Rehab. Come guarire da Facebook

Cosa fate alla fermata del bus? Mentre aspettate la cena? Alla macchinetta del caffè in ufficio? Tirate fuori lo smartphone e guardate gli “aggiornamenti di stato”: chi ha scritto cosa su Facebook, chi vi ha risposto su Twitter, chi vi ha messo un like su Instagram. E se avete un minuto ancora scrivete qualche altra sciocchezzuola, un commento al volo, una battuta scherzosa… Qualche volta, e solo qualcuno di voi, mette invece ragionamenti complessi su Facebook, informazioni serie su Twitter, ma se non siete un personaggio politico noto, un giornalista o giù di lì, quei ragionamenti seri sono letti dalla solita cricchetta dei vostri 10, 20 pensosi par vostro e, diciamo, fanno categoria a parte. Per ragioni in buona parte note, la grande diffusione dei social, questo loro potere di connetterci, scivola con grande prevalenza sullo sciocchezzaio quotidiano, sulla leggerezza, il maritozzo rigurgitante panna fotografato al bar prima di morderlo, ovviamente cani e gatti, qualche panorama (addirittura tramonti per gli sfacciati) per dire guardate che bel posto, io sono qui e voi no, marameo!

Salvo gli iscritti passivi, che postano raramente (in genere i più anziani, arrivati tardi e senza un perché su queste piattaforme), e i più giovani che esprimono giovanilismo feromonico scrivendo sciocchezze a rotta di collo, gli utenti medi (diciamo, indicativamente, dai 30 ai 50 anni) esibiscono prevalentemente il loro Ego; gli intellettuali pubblicano foto dei libri che leggono (sempre cataste immani, da dubitare che li leggano), i benestanti dei viaggi, i gourmet delle loro ricette, i fotografi dei loro scatti… e tutti, assolutamente tutti, urlano IO! Io che ho scattato questa bella foto (like, like, cuoricino, like…), Io che leggo questi libri da intellettuale (like, like, cuoricino, like…), IO porcapaletta che mi sono arrampicato su questo dirupo faticando le proverbiali sette camicie e rischiando la pelle, solo per postare questo selfie (like, like, cuoricino, like…).

Ci sono naturalmente delle eccezioni, rare e da cercare col lanternino, ma solitamente direi che il 90% delle persone usa in questo modo i social.

Le conseguenze di questa penetrazione dei social sono note da tempo, e le recenti rivelazioni sui comportamenti di Zuckerberg e di Facebook mostrano perversioni e colpe già da tempo sospettate. I social, sostanzialmente, sviluppano l’edonismo egotico infantile negli individui; isolano; esasperano i pregiudizi; contribuiscono a fissare e diffondere il falso; manipolano le menti. Ora, io lo so che voi siete diversi; voi, cari lettori di Hic Rhodus, siete immuni da tutto ciò. Quando voi postate il cibo che state per mangiare, non lo fate mica per egotico desiderio di apprezzamento, ma per un banalissimo gioco innocente; quando voi vi fate un selfie non c’è nulla di male, nel vostro caso, e semplicemente scimmiottate – consapevolmente – una simpatica moda giovanile; quando mostrate il libro (coltissimo, proprio di nicchia) non lo fate minimamente per esibire un vostro desiderato riconoscimento intellettuale ma per informazione bibliografica ai vostri amici, e se postate la partecipazione a un convegno, mostra, jam session è solo per rendervi disponibili a discuterne con intenditori, e non certo per esibire la vostra figaggine. Lo so. Ma a parte voi, carissimi lettori di Hic Rhodus, tutti gli altri fanno quelle cose per motivi infantili e narcisistici.

Io ho preso coscienza pian piano di tutto questo. Mi sono accorto che scrivevo cose spiritose per cercare l’effetto umoristico e ricevere degli apprezzamenti; che fotografavo ciò che mangiavo per ricevere degli apprezzamenti; che facevo commenti un po’ su tutto per ricevere degli apprezzamenti. Ed ero lieto di riceverli, e deluso se ne ricevevo pochi. Mi sono accorto, in sostanza, di essere un ragno al centro della ragnatela, e tutto era finalizzato a intrappolare nella rete qualche like. Poi ho alzato lo sguardo, e ho visto che – accidenti! – non era la mia ragnatela! C’erano milioni di ragni ognuno in attesa del like e del cuoricino, perché la ragnatela era di Zuckerberg e altri par suo.

Ho deciso di abbandonare il gioco.

Lentamente – il percorso di riabilitazione è lungo – ho chiuso il mio account Twitter (circa 5.000 follower), quello Instagram, il mio canale YouTube (circa 400 iscritti) e ho iniziato a lavorare su Facebook. Dai 2.000 follower sono arrivato a 45. Mi sono cancellato da tutti i gruppi e ho tolto l’app dallo smartphone. Ancora mi manca l’ultimo miglio ma non posto più nulla nel mio profilo. Diciamo che sono vicino a un punto di equilibrio: tramite Facebook controllo due pagine e due gruppi, e sono luoghi di riflessione professionale o politica (come la pagina Hic Rhodus) che posso pensare siano nicchie, eccezioni, che peraltro coinvolgono molteplici altre persone e non posso semplicemente chiudere. Non al momento, poi vedremo. Alle persone che in queste settimane ho pian piano cancellato, ho mandato una lettera cortese di scuse, dichiarando che il fatto non era personale, ovviamente, e consegnando loro email e numero di telefono, invitandole a rimanere amici senza virgolette, e a sentirci di persona, quando uno dei due lo desiderava, per fare due chiacchiere reali (a dire il vero, al momento nessuno mi ha chiamato né io ho sentito il bisogno di farlo).

Adesso, alla macchinetta del caffè, ragiono sulle cose da fare; alla fermata dell’autobus penso (al mondo, alla vita, all’amore…) e sulla tazza del gabinetto leggo un libro. È stato un po’ come smettere di fumare: i primi giorni non sapevo bene cosa fare, prendevo in mano lo smartphone e cercavo l’applicazione per aprire Facebook e controllare il mio stato… poi mi ricordavo che sostanzialmente non ce l’ho più, quello stato, e comunque non ho più l’app. Rimettevo malinconicamente in tasca l’apparecchio sentendo che mi mancava qualcosa, che avevo una bella battuta da scrivere, un bel panorama da condividere, un’indignazione da comunicare, un vuoto da riempire. Ora comincio a stare molto meglio. Faccio altre cose, il mio cervello è quasi disintossicato. Probabilmente mi fermerò qui. Ormai sono senza social; se devo scrivere qualcosa lo scrivo sul blog Hic Rhodus; i pareri politici estemporanei sul gruppo Facebook Codice Giallo, quelli professionali (della mia comunità di pratiche) raramente sul gruppo Rete della Valutazione. Questi due gruppi non consentono battute frivole, selfie e post della mia cagna, e nessuno dei partecipanti va oltre. Sono gruppi un po’ frigidi, oggettivamente, e va bene così. Le foto (mi piace fotografare) le tengo per me e, al massimo, le faccio vedere a mia moglie per un parere. Per il resto? Cerco di vivere.

Buongiorno, mi chiamo Claudio e non mi faccio di Facebook da un mese.