Montanelli e il Colonialismo

Era inevitabile: l’onda del violento attacco alle statue di personaggi “moralmente indegni”, sviluppatasi a partire dalle proteste antirazziste seguite all’omicidio di George Floyd ma da quell’episodio ormai largamente indipendenti, è arrivata a lambire la nostra periferica Italia, risollevando la “questione morale” dei trascorsi in Eritrea di Indro Montanelli, raffigurato in una statua nei giardini di via Palestro nella “sua” Milano.

Del perché questa iconoclastia del politicamente corretto sia un pericolo e una spia di un illiberalismo profondo ha scritto qui pochi giorni fa Claudio Bezzi in un post al quale non aggiungerei una virgola. Se quindi torno sull’argomento, pochi giorni dopo, è solo per cogliere l’amaro paradosso che la discussione su Montanelli ci offre, e che forse non tutti hanno riconosciuto.

Eh sì, perché se è certamente vero che Montanelli, da giovane ufficiale dell’Italia fascista, partecipò a una spedizione colonialista, compiendo atti coerenti con l’ideologia che quel colonialismo sottendeva (atti di guerra veri e propri, sopraffazioni varie, ma anche qualcosa che oggi definiremmo violenza carnale su minore) e che noi contemporanei troviamo senz’altro inaccettabili, chiediamoci quale sia oggi la natura delle proteste di coloro che di Montanelli vorrebbero la damnatio memoriae, e magari tacciano di “rivoltante revisionismo” (o peggio) l’articolo che Beppe Severgnini, che fu suo allievo al Giornale, ha scritto per difenderne il diritto alla memoria.

Una statua non è una patente di moralità, ma il riconoscimento pubblico da parte di una società del contributo eccezionale dato da una persona in campo professionale, artistico, politico o anche militare. Si tratta di una valutazione civile e storica, non morale e astorica. Uno dei motivi per cui il colonialismo è oggi per noi inaccettabile è che presupponeva la superiorità di una civiltà “avanzata” su quelle “arretrate”, con la pretesa di cancellare di queste ultime la storia, i valori, l’autonomia. Se il fascismo del Ventennio pretendeva di imprimere sull’Abissinia imperiale i connotati culturali e ideologici di Roma, oggi coloro che vorrebbero abbattere l’immagine di Montanelli sono, in realtà, i nuovi colonialisti. Al rilievo civile e professionale che gli italiani contemporanei di Montanelli gli riconobbero, pur nelle controversie d’opinione, vorrebbero oggi sovrapporre, come dicevo, un giudizio non già di merito ma morale e astorico, degno di uno Stato Etico, negando dignità e valore all’Italia di ieri in nome di una presunta superiorità ideologica e morale della “loro” Italia di oggi. Questo colonialismo del passato è, ahimè, tipico del totalitarismo tanto quanto i cori di “Faccetta nera” intonati dai giovanotti in orbace poco meno di un secolo fa.

Invito quindi tutti i nostri lettori a non lasciarsi tentare da queste forme distorte di political correctness, e a trattarle per quello che sono, ossia scorrettissima, illiberale, unilaterale sopraffazione ideologica. E dobbiamo forse rimpiangere che a contrastarle non possa esserci la tagliente penna di un Indro Montanelli.