei suoi confronti. Io gli ho detto che non era solo e che c’era chi come me apprezzava molto il suo senso del dovere. Che mi si creda o no, questo mi è capitato più’ di una volta nell’arco di diversi anni, in circostanze, beninteso, ogni volta diverse. Ma sono stato ogni volta colpito dalla vera e propria paura che attanaglia in genere gli italiani pur considerati “mafiosi” dai nostri denigratori all’estero. Oppure in omaggio all’ideologia progressista e mondialista, vi sono viaggiatori che si schierano “coraggiosamente” a favore del “diverso” che non vuol pagare il biglietto…
    Il peggior ragionamento è dire: tanto se io lo faccio (il mio dovere), non cambia niente.
    Ed è la risposta che purtroppo ho ricevuto un paio di volte, in stazioni ferroviarie, quando ho sollecitare dei poliziotti ad intervenire per porre fine a situazioni di illegalità spicciola (sarebbe troppo lungo entrare nei particolari). “Tanto se anche se arrestiamo, ce li ritroviamo di nuovo qui domani..” Sarebbe come se chi è pagato per pulire – scusate la volgarità- i “cessi”, dicesse: “Io non li pulisco, perché tanto dopo poco torneranno ad essere sporchi…”
    Per far cessare un andazzo non basta l’intervento di un singolo.. Ma senza l’intervento di ognuno di noi, o di molti di noi, nessun andazzo mai cesserà.
    Ed ecco cosa potrebbe fare un autista-controllore (realtà lavorativa che i sindacati italiani non accettano…) Io ho visto cosa fanno gli autisti di Miami. A questo proposito trascrivo qui questa mia analisi fatta nel passato:

    GLI AUTOBUS DI MIAMI
    Fatto straordinario, negli autobus di Miami, città violenta – dove numerosi sono i tipi alla Rambo, e così anche i marginali, i derelitti, i “fuori norma” – proprio ma proprio tutti pagano il biglietto e in genere rispettano tutte le altre regole di viaggio. L’autista all’interno del suo autobus è come il capitano di una nave: è lui che comanda, pronto ad intervenire con inflessibilità contro chiunque intenda viaggiare a sbafo, o non rispetti una serie di categoriche regole contenute in un testo affisso all’interno del mezzo. La sua autorità non è contestabile: per i viaggiatori è normale che l’autista non guidi soltanto ma abbia altri compiti.
    Io ho preso decine di volte l’autobus a Miami, e ciò nei quartieri più popolari, e mai dico mai ho visto qualcuno riuscire a infilarsi ed accomodarsi nell’autobus senza pagare il biglietto. In alcuni casi, quando l’abbonamento esibito riguarda una categoria particolare, l’autista verifica anche date e timbri, richiedendo, in caso di dubbio, altri documenti attestanti la condizione speciale per età o per “status” del viaggiatore… Tutti gli autisti che ho visto al lavoro mi sono apparsi più che zelanti. I viaggiatori devono essere in regola. Punto e basta. Non ci sono santi. E quelle pochissime volte che ho potuto osservare qualcuno che, salito sul mezzo, accampava scuse per non pagare, ho visto la recisa reazione dell’autista, il quale immancabilmente ha sentenziato: “Lei deve pagare sennò io perdo il posto…” E quindi ha
    fermato il mezzo, e ha aperto le porte dicendo ” Se lei non paga o se lei non scende, io da qui non mi muovo… E quindi il “portoghese” è sceso, oppure qualcuno nell’autobus si è fatto avanti per pagargli il biglietto. Inutile dire che se il conducente chiama la polizia questa arriva subito e preleva l’irregolare con maniere anche violente (che io non invidio e non auspico per l’Italia…)
    Per non dire del lavoro fuori norma che si richiede ai conducenti, i quali devono aiutare i viaggiatori su sedie a rotelle a salire sull’autobus e ad installarsi nella parte dell’autobus a loro riservata, fissando ganci e cavi. Il che richiede prontezza, impegno, pazienza e una certa forza da parte degli autisti, uomini e donne. Eppure lo fanno con cortesia e prontezza. Ve li immaginate gli autisti “all’italiana”, dalla forte coscienza sindacale, e spesso purtroppo anche dalla forte strafottenza, fare come i conducenti di quei mezzi pubblici che io ho preso numerose volte in Florida? Questi ultimi – torno a ripetere – controllano la salita disciplinata dei passeggeri sul mezzo, il pagamento del biglietto (pagamento attraverso un biglietto elettronico, oppure in monete o in biglietti di banca da inserire in una speciale apparecchiatura), l’aiuto fisico agli handicappati, e l’intervento in quei casi in cui vi è violazione da parte di qualcuno di una delle numerose norme, di sicurezza e di quiete, che disciplinano il comportamento dei passeggeri. Particolare ulteriore non trascurabile: non ho udito mai nessun autista mormorare, lamentarsi, recriminare… In che sarebbe forse il sacrificio più grande per gli specialisti del “chiagni e fotti”, molto numerosi tra i dipendenti del settore pubblico italiano.

  • come dico da anni, il problema fondamentale è che in italia il lavoro è confuso con l’assistenza sociale, e questo accade per precise esigenze politiche (e non solo).
    il lavoro è qualcosa che viene “assegnato” (cfr. l’ottima Porcaro nello sketch del “donatore di lavoro” https://www.youtube.com/watch?v=Q3FP5Cdx-gE ) in modo indipendente dalle capacità personali e dalle reali esigenze produttive.
    il percorso non è “c’è un compito da svolgere” > “cerco una persona adatta a svolgerlo” > “retribuisco chi svolge il compito in relazione alla produttività e competenze”.
    si procede invece nel senso “cerco consenso socio/politico ” > “retribuisco persone che faticano a trovare collocazione produttiva” > “creo un ruolo di facciata per giustificare il versamento economico”.
    e dico “consenso socio/politico” perchè esattamente nella stessa maniera procede la mafia quando cerca consenso sociale e le istituzioni quando cercano consenso politico.
    il risultato è che migliaia di persone sono stipendiate non perchè c’è qualcosa da fare ma solo per essere stipendiate.
    dopo aver capito questo si capisce anche l’incredulità di chi risponde “ma si è sempre fatto così” di fronte ad obiezioni che sembrano loro mosse in modo ipocrita…

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