Lessico della Tetra Repubblica: Hater (odiatori nella rete)

Odiare è un sentimento potente. Primordiale, animale. Eppure, sembra un paradosso, 

questa condizione passionale, la cui ricaduta fenomenologica occupa così grande spazio nella cronaca della vita sociale e politica e che costituisce un tema di ampio rilievo nelle opere letterarie e nei media, non ha dato luogo a un’euristica dell’odio, così come è avvenuto per l’aggressività e il comportamento a essa rispondente, ampiamente studiato da antropologi ed etologi. Da parte del pensiero laico, nei secoli, non si è venuta articolando su questo argomento una riflessione strutturata, con l’eccezione della psicoanalisi, nella quale l’odio, come stato dell’animo umano frequentemente compresente a sentimenti di affetto, o come manifestazione emotiva successiva a un intenso legame amoroso, occupa un posto di grande rilievo (Anna Sabatini Scalmati, Odio, “Universo del corpo”, Treccani).

E comunque dobbiamo occuparcene sempre più spesso perché una serie differente di meccanismi, indipendenti uno dall’altro, stanno producendo una diffusa condizione di disagio, di avversione, di irritazione, e infine di odio, che diventa allarmante. I meccanismi sociali in questione sono, a mio avviso: 1) l’aumento della disparità del benessere accompagnata dall’evidenza e dall’esibizione di tale disparità; 2) la mancanza di prospettive nel contrasto alle disuguaglianze, sia in termini di rappresentanza (il ruolo delle ideologie del ‘900; il ruolo non più percepito come protettivo dei sindacati) che di fragilità degli ascensori sociali disponibili diversi decenni fa, come il titolo di studio, l’impegno nel lavoro; 3) l’accresciuta e diffusa disponibilità di canali di comunicazione e di aggregazione (sostanzialmente: i social media) che favoriscono la percezione di conferma delle proprie opinioni, specie di quelle radicali (per cui, per esempio, gli omofobi si trovano facilmente, in Rete, in contesti omofobi, i razzisti in contesti razzisti e così via), consentendo di esprimersi in termini accettati e confermati dal gruppo; 4) la necessaria (per loro) e progressiva spettacolarizzazione consumistica dei sentimenti peggiori nella comunicazione di massa (qui parliamo specialmente della televisione) dove la ricerca di più spettatori ad ogni costo ha dilatato gli spazi del decente in maniera oltraggiosamente consapevole.

Gli strumenti di comunicazione di massa, televisione generalista e Internet nella declinazione social, ci stanno educando da anni al peggio; essere sboccati, aggressivi, intimidatori perfino, fa crescere lo share, fa vendere di più. Ci sono programmi costruiti con sapienza sulla necessità di suscitare irritazione e odio, che rimbalza poi su Twitter e Facebook dove ci si “incontra” fra odiatori rinforzando questo sentimento che si fortifica, alligna, e potenzialmente può esplodere nell’aggressività dei bulli di cui abbiamo parlato da poco. Ma chi sono questi odiatori, meglio detti, da noi inglesi, hater?

Innanzitutto sono dei vili.

Secondo una recente ricerca dell’osservatorio Vox insieme all’Università di Milano, Bari e La Sapienza di Roma, il 63% (sessantatre, SESSANTATRE!) dei tweet analizzati come shitstorm (tempesta di merda, mi piace!) è diretto contro donne; 10,8% omosessuali, 10% migranti e 2,2% ebrei. Gli odiatori che scatenano tempeste di merda sui social, quindi, non sono nemmeno legati a fatti di cronaca (per quanto meschinamente vissuti) ma alla soddisfazione sadica di perseguitare soggetti ritenuti più deboli.

Perché qualcuno ha gusto a perseguitare il prossimo, specie se percepito debole?

In uno studio condotto da Shachaf e Hara nel 2010, gli autori hanno identificato come giustificazione dei comportamenti aggressivi esperienze quali la noia, oppure obiettivi come la ricerca di attenzione, la vendetta, il piacere e il desiderio di fare un danno alla comunità, in relazione alla quale gli haters si percepiscono come outsider o addirittura come oppositori. Non è da escludere tuttavia che il comportamento aggressivo online sia anche legato ai tratti di personalità degli haters stessi. In uno studio online del 2014, Buckels e colleghi hanno intervistato 1215 soggetti esaminando i loro profili di personalità e il loro stile comunicativo su internet. In generale i ricercatori hanno trovato una correlazione positiva tra i tratti di personalità narcisista e machiavellica, tratti psicopatici, personalità antisociale e personalità sadica. In particolare, l’associazione più forte che è emersa da questo studio è quella tra l’utilizzo di commenti negativi, distruttivi e i tratti di personalità sadica.

