La censura al “Foglio” e i 100 fuochi

Che vi piaccia o no l’idea, il quotidiano il Foglio è da sempre contro leghisti e grillini; hanno da mesi pronosticato questo governo dicendone peste e corna, solitamente con analisi molto lucide del loro direttore Cerasa e con articoli di fondo dell’ex direttore e fondatore Ferrara. Inoltre il Foglio si schiera da tempo per un partito riformista liberale, ha sostenuto e sostiene Renzi e in una simulazione di elezioni la redazione ha per l’80% dichiarato di votare PD o Bonino. Ora: tiriamo un bel respiro, sgomberiamo i campi dai cliché (che sono il colpo di pistola alla tempia del pensiero libero), smettiamo di ragionare su Renzi sì/no e via discorrendo per approdare a una conclusione parziale: il Foglio è stato, in questi mesi almeno, una voce alternativa al mainstreaming, sostanzialmente posizionata in un’area di centrosinistra (a vocazione liberale, ma ci sta) sostenitore delle riforme (inclusa, e fortemente, quella costituzionale persa il 4 dicembre ’16), avversaria del populismo. Parrebbe una posizione molto hicrhodusiana, anche se poi, togliendo lo sguardo dalle questioni politico-politiche per quelle, per esempio, politico-etiche, delle differenze le vediamo (Ferrara, non saprei dire se in nome di una linea editoriale condivisa o solo in nome proprio, è notoriamente anti-abortista, pro-vita, con idee sue sul pontificato e via discorrendo, il che a me sembra poco “liberale”, ma se fossi un vero liberale forse non lo penserei neppure…).

Insomma. L’editore del Foglio non ci sta più, è a disagio, e pubblica (è il padrone, lo può fare) il 9 giugno questo pezzo a favore del governo e come monito – vagamente censorio – per la redazione del quotidiano. 

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Ignoro se l’infelice titolo è voluto o è uno scherzo sarcastico della redazione (propendo per questa seconda ipotesi). In sintesi (ampia) l’editore dice:

Non si placa il forcing della maggior parte dei media italiani e soprattutto esteri contro il governo Conte. Dopo il giuramento al Quirinale del nuovo premier e dei suoi ministri ci si aspettava una tregua. Invece salgono di livello le critiche e gli sberleffi, come se l’esecutivo Lega-M5s sia destinato a frangersi entro poco tempo. Lasciando molti poteri e poltrone intatti. E ciò si spiega con la consorteria di interessi che unisce una parte della “vecchia’’ politica, la burocrazia finanziario-amministrativa e alcuni media. Li guida la convinzione che continuando a screditare il nuovo governo se ne acceleri la fine. […] Chi si mette così strenuamente di traverso al radicale cambiamento di metodo e di obiettivi del governo Cinque stelle-Lega sembra però ignorare che un’alternativa a medio termine è quasi impossibile. Dato che l’opposizione attuale, Pd e Forza Italia, appare sempre più destinata a essere insignificante, sia nei numeri che nei contenuti. Un declino che diventa anche un inaspettato collante per la maggioranza che sostiene il governo Conte. E più la maggioranza è ampia e unita, come hanno dimostrato i voti di fiducia al Senato e alla Camera, più le elezioni si allontanano, più si prospetta una stagione ben difficile per quel sottobosco burocratico, finora vero potere e piaga di questo paese, che imprenditori e cittadini subiscono da tempo. […] La “rivoluzione” più importante e temuta è però quella che investe soprattutto le gerarchie di potere del paese, dagli ex politici agli ex sindacalisti, sparsi in innumerevoli consigli di amministrazione di enti simil-privati e pubblici. La débâcle dei partiti tradizionali per l’incapacità di innovarsi, come aveva previsto Aldo Moro, ha portato la politica a diventare succube di tali gerarchie. E di fatto impotente, come dimostra l’inefficacia degli ultimi governi nel rispondere alle richieste dei cittadini. Se conveniamo che occorra cambiare un ambiente che negli ultimi anni ha reso oggettivamente difficile le attività degli imprenditori e ha peggiorato la vita di tante famiglie, è doveroso dare un’apertura di credito a un presidente del Consiglio e nel caso, a Giuseppe Conte, che nelle sue “Comunicazioni’’ al Parlamento ha esordito sottolineando che “il ruolo e l’autorevolezza di Governo e Parlamento non possono basarsi esclusivamente sugli altissimi compiti che ad essi assegna la nostra Carta fondamentale, ma vanno conquistati giorno dopo giorno, operando con ‘disciplina e onore’, mettendo da parte le convenienze personali e dimostrando di meritare tali gravose responsabilità’’. Poi si continui pure nelle metafore e nella iperbole, se divertono qualcuno, e giustamente si valuti con occhio critico ogni pur minimo passo di questo governo, ma comunque, dopo avergli riconosciuto la dignità che ha creduto di attribuirgli il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Questa è la posizione di molti che anche a sinistra strizzano l’occhio, o non lo strizzano ma vorrebbero farlo, a questo governo. Lasciamoli lavorare; non c’è alternativa; un cambiamento era indispensabile… Col solito trasformismo (ma ‘trasformismo’ è la categoria giusta? Sto pensando che potrebbero esserci verità ancora peggiori) si ignora tutto: l’inconcludenza del programma (pardon: “contratto”), l’eversività dei gesti e dei comportamenti, l’impreparazione dei nuovi governanti… Certo, staremo a vedere: cos’altro potremmo fare…

