Sfiducia nei partiti e crisi della democrazia nel Venezuela prima di Chávez

Il momento attuale del Venezuela sembra essere l’avvio dell’epilogo di una fase tormentata della storia di questo paese che inizia 20 anni fa, con la vittoria elettorale di Hugo Chávez, il 6 dicembre 1998.

In tempi di crisi di legittimità della democrazia rappresentativa può essere utile anche per noi ripercorre la vicenda che condusse Chávez al potere, dal quale intraprese poi un’azione di smantellamento di un sistema politico che considerava corrotto ed antidemocratico. (Mi avvalgo a questo scopo soprattutto dei lavori della mia collega e politologa spagnola latinoamericanista Sonia González Fuentes, in particolare di “Desconfianza política: el colapso del sistema de partidos en Venezuela”, in Cornejo R. (a cura di), 2006, En los intersticios de la democracia y el autoritarismo: algunos casos de Asia, África y América Latina, CLACSO, Buenos Aires; “La izquierda en Venezuela: evolución y situación actual”, Quórum. Revista de pensamiento iberoamericano, núm. 22, 2008, pp. 61-71 Universidad de Alcalá Madrid, España)

Teniamo presente che Chávez era un militare e che nel 1992 fu protagonista di un frustrato colpo di Stato.

Ciò non gli ridusse la simpatia guadagnata pochi anni prima, nel 1989, quando insieme a pochi altri militari disobbedì all’ordine dell’Esercito di reprimere con le armi la protesta popolare contro il caro-vita, conosciuta come il Caracazo.

Con l’ascesa di Chávez si conclude un lungo periodo di stabilità democratica del Venezuela, una caratteristica peculiare di questa nazione caraibica in un continente dove, come è noto, nello stesso periodo vi sono stati numerosi golpes e regimi autoritari. 

La stagione democratica venezuelana comincia nel 1958, con il Pacto del Punto Fijo, poco dopo il rovesciamento del dittatore Marcos Pérez Jiménez. Il Patto è un accordo tra i partiti per garantire il normale funzionamento di un ordine istituzionale basato sull’alternanza politica tra forze diverse. Prende così forma un sistema prima moderatamente multipartitico e poi bipartitico, soprannominato Guanábana, dal nome del frutto che ha i colori dei due partiti predominanti: il bianco della Alianza Democrática (AP, di orientamento socialdemocratico) e il verde del socialcristiano Comité de Organización Política Electoral Independiente – COPEI. 

Il meccanismo di governabilità instaurato dal Patto dura all’incirca fino al 1993. In questo arco di tempo i contrasti politici vengono diluiti grazie ad un metodo cooperativo reso possibile da un accomodamento sostanziale tra i partiti che partecipano indistintamente ai frutti del potere. AP e COPEI si impadroniscono della vita sociale, istituzionale e politica avvicendandosi al governo secondo la legge del premio-castigo da parte di un elettorato che si rivolge ora all’uno ora all’altro per esprimere disapprovazione verso l’ultima esperienza di governo.  

Tra il 1963 ed il 1989 tutti i governi uscenti sono stati bocciati nelle elezioni. Il voto popolare si è mosso come un pendolo ed i due partiti hanno di fatto convissuto in modo pacifico con programmi abbastanza simili, agendo più che altro come centri di organizzazione e distribuzione del potere. Le divisioni tra loro hanno avuto scarsa rilevanza politico-ideologica ed anzi i leader hanno sempre evitato la precipitazione delle tensioni mediante un sistema di tipo consociativo al quale hanno comunque preso parte anche altri attori importanti come le associazioni imprenditoriali (Fedecámaras), i sindacati (Confederación de Trabajadores de Venezuela), le Forze armate e la Chiesa.  

Come corollario di questo stato di cose, è mancato in quegli anni un progetto di sviluppo del paese di ampio respiro. La politcs ha oscurato le policies. La continuità dello schema di funzionamento della democrazia venezuelana in genere viene associata ad un’erronea gestione politica della principale ricchezza del Venezuela, il petrolio, che ha assicurato abbondanti risorse ma dal quale sia l’economia che lo Stato sono dipesi largamente. Grazie alla rendita petrolifera, si è costruito per la via della spesa pubblica uno Stato accentuatamente paternalista che si è dedicato a dare soddisfazione alle domande sociali mediante la distribuzione di benefici – spesso filtrati da vincoli di tipo clientelare –ai diversi settori della società. Il consenso ai partiti veniva dalla complicità tra le élite governanti e la popolazione che a cambio di benessere (e a una realistica aspettativa di miglioramento sociale) consentiva che quelle si mantenessero nella loro posizione. L’elettorato li distingueva per ragioni affettive e di utilità  più che per diverse opzioni programmatiche.