I comportamenti negativi online verrebbero quindi messi in atto per il puro piacere di farlo e il fenomeno andrebbe letto come una manifestazione quotidiana online dei tratti sadici che le persone tendono a non esprimere nella vita reale. Coerentemente, dalla ricerca di Craker e March risulta che l’outcome principale ricercato dagli haters è la “potenza sociale negativa” o la sensazione di sentirsi potenti risultante dall’aver arrecato danno ad altri. Il legame tra comportamenti di trolling e i tratti di personalità cosiddetti “oscuri” (psicopatia, narcisismo e machiavellismo) emerge anche da altri studi recenti, i quali aggiungono però alcuni particolari importanti. Il tratto di psicopatia risulta quello maggiormente correlato a tali comportamenti, ma allo stesso tempo anche a caratteristiche vittimologiche specifiche. Diversamente da bulli e cyberbulli, i troll psicopatici, che si focalizzano comunque su un range relativamente limitato di persone da infastidire, tendono a preferire vittime che percepiscono come popolari, attraenti, di successo; infatti, persone deboli o impopolari sono più facili da manipolare per i propri fini (comportamento comune anche al tratto machiavellico), ma non rappresentano una sfida interessante per gli psicopatici, i quali sono interessati non solo ad attaccare la vittima ma anche ad umiliarla pubblicamente di fronte ai follower che la apprezzano (fonte, con ricca bibliografia.

Uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha mostrato che gli hater sono tendenzialmente più infelici degli altri, meno soddisfatti di sé e quindi meno appagati dal mondo circostante. Chi si pone esclusivamente contro sarebbe incapace di reagire alle novità ed è costretto a odiare tutto ciò che non rientra tra quanto conosce. Il suo passato è la griglia attraverso cui seleziona il futuro, e in questo modo tutto ciò che dal futuro eccede il passato, tutto quel che non rientra nella griglia del già conosciuto, va soppresso. Questa cattiveria cerca quindi di attaccare le persone di successo (semmai donne, come abbiamo visto) perché 

Come il fan [che desidera la felicità del personaggio famoso], anche l’hater richiede l’attenzione del personaggio: pretende che non dimentichi mai di essere odiato. L’hater ha a cuore l’infelicità dell’odiato, impiega il proprio tempo e disperde la propria felicità affinché l’altro diventi infelice. E la costanza è la caratteristica principale dell’hater. Costanza con cui, distruggendo, si autodistrugge (Colamedici e Gancitano, Anatomia dell’hater – Perché odiamo così tanto?, “Tlon”).

Passando dagli aspetti psicopatologici a quelli sociologici, Davide Bennato ha scritto un testo molto interessante che riassumo con le sue stesse parole:

Gli elementi sociologici alla base di un comportamento verbale violento sono essenzialmente tre: l’adesione a valori di intolleranza, la sensazione di appartenere ad un gruppo, la percezione di una forma di legittimazione sociale nella manifestazione di un comportamento violento. Le persone violente nella vita di tutti i giorni sono ANCHE violente verbalmente sul web. I processi socio-tecnici presenti sul web che radicalizzano i comportamenti sono: l’effetto filter bubble (le persone che fruiscono di contenuti violenti ricevono costantemente contenuti violenti a causa della strutturazione di algoritmi di personalizzazione come Google suggest o edgerank), l’omofilia (la regola dei network sociali per cui io violento cerco contatti con persone violente), l’effetto spirale del silenzio (se io ho la percezione – errata  o meno – che tutti la pensano come me, sarò disposto ad esprimere apertamente la mia intolleranza).

Finisco questa rassegna precisando che secondo Lea Stahel, sociologa di Zurigo, non è affatto vero che questo fenomeno sia dovuto alla possibilità di anonimato in Rete, anzi sarebbe vero il contrario. 

Le conclusioni sono deprimenti. Così come gli stupidi, anche gli odiatori sono sempre esistiti. Ma, come gli stupidi, oggi gli odiatori hanno spazio enorme e incontrollato e prolificano, nel senso che nuclei interiori di sadismo, per esempio, che in altri contesti pre-social sarebbero stati in qualche modo contenuti, oggi sono coltivati, appagati, resi visibili. La sensazione di comunanza, e quindi di identità, si moltiplica grazie ai social mentre, trenta o quaranta anni fa, si dissolveva nel ristretto nucleo della famiglia, al massimo del bar del quartiere.

Da psicopatologia individuale i social e la televisione di massa ci hanno portato a una sottile ma diffusa patologia sociale che rischia di tritare chiunque; e non c’è tutela, se il caso recente della giornalista Bencivelli mostra che bisogna attendere anche 5 anni per avere giustizia.

