Povera Cuba

Cuba infelice, povera e specialmente sola. Dopo la tremenda crisi succeduta alla caduta del regime sovietico e all’interruzione degli aiuti russi (lo chiamarono periodo especial, a me lo ha raccontato un amico cubano, ingegnere; uscire di casa la mattina per cercare un tozzo di pane e tornare stremati a casa la sera, spesso con nulla), oggi la pandemia ha dato un colpo mortale all’economia dell’isola bloccando il turismo, una delle poche fonti di guadagno in un paese che esporta i migliori sigari del mondo, del buon rum e sostanzialmente null’altro. Povera e sola perché Obama aveva promesso aperture che facevano ben sperare, ma poi è arrivata la doccia fredda di Trump; perché il Venezuela di Maduro aiutava l’isola, ma adesso anche qui c’è la crisi e le sanzioni statunitensi. Perché prima, almeno, c’era Fidel, lider màximo, poi il fratello, meno carismatico ma forse più temuto, mentre adesso è presidente Miguel Díaz-Canel, che di carisma ne ha davvero poco. Díaz-Canel è nato nel 1960 e ha un curriculum di perfetto dirigente comunista da sempre nell’apparato. Lo sbarco della Granma avvenne nel 1956… L’epopea dei barbudos è precedente; il lettore europeo può faticare a comprendere come i cubani di un paio di generazioni fa siano potuti passare attraverso decenni di privazioni, stato poliziesco, fame e umiliazioni continuando a osannare Castro, Camillo Cienfuegos e Juan Almeida. La madre del mio amico cubano aveva sul comodino la foto del Papa e quella di Fidel. Ma come è passata la generazione dei rivoluzionari originari, così è passata la generazione dei cubani che vissero la rivoluzione. Oggi alla guida di Cuba c’è una figura opaca, e i giovani cubani scendono in piazza perché esasperati.

A Cuba si fanno file di ore per comperare un pezzo di pane o l’immancabile “poïo” (pollo), base della poverissima dieta cubana; i mezzi di trasporto sono arcaici, l’energia elettrica spesso interrotta; i contagi da coronavirus in aumento e malgrado il vaccino autoprodotto, solo un quarto della popolazione risulta vaccinato, mentre gli ospedali non reggono ormai più la pressione pandemica.

Quindi in piazza. Per la prima volta da decenni migliaia di manifestanti, un po’ ovunque nell’isola, sono scesi in piazza a manifestare la loro frustrazione, con immediata risposta del regime che ha mobilitato le proprie milizie contro i “controrivoluzionari” e ha arrestato alcuni intellettuali.

Biden – ovviamente – si è affrettato ad appoggiare i manifestanti (una mossa scontata che va nel novero dell’improvvisazione emotiva di Biden in politica estera); ha avuto facile gioco il presidente cubano a replicare chiedendo l’immediata fine dell’embargo: “Togliete l’embargo… e vedremo di cosa è capace questa gente”, ha detto. “Di cosa hanno paura? L’esempio di Cuba? Di cosa può fare Cuba con maggiori possibilità economiche?”

Il nodo cubano, la sua interminabile crisi, può a mio avviso essere spiegata in pochi e semplici tratti:

  1. ogni svolta epocale, ogni rivoluzione, ha delle cause, un’evento epifanico che diventa mito, poi un inevitabile e lento declino: col confronto con la realtà, con le conseguenze che provoca, col passare del tempo e il venire meno, per le nuove generazioni, del legame con le origini rivoluzionarie; a Cuba la spinta rivoluzionaria che faceva stringere la cinghia, e i denti, ai coevi di Fidel, non esiste più da decenni, e il popolo vuole pane, libertà, diritti;
  2. nell’epoca di Internet la repressione diventa difficile; le informazioni corrono sui social e il popolo può conoscere verità scomode e mobilitarsi velocemente;
  3. essere comunisti nel Novecento poteva essere interessante, e perfino vantaggioso, a metà del secolo scorso (va ricordato che la rivoluzione castrista non fu una rivoluzione comunista, ma al massimo vagamente socialista; furono gli Stati Uniti a gettare Cuba nelle braccia dell’Unione Sovietica, con la solita lungimiranza); oggi è un assurdo storico; le ondivaghe concessioni dei Castro non sono servite a nulla, ma loro erano i Castro; oggi un regime che volesse sopravvivere dovrebbe stracciare le vesti del comunismo e aprire al commercio, alle libertà di espressione, alla mobilità; perché non lo fa? Perché perderebbe enormi privilegi. E così marcia verso la rovina come decine di regimi totalitari e ottusi prima di lui.
  4. Ma un enorme errore lo compiono anche gli Stati Uniti, che sotto questo profilo non sono cambiati con Biden; all’ottusità del regime comunista cubano si contrappone l’ottusità storica degli americani nei confronti di Cuba; oggi gli USA potrebbero comperarsi l’isola con un tozzo di pane: fine dell’embargo, aiuti economici, libera circolazione delle persone: il regime di Díaz-Canel verrebbe spazzato via nel giro di un paio di anni, i cubani tornerebbero a vivere e gli americani, oltre ad ottenere un paradiso a pochi chilometri, farebbero per una volta la cosa giusta: esportare la democrazia non con le armi e gli embarghi, ma con la democrazia in sé, con il benessere e le libertà che implica.

Fonti:

Segnalo infine, in italiano: