Dove va l'editoria italiana?

Sono anni, ormai, che tutti noi siamo abituati ad ascoltare periodicamente il de profundis per la cultura italiana, intonato di volta in volta per il cinema, il teatro, l’Opera e, più spesso ancora, per la letteratura. In Italia non si legge, dicono e diciamo tutti, accusando la scuola, la TV, i Social, gli smartphone, i videogames, insomma qualunque cosa, eccetto (di solito) una: l’industria editoriale. Strano, no? Quando, che so, si vendono meno frigoriferi, l’industria degli elettrodomestici riesamina criticamente se stessa, non se la prende (faccio per dire) con i consumatori che ricorrono sempre più alle ordinazioni di cibi a domicilio anziché comprare surgelati.

Invece, quando si parla di vendita di libri, mi è capitato molto più spesso di vedere le crisi del settore imputate alle condizioni socioeconomiche complessive del paese o al destino cinico e baro piuttosto che all’industria che quei libri produce, distribuisce e vende. Tanto che, qualche settimana fa, io stesso ho scritto un atto di autoaccusa confessando che se oggi è praticamente impossibile guadagnarsi da vivere facendo lo scrittore la colpa è esclusivamente e interamente mia. Se librerie ed edicole chiudono, se scrittori e giornalisti fanno la fame (o, più realisticamente, vivono di altri mestieri), se le piccole case editrici spariscono e quelle medie vengono assorbite dalle poche grandi, la responsabilità è mia che non leggo, e non spendo, abbastanza.

Ma, esattamente, qual è la situazione del settore editoriale? In questo post restringerò l’analisi al solo settore dei libri, attingendo elementi e dati dal Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2019, aggiornato ai dati di consuntivo 2018 e pubblicato come ogni anno dall’Associazione Italiana Editori (ne trovate una sintesi qui). Proverò a commentare alcuni degli elementi per me più interessanti, fermo restando che c’è molto altro.

Il mercato complessivo del libro è in crescita, ci dice l’AIE, sia pure modesta (+0,7% il fatturato complessivo, che diventa +1,8% se includiamo anche la stima delle vendite di Amazon, che nel 2018 sarebbero cresciute di quasi il 20% rispetto al 2017). Tuttavia, guardando i dati un po’ più da vicino vediamo che:

  • A crescere è sostanzialmente l’editoria educativa, mentre la cosiddetta “varia” è in calo (circa -1%);
  • All’interno della varia, cala progressivamente il peso della narrativa per adulti, mentre cresce quello della saggistica (che è l’unico genere a vendere più copie che nel 2017) e dei libri per ragazzi;
  • Nella varia, inclusa la narrativa, aumenta il numero di titoli pubblicati, ma diminuisce la tiratura media, secondo una tendenza di lungo periodo che dal 1990 al 2018 ha fatto rilevare un calo del 64% del numero di copie stampate in media per ogni titolo. Secondo le rilevazioni Nielsen rese note a dicembre scorso, il 91% dei libri pubblicati dagli editori medio piccoli vende meno di 100 copie;
  • Mentre nel complesso il prezzo di copertina medio dei libri pubblicati nel 2018 è cresciuto del 3,8%, quello dei libri di narrativa è calato dell’1,1%.

Insomma, a me pare chiaro che il settore della narrativa per adulti sia in declino, non tanto ovviamente per i risultati del 2018 (che sembra peraltro siano compensati da un migliore andamento del 2019), ma per la tendenza di medio-lungo periodo, parzialmente controbilanciata dalla narrativa per ragazzi e per “giovani adulti”. A questo declino della fiction tradizionale si affianca quello, speculare, dei canali di distribuzione tradizionali: come si vede nei due grafici qui sotto, le grandi case editrici e le librerie “fisiche” controllano una parte sempre meno dominante del mercato: la vendita online (cui va aggiunta Amazon) e gli editori medio-piccoli, quelli almeno che riescono a non chiudere, crescono e stanno erodendo progressivamente le vecchie rendite di posizione.

Fonte: AIE, Rapporto citato
Fonte: AIE, Rapporto citato

Qualcosa però non si spiega: in questo quadro ormai consolidato da anni di un settore stagnante, a bassi profitti e con pochi lettori “forti”, perché pubblicare tanti titoli? Com’è possibile che per una piccola casa editrice sia conveniente pubblicare libri di cui vende meno di 100 copie? Come fa ad ammortizzare i costi di creazione, produzione, promozione di un prodotto che frutta forse mille o duemila euro di ricavi lordi?

La risposta, probabilmente, è che quei costi gli editori sempre più li fanno pagare agli autori. La moltitudine di aspiranti scrittori è tale, che il mercato si è rimodellato: se la domanda dei lettori è scarsa, e l’offerta degli scrittori è sovrabbondante, la soluzione è… spostare il rischio d’impresa sugli scrittori, così come in un altro articolo abbiamo visto che i giornalisti sono ormai comunemente dei freelance anziché dipendenti. Gli scrittori investono su se stessi, sia in termini economici (pagano agenti, editor, a volte le case editrici stesse), sia in termini di tempo e lavoro (ad esempio, è ormai la regola che l’autore di un libro sia anche il principale se non l’unico promotore del libro stesso, e credo che tutti noi frequentatori dei Social possiamo testimoniarlo). Insomma, come scrivevo nell’articolo che citavo all’inizio, quella dello scrittore non è più una professione: è diventata o un costoso hobby, riservato a chi può permetterselo, o una rischiosa, forse involontaria e in genere poco redditizia attività imprenditoriale, in cui lo scrittore investe con ben poca speranza di ottenere un “ritorno” proporzionato al suo impegno.

Ora, per chi, come me, non è un addetto ai lavori, è difficile sfuggire alla sensazione che questa sia una situazione alla lunga instabile, o, come si dice in Fisica, metastabile: che basti cioè uno scossone per innescare una trasformazione radicale del modello industriale dell’editoria. In fondo è già accaduto in tanti settori, quando le rendite di posizione tradizionali non corrispondevano più alla reale catena del valore: l’abbiamo visto nelle telecomunicazioni, nella musica, nella TV, nel turismo, e lo stiamo vedendo nel settore bancario, con a comune denominatore la disintermediazione. Ci sono segnali che una simile trasformazione possa, almeno in parte, verificarsi a breve nell’editoria? Forse sì, ma dovremo occuparcene in un prossimo articolo.

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