Che fare?

Nulla, ovviamente, perché ciascuno di noi è impotente, singolarmente. Ma, per esempio, smettere di guardare trasmissioni fomentatrici di risentimenti (e ce ne sono moltissime, su tutte le reti) sarebbe già un passo avanti; cambiare canale quando lo Sgarbi di turno prende a male parole un malcapitato interlocutore va bene, scrivere alla rete dicendo che non ti va di vedere quello spettacolo osceno è meglio; commentare l’amico di Facebook che manda in giro l’ennesima stupidaggine buona solo a seminare odio va bene solo se gli si dice di smettere; isolare gli urlatori togliendo loro l’eventuale amicizia su Facebook fa bene; cose così, senza pretese. Non so se riusciremo a cambiare il mondo, ma almeno ci costruiremo un’area di conforto e di pace in cui trascorrere le nostre giornate.

3 commenti

  • Grazie come sempre. L’incipit dell’articolo in cui elenchi le motivazioni dell’incrudescenza del fenomeno é illuminante nella sua logica. Altrettanto interessanti le citazioni da studi altrui.
    Vorrei approfondire un aspetto legando due affermazioni apparentemente contraddittorie: da una parte le percentuali che fornisci sull’oggetto dell’odio ricadono su categorie “deboli” come donne, omosessuali e migranti, dall’altro quando si colpisce il singolo si propende per la persona famosa (o divenuta famose in rete, magari in relazione a uno specifico accadimento, aggiungo io). Se si legano questi aspetti ad altri sembra quasi che l’odiatore consideri insopportabile che un indegno (per il suo modo di vedere) sia assunto a una sorta di luce sociale e cerchi di riportarlo nell’ombra che avvolge anche lui.
    Questa lettura sarebbe un po’ invalidata dal fatto che l’anonimato non sia (più?) una condizione favorente ma l’affermazione di sé passi dal rivelare la propria identità: mi sembra un passo importante perché significa che non c’é più neppure il freno della vergogna per comportarsi considerati socialmente inopportuni (anzi…).
    Purtroppo le soluzioni che proponi sono spuntate perché immagino che chi segue questo blog si astenga dalla violenza verbale o già le pratichi più o meno nella forma che hai suggerito.
    Esistono secondo te risposte istituzionali efficaci al fenomeno? (intendendo sia quelle portate avanti dai proprietari delle arene, sia dai legislatori). Ciao e saluti

    • Onestamente non vedo soluzioni, se non nell’educazione, intesa in senso ampio. Tutto sommato questi comportamenti sono il frutto di una improvvisa libertà mai sognata prima e non c’è “educazione” allo strumento; immagino che la maggioranza degli hater siano ignoranti di internet, non sappiano fare una ricerca seria su Google e così via. Forse (dico: ‘forse’) fra una generazione o due il fenomeno sarà scomparso da solo.

  • vedo alcune criticità nell’articolo:
    1- il punto 4), in apertura, parla di “spazi del decente”. io sono del tutto d’accordo, ma mi sembra una questione che sfocia nella morale. io credo da tempo che sia arrivato il momento di sganciare la morale dall’approccio religioso, perchè si generano corto circuiti, ancor più nel mondo cattolico;
    2- che il 63% delle azioni di odio in rete siano rivolte alle donne, che sono il 50% della popolazione, non mi sembra sconvolgente. c’è però da capire quali sono le intersezioni con gli altri gruppi, perchè per esempio del successivo 10,8% di omosessuali non è chiaro quanti siano omosessuali E donne, ed in che misura siano attaccati per la loro componente omosessuale e quanto per l’essere donna. insomma, mi pare una statistica interessante ma da prendere cum grano salis;
    3- sono completamente d’accordo con la Stahel, per quanto conti. e per questa ragione è ancor più importante che chi perseguita il prossimo in rete sia denunciato alle autorità. sarebbe poi opportuno trovare modi per facilitare e velocizzare l’intervento delle autorità;
    4- la parte sul “che fare” è piuttosto debole. prima di tutto chi ha la sensibilità sufficiente per rendersi conto del problema già non guarda certe trasmissioni tv. le azioni contro gli “urlatori” sono sempre dipendenti da una linea individuale, ed in un’epoca in cui si va dal considerare ragionevoli certi spettacoli infimi fino al sentirsi personalmente e profondamente offesi per una frase estemporanea forse male interpretata di uno sconosciuto troppo ne passa.

    insomma, è difficile, ma credo che bisognerebbe innanzitutto partire da quello che dico al punto 1…

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