Non mi interessano le pene esemplari, ma pretendo l’annullamento civile e politico dei violenti

Siamo un blog razionalista. E io ho fatto molteplici volte voto di razionalità, scrivendone proprio qui. Ma una cosa è fare un voto, altra cosa è essere ascoltati da san Wittgenstein (o san Cartesio, o san Galileo, chi vi pare) e quindi essere esauditi. E io non lo sono, e spesso e volentieri sento le budella contorcersi per la stupidità, l’ignoranza, l’intolleranza, la totale mancanza di ragione da parte dei miei simili. E mi sale una rabbia che non vi dico. E allora cosa faccio, io, pover’uomo? Ma almeno lasciatemi sfogare qui su Hic Rhodus, diamine, che semmai qualche pacca sulle spalle (virtuale) la ricevo da qualche lettore.

La rabbia di oggi è scaturita da un fatterello a ben pensare secondario, nel senso che ne accadranno di simili decine tutti i giorni senza ricevere gli onori della cronaca, e secondario anche perché riguarda un paio di persone, mica tutta la nazione, mica tutto l’Universo! E probabilmente per questo, invece, scatta l’empatia, perché la vittima ha un nome e un cognome, e una storia, e il lettore (in questo caso io) si identifica…

I fatti: Beatrice Ion, nazionale italiana di basket paralimpico, di origini rumene e di cittadinanza italiana, è stata aggredita con insulti e minacce (sia per l’origine straniera che per la disabilità) e suo padre, intervenuto, è finito all’ospedale, pare con uno zigomo rotto. Da quello che leggo sui quotidiani non è stato individuato l’aggressore (gli aggressori?).

Il presidente del Comitato Paralimpico, Pancalli, nell’esprimere solidarietà, ha scritto fra l’altro:

Questi individui dovrebbero svolgere per almeno un mese attività di volontariato in una società sportiva paralimpica. Una simile esperienza potrebbe insegnare loro il rispetto e la convivenza civile.

Pancalli è ovviamente un ottimista con scarse conoscenze psicologiche o sociologiche. Chi aggredisce, con parole irripetibili e coi pugni, una giovanissima disabile e suo padre, se ne sbatte tranquillamente i coglioni (scusate il francesismo) di un mese di “volontariato” in una società che, per lui, è piena solo di handicappati disprezzabili. Ci vuole di più, molto di più, e in un senso differente da quello, ottocentesco, che intendeva la pena come rieducativa. O, se voi siete ancora figli di Beccaria, diciamo che al vago, lontano, improbabile obiettivo rieducativo vanno aggiunte altre salvaguardie sociali.

Posso quindi riprendere alcune riflessioni fatte negli anni, che prima di tutto riassumo: in relazione ai delitti devono vigere non solo i codici civile e penale, ma anche una riflessione sui diritti di cittadinanza del reo e, in particolare, sui suoi diritti politici attivi e passivi. Quando fra il serio e il faceto, lamentandoci di certi comportamenti, commentiamo su Facebook “quelli votano…”, stiamo in realtà dicendo una cosa sacrosanta: in una società sovraffollata, ipercomplessa, con il fiato sempre più corto per riuscire a districarsi fra economia, diritti, culture, globalizzazione (e virus), è indispensabile che i cittadini che eleggono il Parlamento siano il più possibile depurati da figure incapaci e indegne, che eserciterebbero un diritto che non sono più disposto a riconoscere loro (ne ho scritto QUI). La mia opinione, detta in parole poverissime, è questa: se sei un bastardo razzista picchiatore, oltre alle pene previste dal Codice, devi essere escluso da ogni possibilità di votare o di essere eletto. Idem se sei stato riconosciuto responsabile di uno stupro, di una rapina sanguinosa, delle molestie a un bambino, e decidete voi dove mettere un punto e a capo, perché io altre trenta o quaranta cose ancora le aggiungerei alla lista. Tale sospensione dei diritti politici può essere a termine (dieci anni…) o perpetua, a seconda della natura e gravità del crimine.

Personalmente l’aggressore di Beatrice Ion mi fa talmente rabbia, lo ritengo talmente al di fuori dei necessari requisiti minimi per appartenere alla mia comunità, che suggerirei pure la sospensione della patria potestà (immaginate come educa i figli costui), il braccialetto elettronico con obbligo di dimora e spostamenti solo per lavoro (così non va a molestare altre persone), e in quanto al volontariato: non certo un mese e non certo fra altri disabili, come suggeriva Pancalli, ma un paio di annetti a strappare erbacce dalle siepi, tutte le domeniche, mi parrebbe più utile a quella comunità che è così facilmente disposto a ferire.

Devo aggiungere una questione (anche questa già trattata da me qui su HR): dell’obiettivo riabilitativo delle pene me ne infischio altamente in questi casi. Capisco la riabilitazione del ladro; capisco la riabilitazione dell’omicida; capisco benissimo la riabilitazione del truffatore. L’errore di un momento, in seguito a una quantità di condizioni che hanno portato un individuo a commettere un certo crimine, devono certamente far riflettere sul recupero di un cittadino che deve avere la possibilità di ripensare al suo delitto, riflettere sulle sue cause, pentirsi, ravvedersi, tornare a essere un cittadino fra gli altri.

Ma il disprezzo per la dignità, per la persona in quanto tale, la capacità sopraffattrice, la determinazione a far soffrire, il desiderio di annullare il prossimo, pongono il reo fuori dal patto che come comunità faticosamente cerchiamo di rispettare. Su questo tema, in un altro post, ho anche affrontato il tema della pena di morte

Tutti i delitti di intolleranza, tutti quelli che hanno a che fare con l’abuso, l’esercizio della prepotenza, il tentativo di annullare l’altro, devono prevedere l’allontanamento del reo dalla comunità dei cittadini.