Tornando al Foglio hanno risposto sia Cerasa che Ferrara. Cerasa (il direttore) scrive, proprio in calce all’editoriale:

Valter Mainetti [il proprietario, NDR] ha le sue idee, il Foglio ha le sue. Al proprietario della nostra testata piace il governo e dispiace l’opposizione, il rumore che giudica aggressivo dei media. A noi dispiace il governo e piace l’opposizione che ancora non c’è, magari senza indulgere a stupidaggini, con il senso di un’alternativa che va cercata e non è scontato trovare. Ovviamente rispettiamo le idee di Valter Mainetti, che è libero di esprimere qui quando vuole, e lui ha sempre rispettato le nostre, la nostra storia, la nostra identità corsara, liberale, eccentrica, sempre aperta al pluralismo degli interventi e delle opinioni, mai incerta sulla necessità di dire le cose come le pensiamo. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi a registrare un dissenso, e a considerarlo parte del gioco. Sarebbe facile e conformista dire che i nostri padroni sono i lettori. No. Chi rischia capitali per tenere insieme la baracca è il professor Mainetti. E’ padrone di una comunità di ribelli disciplinati, che non hanno bisogno di provocare perché ciascuno si considera da sempre dipendente di un editore e padrone di se stesso.

A Cerasa si può aggiungere la voce tonante di Ferrara che spiega apertis verbis perché si debba combattere questo governo. Anche qui mi consentirete ampie citazioni dal suo pezzo del 10 giugno:

E se abbassano le tasse, con quei ragionamenti neoliberisti di Salvini, che ora predica il ricasco del profitto su crescita e occupazione? Io da sempre favorevole, invece pippa ovvero “no” come si dice a Roma. E se liberalizzano l’autodifesa legittima, alla quale sono da sempre incline? Pippa. E se riescono a farsi usare da Francia e Germania alternativamente per negoziare migliori margini in Europa per frustare la produttività in bambola di parte dell’economia italiana? Pippa. E se dopo tante chiacchiere razziste gestiscono l’immigrazione alla Minniti, evitano i respingimenti in mare, rassicurano con le parole e i gesti il paese timoroso e inquieto? Pippa. E se riescono a distinguere tra la produzione dell’acciaio, infrastrutture e le gite in biciletta? Pippa. E se usano un linguaggio non compunto, non mollacchione, scorretto, su questioni serie, evitando le trappole della caccia al negher e al culattone e alla famiglia disfunzionale che è la nuova convenzione? E se fanno del reddito di cittadinanza un veicolo di formazione e lavoro invece che di nero e assistenza? Pippa. E se bandiscono i telefonini dalle scuole, come pare sia gradito al nostro Matteo Dux? Pippa. E se Casalino riabilita il latino, il greco e un rigoroso insegnamento della matematica non depilata? Pippa. E se a colpi di maggioranza dimostrano che non c’è alternativa parlamentare e sociale al contratto e ai suoi notai? Pippa. […] Io sono contro per quel che essi sono, per quel che rappresentano, per come parlano e gesticolano, per i loro curriculum, per il loro cinismo primitivo, per la loro inesperienza e incompetenza […] ma anche nelle ipotesi più benevole, io sono contro non per quel che fanno, che sarà o niente o qualcosa di pessimo, ma perché sono loro. Montaigne diceva, per spiegare la sua amicizia amorosa per La Boétie, che aveva una sola causa: Lo amo perché è lui, perché sono io. Ecco, rovesciamo il paradigma, distinzione per distinzione il centro di una qualunque alternativa è qui, come per Trump: questi li vogliamo cacciare dal potere perché sono loro, perché siamo noi.