Con tutto ciò, alla lunga il sistema non poteva non incubare la sua crisi. Questa arriva con il peggioramento della situazione economica che inizia a farsi sentire negli anni ‘80, quando si combinano discesa del prezzo del petrolio, svalutazione, inflazione e debito pubblico. Seguono poi una serie di misure di aggiustamento strutturale ispirate alle ricette liberiste del Consenso di Washington che provocano un forte malcontento, senza però che la classe politica sia capace di riforme strutturali per risanare l’economia e la gestione pubblica. Nel secondo governo di Carlos Andrés Pérez, tra il 1989 e il 1993, scoppia una rivolta popolare a Caracas (da qui il nome Caracazo), con violenze e saccheggi poi soffocati nel sangue, con centinaia di morti. In questo periodo ci sono anche due tentativi di colpo di stato (il primo di Hugo Chávez) e alla fine del suo mandato il presidente che in campagna elettorale aveva promesso di riportare il paese ai fasti degli anni ’70, quando il prezzo del petrolio era alle stelle, viene destituito con l’accusa di malversazione di fondi. 

In quegli anni la frustrazione per le cattive condizioni economiche si trasformano in senso di abbandono, di tradimento, di risentimento verso i partiti tradizionali, anche per l’emergere di notevoli scandali di corruzione. Le elezioni del 1993 sono un chiaro momento di svolta. Viene eletto Rafael Caldera, un politico della vecchia guardia ma che si presenta come indipendente, sostenuto da un partito appena fondato, Convergencia Nacional, cui si alleano il vecchio Movimiento al Socialismo ed altri partiti minori. AD e COPEI invece franano, perdendo il 65,75% dei voti il primo, e il 56,81 l’altro. 

Il meccanismo utilitarista di scambio con l’elettorato che aveva dato a questi partiti un ruolo centrale per alcuni decenni gli si rivolge ora contro. Nei cinque anni successivi non si assiste ad una loro ripresa, la sfiducia anzi cresce ulteriormente per l’incapacità di dare risposte, di mutare il corso degli eventi. Si consolida così una grande maggioranza di votanti frustrati che inizia a considerare i partiti come tali la causa principale del disagio.

Il raffronto tra 4 sondaggi d’opinione tra il 1973 ed il 1998 mostra chiaramente il processo di logoramento della fiducia nei confronti dei partiti tradizionali.

Fuente: González Fuentes 2006

Anche il comportamento elettorale evidenzia il brusco declino della coppia storica della democrazia venezuelana, AD e COPEI, tuttavia al loro crollo non fa seguito un ricambio dello spettro dei partiti. Si affermano piuttosto personaggi senza legami con la partitocrazia che basano il loro successo su caratteristiche personali e che si avvalgono di piattaforme elettorali create ad hoc e che coagulano consenso attorno ad una retorica antisistema, laddove il sistema è identificato con i partiti. Alcuni di questi nuovi leader vengono da esperienze di governo locale, come nel caso Henrique Salas Römer, Governatore del Carabobo e di Irene Sáez, ex Miss Universo, sindaca del Comune di Chacao, fondatrice di un partito proprio (con il suo stesso nome, IRENE) per partecipare come candidata alle presidenziali nel 1998.

Quell’anno, alla fine di una dura campagna elettorale, gli unici due contendenti alla carica di Presidente sono appunto figure indipendenti – Henrique Salas Römer e Hugo Chávez Frías –, mentre i sondaggi danno come sicuri perdenti i candidati inizialmente appoggiati da AD e COPEI (i quali poi otterranno, rispettivamente, lo 0,42% e 2,82%). 

