Tre catastrofi al prezzo di una

Ragioneremo poi meglio, e semmai ci consoleremo con la netta sconfitta di Salvini o – per chi è di quell’area – con il successo di Calenda (non esaltante, ma neppure trascurabile). A caldo io vedo tre enormi problemi democratici, che propongo in ordine di importanza.

Il non voto (più di un terzo di elettori ha disertato le urne) è un inquietante campanello di allarme democratico. In quell’enorme numero di nostri concittadini c’è certamente qualunquismo, apatia, disinteresse, ma c’è soprattutto disillusione, stanchezza, rifiuto per un sistema politico cieco e sordo, che fa della cecità e della sordità un metodo politico. Andando a braccio, e solo nell’ultima legislatura, abbiamo visto i più stravaganti governi parlamentari, uno il contrario dell’altro, con forze politiche che li hanno attraversati tutti; l’incapacità ad eleggere un nuovo Capo dello Stato (per la seconda volta); l’incapacità a trovare un Capo del Governo, la conseguente necessità di cercarne uno fuori dal Palazzo, e poi – trovatolo eccellente – il suo licenziamento con un calcio nel culo mentre all’estero lo si proclamava statista dell’anno. Il varo di leggi costituzionali demenziali come il dimezzamento dei parlamentari, senza la capacità di prendere provvedimenti seri e necessari come una decente legge elettorale (che pure si erano impegnati solennemente a fare). Eccetera. Insomma: perché andare a votare se non si può scegliere chi mandare in Parlamento, e per quel po’ che si può, almeno a grandi linee, poi la scelta è disattesa dai programmi dimenticati, dalle scissioni e dai voltagabbanismi, dalla rincorsa di fanfaluche, dalle alchimie esoteriche incomprensibili agli elettori? Eppure non cambierà niente, eppure tutto continuerà come in mondi separati. Non è che i leader dei partiti non capiscano che ci sia un problema; è che sono impotenti, perché anche loro sono dominati da forze autodirette, incontrollabili. Domani ragioneremo sui risultati e ci saremo già dimenticati di questa massa di non elettori, ma sbaglieremo: non hanno votato, ma sono i nostri amici e vicini, i nostri colleghi e fornitori, gli artigiani, i professori, i medici e i giovani che non riescono proprio a mandare giù questo mondo alieno. Se non è un problema democratico questo…

Il Sud si dimostra (ancora una volta) un mondo a parte. Lo straordinario successo decretato al M5S, con Conte acclamato come il nuovo Masaniello dell’assistenzialismo parassitario. C’è una sottile vena eversiva in questo risultato che coniuga indissolubilmente il populismo sgangherato delle origini grilline a quello, fintamente di sinistra, della gestione Conte: la vena eversiva è nel senso attribuito, da tanti elettori (in tutta Italia, ma massicciamente al Sud), alla politica e quindi allo Stato: un ruolo sussidiario, paternalista, distratto, presente quanto basta per dare, assente quanto serve per non chiedere. Il voto al M5S si è configurato al Sud come voto di scambio, e sovrapporre la mappa del voto a quella del disagio, della scolarità, della disoccupazione ma anche del lavoro nero, etc., rivela molto delle ragioni del loro successo (insperato, tant’è vero che in casa 5 Stelle si considerano “vincitori” anche se hanno meno che dimezzato il risultato del 2018). Anche questo è un grosso problema, perché il risultato di Conte è frutto del pensiero prepolitico: milioni di cittadini che hanno uno scarso senso di appartenenza alla nazione, alla comunità, al senso di responsabilità, che oggi hanno urlato a Conte “padre del reddito di cittadinanza”, ma domani, con estrema facilità, potranno esaltarsi per un altro capopopolo (ricordate Achille Lauro? E Ciccio Franco? E i vergognosi presidenti di Regione “di sinistra” che navigano da queste parti?). Lo sviluppo del Mezzogiorno sarà sempre e solo uno slogan, se per cittadini ai loro rappresentanti politici tutto si trasforma in farsa personalistica.

Il PD e il disastroso risultato elettorale apre una diversa riflessione. Un partito nato male, accrocco di forze, personalità e valori differenti mai ben amalgamati, gestito da una classe dirigente mediocrissima, guidato da segretari politici pessimi (incluso il buon Letta, che non ne ha azzeccata una). Il PD ha regalato gli operai e le periferie alla destra, l’egualitarismo ai 5 Stelle, il riformismo liberale a Calenda e Renzi. Perfino la litania di genere (le compagne e i compagni, le donne e gli uomini, le bambine e i bambini…) è stata scippata da Meloni, prima donna leader in Italia e probabilmente prima donna Presidente del Consiglio. Ancora in questo preciso momento l’anima riformista non si capisce cosa resti a fare, schiacciata dall’ottusa cecità della preponderante anima populista, quella che voleva Conte e a Conte continua a guardare. A parte i problemi per il PD in quanto tale, c’è un conseguente problema per il Paese. Di fronte al dilagare della peggiore destra occorrerebbe una barriera forte, coerente, razionalista, riformista, con valori e programmi chiari e una leadership forte; pure perdente, certo (si concorre alle elezioni e si può perdere, non è un dramma), ma capace di mostrare un percorso, una meta, un orizzonte verso il quale dirigersi. Questa barriera non c’è. Non c’è alcun partito, a “sinistra”, che abbia la forza, la coerenza, la visione per costruire un movimento, un flusso, un montare di idealità e progettualità che possa essere guida (se non oggi, domani) al governo e fronte al declino. Il M5S resta una forza populista e infida; Calenda e Renzi hanno avuto un risultato discreto ma non esaltante, e sono comunque un partito di opinione, non di massa. Era dal PD che ci si doveva aspettare la capacità, la sagacia, la forza per diventare polo aggregante della sinistra riformista, ma ha ampiamente dimostrato di non essere in grado. Il risultato è un grave vulnus democratico; manca una credibile alternativa alla destra, manca una visione sostitutiva, una leadership differente, una credibilità diversa. Anche la destra è divisa e sgangherata, ma ha vinto. Sgangherati e vincitori significa vincitori; sgangherati e perdenti significa solo sgangherati.

Poi, con calma, ragioneremo su tutto il resto. Forse qui su HR, forse a cena con gli amici, potremmo ragionare su questo:

  • quanto durerà un governo di destra con anime e programmi così diversi e irreali?
  • Salvini sarà cacciato a furor di popolo leghista; la Lega dopo Salvini sarà più moderata? I Giorgetti e i Fedriga si prenderanno il partito, aprendo la strada a una possibile diversa soluzione parlamentare?
  • Forza Italia è ago della bilancia (al Senato); ma se Dio Onnipotente consiglierà la pensione al buon Berlusconi, che c’ha un’età (e speriamo ovviamente che gli doni gioia e salute per altri lunghi anni), i superstiti continueranno a fare i vassalli di Meloni, o si accorgeranno che tutta l’area liberale in Italia (e in Parlamento) vale un bel 15%?
  • Il Reddito di Cittadinanza sarà probabilmente abolito o profondamente cambiato; e gli elettori di Conte ne saranno delusi. Dove si rivolgerà la loro rabbia?
  • Il confronto nel PD è già iniziato. Vincerà Bonaccini? Vincerà Schlein e il populismo filo-contiano? O è venuta l’ora di separarsi?
  • Calenda e Renzi hanno quasi l’8%, che comunque è una bella partenza per l’annunciato progetto Renew Europe; ce la faranno a non fare casino? Troveranno un equilibrio, la capacità di concorrere per una comune visione liberal-riformista?

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