L’onda nera populista che travolge l’Europa

La Svezia ha rischiato grosso ma i populisti non hanno vinto; oppure, detto in un altro modo: in Svezia i populisti non hanno sfondato ma il loro innegabile successo mette in  crisi la governabilità di quel Paese e ci interroga sul futuro dell’Europa. La Svezia è il paese simbolo della socialdemocrazia vincente, quella che funziona e che accudisce i suoi cittadini dalla culla alla tomba; è il simbolo della tolleranza e dell’integrazione, della solidarietà e dell’inclusione. E infatti in Svezia gli extracomunitari sono indubbiamente molti, in percentuale, anche se non quanti in Austria e Germania. Certamente molti di più che in Italia.

Schermata 2018-09-10 alle 09.12.17Questo ci fa pensare a qualcosa di abbastanza facile da comprendere. L’intolleranza verso i migranti e sua sorella l’islamofobia sta attraversando il nostro continente a prescindere dal numero effettivo di presenze (come in Italia) e a prescindere dalla capacità dello stato di dare risposte concrete ed efficaci (come in Svezia). Ma c’è anche un’altra riflessione da fare: non si può parlare, genericamente, di “extracomunitari” (anche gli statunitensi lo sono, anche gli svizzeri…) né di “migranti” (anche prescindendo, per un momento, dal tema scottante dei rifugiati). In realtà la reazione è verso le presenze africane e medio orientali. Questo è il fatto. Pensiamo ai cinesi. Una delle comunità straniere più importanti ma poco osteggiata e, sempre più, corteggiata. Dei cinesi si sente parlare poco; raramente sono coinvolti in risse o manifestazioni di intolleranza; non si integrano facilmente, non prendono volentieri le nostre cittadinanze, lavorano come pazzi e sono rapidamente diventati da “cinesini” venditori di paccottiglia a imprenditori che comperano tutto quello che possono. Ovvio: tutta un’altra storia, altra cultura, enormi differenze nella patria di provenienza.

Il problema, insomma, va inquadrato in una dimensione sociologica più ampia. I migranti, che in nessun paese europeo costituiscono una minaccia agli stili di vita attuali, sono comunque percepiti come minacciosi per svariati motivi:

  • i musulmani sono sovente identificati come potenziali terroristi, o comunque come portatori di stili religiosi minacciosi, intransigenti, intolleranti; la questione del velo e del burkini, anche se raramente arriva a manifestarsi in forme eclatanti, viene percepita come una sottolineatura distintiva che procede in direzione contraria all’integrazione; e alla secolarizzazione delle nostre società occidentali;
  • i subsahariani spiccano, nei panorami delle nostre città, per i comportamenti asociali, o ritenuti tali; si vedono pochi “neri” nell’edilizia o nelle officine, e molti davanti ai supermercati a chiedere l’elemosina o a bivaccare nei bar non si sa bene Schermata 2018-09-10 alle 09.30.50in attesa di cosa… Si ignora il loro sfruttamento nelle campagne e si percepisce il loro ruolo di pusher; si ignora il fatto che molti di loro sono scolarizzati, all’incirca come gli italiani, e ci si lascia vincere dallo storico cliché del negro.

Insomma: fatti veri e falsi, percezioni in parte corrette e in gran parte distorte, come in tutti gli stereotipi, hanno creato un allarme che, semplicemente, non può più essere etichettato solo, semplicemente, banalmente, come falsa percezione, stereotipo errato o esagerato, ignoranza ed egoismo. Il fenomeno è diventato continentale; è in crescita; influenza pesantemente le politiche europee. Occorre dare una risposta seria.

In questo clima non può passare sotto silenzio l’intervista di Steve Bannon al Messaggero. Ci siamo già occupati di Bannon parlando di Cambridge Analytica, ed è senz’ombra di dubbio un personaggio inquietante, uno di quelli che muove fili, tesse trame, agisce per conto di terzi, si introduce – piuttosto platealmente – nei corsi politici dei paesi per influenzarne le direzioni. Un uomo a cui piace parlare, che si mostra, e ciò rivela molto, oltre che del suo ego, anche del potere che ha; un potere che può agire, almeno parzialmente, alla luce del sole, provocatoriamente.

Steve Bannon è a Roma per portare avanti il suo progetto politico, quel “The Movement” che punta a diventare la casa dei sovranisti e ambisce a scardinare l’Europa già alle prossime elezioni europee. L’ex stratega di Donald Trump spiega che “la nostra è una libera associazione, un club. Spingeremo per formare un gruppo unico populista al Parlamento Europeo. Ma conta di più – spiega in un’intervista al Messaggero – che i leader populisti, indipendentemente dai partiti, si incontrino prima dei Vertici europei, per prendere posizioni comuni” (fonte).

Potete leggere tutta l’intervista sul Messaggero o il suo sunto sull’HuffPost, ma il tema è chiaro: Bannon lavora per distruggere l’Unione Europe come la conosciamo, per cambiare gli assetti mondiali:

Portare tutti i populisti sotto lo stesso tetto: dall’Europa agli Stati Uniti al Sud America, Israele, India, Pakistan, Giappone, per rappresentare la genta comune ovunque sia guardata dall’alto in basso e abbandonata dalle elite. Il primo obiettivo è acquisire una leva alle Europee” […] “I populisti sono già al potere in Italia, Finlandia, Danimarca, Austria, nei 4 di Visegrad. Quella di Macron e Merkel è sempre più una visione minoritaria” […] Noi offriamo big data, sondaggi, expertise nelle strategie. Tutto gratis, su richiesta. Non imponiamo nulla.

Bannon offre potenti strumenti di manipolazione di massa, li offre gratuitamente, con un esplicito programma di distorsione delle coscienze popolari, di intervento sui processi democratici, di manipolazione delle democrazie.

Sappiamo che nulla è gratis. Facebook è gratis semplicemente perché il prodotto siamo noi, gli utenti. Anche l’aiuto di Bannon è “gratis”, per i populisti emergenti, perché il prodotto è la nostra libertà. Se c’è qualcuno scevro dal morbo del complottismo sono io; ma non pensare che Bannon si muova in nome e per conto di qualcuno sarebbe una sciocca e colpevole presunzione. Probabilmente non un “grande vecchio” che agisce nell’ombra accarezzando un gatto soriano; probabilmente per forze differenti, non sempre chiare e coerenti fra loro, ma questo progetto di gettare le democrazie liberali in pasto al populismo eversore ha senza ombra di dubbio delle finalità che devono spaventarci.

Noi, popolo, non possiamo maneggiare i big data, non comandiamo gli algoritmi di Facebook, non dialoghiamo coi potenti del mondo. Non possiamo contrastare Bannon, e chi c’è dietro, se non in un unico, esile, fragile e incerto modo: usando la nostra libertà, finché ci resta; pensando, ragionando, discutendo, criticando, verificando, valutando. Ciascuno di noi è alfiere della democrazia che vuole proteggere, e il tremendo banco di prova delle prossime elezioni europee saranno la prima linea di difesa, quella sulla spiaggia, destinata forse a essere travolta mentre si consolida la seconda linea nell’entroterra. Coraggio!

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