Tratto da González Fuentes 2006

Chávez viene eletto con il 56% dei voti, la seconda percentuale più alta in 40 anni, mentre AD e COPEI, che all’ultimo momento avevano ripiegato su Salas Römer, escono definitivamente sconfitti. 

È difficile soppesare le diversi motivazioni che convergono nel trionfo di Chávez, sta di fatto che l’ex militare golpista non era un improvvisato, aveva un progetto-paese di vasta portata che palesò con la proposta (incostituzionale, in quanto non prevista dalla Costituzione vigente del 1961) di convocare un’Assemblea nazionale costituente per rifondare la Repubblica e creare un nuovo ordinamento giuridico. Per Chávez il Pacto del Punto Fijo era un «pacto de élites» che aveva negato al popolo l’accesso al potere ed edificato uno stato oligarchico e corrotto.  In un modo quantomeno irrituale, Chávez stesso manifestò tutto il suo disprezzo per l’istituzionalità democratica che lo aveva preceduto nell’atto di giuramento come Presidente della Repubblica (esattamente venti anni fa, il 2 febbraio 1999):

“Giuro davanti a Dio, giuro davanti alla Patria, giuro davanti al mio popolo che su questa moribonda Costituzione darò impulso alle trasformazioni democratiche necessarie perché la Repubblica abbia una Carta Magna adeguata ai nuovi tempi. Lo giuro”.

Al di là dell’adesione popolare più o meno convinta o consapevole alle idee chaviste che avrebbero poi dato vita alla rivoluzione bolivariana, lo stile ed il discorso di Chávez si coniugavano bene con l’insofferenza della popolazione verso il sistema tradizionale. Scrive González Fuentes (2006):

il disincanto provocato dalla frustrazione delle aspettative e delle domande ha condotto alla ricerca di alternative extra-partitiche da parte degli elettori. E questo in un contesto nel quale i partiti ufficiali non sono credibili ed esiste un desiderio di castigarli che non trova nella lealtà al partito il limite che ci si potrebbe aspettare. Questi personaggi emergono ai margini del sistema politico come emanazione della volontà popolare al di sopra dei partiti politici e come salvatori della nazione, proponendo, a guisa di escatologia secolarizzata, una politica di redenzione.

Per concludere, è utile sottolineare alcuni aspetti della vicenda che ha portato Chávez al potere. Il leader carismatico, con la sua narrazione populista e antisistema non è diventato protagonista per la forza persuasiva di una proposta politica. Nei quattro decenni del Punto Fijo la democrazia dell’alternanza aveva permesso alla volontà di cambiamento di trovare un canale di espressione. Quando però questo meccanismo si è inceppato, non trovando la popolazione differenze sostanziali tra i partiti e non riscontrando mutamenti economici significativi nel passaggio da un governo all’altro, la frustrazione ha spinto le masse a rivolgersi altrove, a ricercare o a rendersi disponibili a strappi istituzionali, alle suggestioni dell’azione collettiva sotto la guida del leader. Non sorprende più di tanto, quindi, che nell’inchiesta Redpol del 1998 la maggioranza delle risposte abbia dichiarato di preferire la democrazia ad altri sistemi ma che, allo stesso tempo, un ex militare golpista sia risultato eletto come presidente. È proprio in casi come questi che si mette in luce una concezione generica o elastica della democrazia. L’elettorato ammette modelli molto diversi che etichetta ugualmente come democratici, senza per questo avere in mente un viraggio autoritario. D’altra parte, molti dei politici e dei partiti di sinistra che inizialmente appoggiarono Chavez nel tempo sono andati ritirando il loro appoggio al chavismo.

I partiti sono stati gli artefici della stabilità democratica del Venezuela e la loro parabola segna la cesura tra il ciclo 1958-1998 e la rivoluzione bolivariana. Nel ventennio chavista il regime non ha certo favorito la rigenerazione dei partiti e lo sviluppo di corpi intermedi indipendenti. In questi anni, però, non vi sono notizie che parlino di un’opposizione che sia riuscita ad unirsi intorno ad un credibile progetto di futuro e che abbia recuperato il favore della popolazione. Da questo punto di vista, l’interrogativo centrale che bisogna porsi, ora che la fine di Maduro sembra più vicina, è su quali basi potrà poggiare la ricostruzione del paese, quale classe dirigente potrà condurre la transizione democratica.