Perché ritengo importante questo piccolo avvenimento, capitato a un quotidiano di nicchia, assolutamente minoritario, probabilmente non nelle simpatie di molti lettori di questo blog? Perché è un segnale, un po’ come il licenziamento del direttore del Mattino (storia simile ma con esito più drammatico). Un segnale ancora isolato, frammentato, incerto, della strada da perseguire da parte di tutti coloro che non intendono strizzare alcun occhio a governo “giallo-verde” (ommioddio!), che sentono il pericolo del populismo eversivo, che vedono imminente il restringersi degli spazi di libertà, il diminuire della credibilità internazionale, il volgere in peggio delle condizioni economiche… Il segnale ha a che fare coi cento fuochi che si dovranno accendere: i democratici, i socialisti e i liberali; le donne, gli omosessuali e gli attivisti LGBT; i cattolici democratici, gli operatori del sociale e le ONG; gli ambientalisti, le comunità straniere, i giovani degli Erasmus… Questo governo calpesterà diritti e dignità, creando i presupposti per un’alleanza trasversale che va ben al di là delle ipotesi del “partito repubblicano” di cui si parlava in questi giorni. Noi tutti – intellettuali nel senso da poco scritto, quindi cari lettori siete tutti coinvolti – dobbiamo prepararci a questo nuovo, difficile ed “ecumenico” modo di pensare: forze sociali, prima ancora che politiche (e quindi anche una testata giornalistica come il Foglio) che dissentono, che guardano un nuovo e diverso orizzonte e – cosa totalmente inedita in Italia – sanno allearsi per vincere la più importante battaglia della nostra Repubblica: quella contro l’involuzione oclocratica, populista, proto-fascista del governo leghista-grillino.

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4 commenti

  • Dispostissimo a scendere in piazza se ce ne sarà il bisogno. Ma non credi (come scritto da qualcun altro) che la componente tecnica di questo governo, proprio perché intuitivamente (geneticamente?) antitetica alle sirene populiste, potrebbe portare a una sintesi accettabile? Intendo una sostanziale continuità solo condita da proclami da campagna elettorale permanente….
    Ciao e grazie

  • Ora, dire che il Foglio è “da sempre” contro i grillini posso essere d’accordo, ma sui leghisti credo che il discorso sia un po’più complesso. In tempi recenti saranno anche stati fan di Renzi, ma prima Il Foglio -e Ferrara in particolare- ha sostenuto per anni i governi di Silvio, di cui la Lega bossiana era componente fondamentale (e non mi pare che tra la Lega di Bossi e quella di Salvini ci sia questa differenza così abissale: stessa xenofobia, omofobia, stesso ipocrita richiamarsi a presunte “radici cristiane” da utilizzare per pura convenienza, e stesso giustificazionismo dell’evasione fiscale nordica). Anzi, ai tempi di Silvio Giuliano Ferrara conduceva un mini-programma su Rai1 chiamato “Qui Radio Londra”, in pratica un supplemento di propaganda filo-governativa dopo i trenta minuti quotidiani di Pravda del Tg1, allora diretto dall’indimenticabile Augusto Minzolini (oggi deputato forzista). Insomma, Ferrara è quanto di pià lontano si possa pensare dal pensiero liberale (e le sue idee sui temi etici giustamente ricordate nell’articolo lo confermano), almeno se con questo termine intendiamo in astratto l’indipendenza del giornalismo rispetto a un partito o a un Governo.
    Semplicemente, ora come ora c’è al potere un Governo illiberale sgradito alla redazione, mentre un tempo ce n’era uno altrettanto illiberale ma gradito. Del resto, è lo stesso pezzo di Ferrara a confermarlo: a lui non piacciono i grillini e i leghisti (di oggi, n.d.r.) per ciò che sono, mentre ciò che fanno gli può anche andar bene. Questo, a casa mia, si chiama nella migliore delle ipotesi pregiudizio, e razzismo nella peggiore. Personalmente aderisco al principio dell’etica hacker per cui le persone dovrebbero essere giudicate in base a ciò che fanno e dicono, non in base a ciò che sono: conosco ignoranti che si son tolti il pane di bocca per aiutare il prossimo.
    Infine, mi si conceda un commento all’articolo del “padrone”. Mi pare di un’ingenuità talmente grande che mi vien quasi da pensare che l’intera vicenda possa essere una geniale trovata pubblicitaria. Ma davvero Mainetti crede che il governo giallo-verde possa fare chissà quale rivoluzione tra gli apparati burocratici? S’è visto a Roma, che rivoluzione hanno fatto i grillini.

    • Tutto abbastanza vero. Mi permetta alcune piccole precisazioni. I leghisti ai tempi di Bossi e Berlusconi (mai piaciuti neppure allora, per essere chiaro) sono distanti mille miglia dai leghisti di Salvini. Le scelte “etico-morali” di Ferrara non mi piacciono e l’ho scritto. Ciò detto, dopo decenni in cui i democratici fanno gli schizzinosi, dividendosi su chi sia più puro nella sua sinistra perfezione, credo – posso sbagliare – che riunire tutte le forze disponibili sia necessario. Almeno dal punto di vista di chi, come me, crede vicino un disastro epocale per la democrazia. Il pensiero di Ferrara e di Cerasa oggi sono pensieri lucidi – e piuttosto isolati, a leggere in giro – e pertanto da valorizzare.

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