Il campo largamente minato del PD

Un’ampia fetta di PD – con loquaci dirigenti e capi corrente in testa – continua a pensare che i democratici debbano allearsi con il M5S di Conte. I soli rappresentanti di Base Riformista (Bonaccini, per intendersi) sono restii, e propongono una visione politica liberal-riformista che guarda verso Calenda e Renzi.

Nell’idea neo-populista di Letta, Boccia, Orlando, Zingaretti, Emiliano e tanti altri, “la sinistra” può vincere unita, e in questa sinistra, oltre ovviamente a Sinistra Italiana e Verdi, Articolo 1 e altri frammenti della galassia massimalista post comunista e vetero ambientalista, ci starebbe anche Conte.

Ovviamente io non ho la più pallida idea se nelle teste di questi dirigenti dem ci sia solo una furbissima provocazione, una genuina disperazione, un’autentica convinzione o cos’altro. Una cosa io penso con solida base argomentativa: il M5S è un movimento populista, e per ciò stesso protofascista. Se non vi piace “protofascista” (è una tesi che ho ampiamente argomentato in lungo e in largo qui su HR), allora diciamo qualunquista, che mi piace meno perché non esprime la natura pentastellata, la visione del mondo che incarna. I 5 Stelle sono giustizialisti, statalisti, anti-istituzionali (e in ciò latamente eversori),  euroscettici, antiscientifici e complottari, poco inclini all’atlantismo, e sto certamente dimenticando molte altre deliziose peculiarità. Voglio sottolineare come ciascun aggettivo or ora usato è ampiamente supportato da evidenze, leggi fatte nell’ultima legislatura, prese di posizione indicate nel programma e così via. 

La pretesa inclinazione “a sinistra” dell’ultimo Conte è con tutta evidenza una farsa. Dopo avere lavato le mutande a Salvini controfirmando ogni porcheria del Capitano, dopo avere governato col PD “di Bibbiano”, con un crollo verticale dei consensi, Conte si è semplicemente accorto che cavalcare le proteste al Sud, la richiesta di assistenzialismo, il pacifismo peloso di chi, semplicemente, vuole farsi gli affari suoi e avere il gas russo, l’ambientalismo generico del “No” a tutto (alle trivelle, ai rigassificatori…), si rivelava vincente. Quelle battaglie evocate da Conte all’ultimo miglio non sono una strategia democratica “di sinistra”, ma logiche convergenze di un populismo geneticamente oppositore ed eversivo, strutturalmente anti-sistema, capace solo di opporre istanze generiche (no guerra, sì reddito; no rigassificatori, sì bonus) a problemi complessi e gravi.

Certo, analoghe istanze sono fatte proprie anche dalla sinistra radicale: l’ambientalismo, il pacifismo, la protezione dei cittadini dal rischio di povertà, l’uguaglianza, sono storici temi di sinistra. Andando alle radici del pensiero populista, e di quello post comunista, le differenti radici si vedono eccome; ma quelle radici sono lontane, sono materia accademica per sparutissimi gruppi intellettuali che ne scrivono su riviste che nessuno legge. Quelle radici, oggi, fungono da alibi, da incerta indicazione retorica, e avendo perso il senso della strada che dalle radici ideologiche antiche arriva agli slogan ipersemplificati contemporanei, ecco che si percepisce la sovrapposizione sintattica degli slogan pentastellati e quelli “di sinistra” (sintattica; ché la semantica s’è persa).

Mentre posso capire (capire sociologicamente, intendo), il giovane del Sud, la casalinga anziana di Perugia, il disoccupato milanese, che si lasciano abbagliare dalla sintassi ugualitaria, pacifista, assistenziale di Conte, e lo votano credendo di votare “a sinistra”, non posso accettare che tale medesimo abbaglio accechi i dirigenti dem. Non voglio neppure pensare che sia un “abbaglio” e inclino a credere che sia mero tatticismo, posizionamento personalistico, opportunismo di corto respiro. In caso contrario dovrei ritenere tutti loro una massa di emeriti imbecilli, ed è meglio che non ci stia a pensare troppo, perché la tentazione è forte.

Tutta la genesi grillesca del M5S, l’evoluzione dimaiana, e l’epilogo contiano, sono lì a urlare la carica sostanzialmente di destra delle pulsioni di base di questa forza politica e del suo più fedele elettorato. Conosco le obiezioni, la gente “di sinistra” che l’ha votato darebbe una medesima impronta al Movimento; baggianate. Dovremo andare a capire cosa significhi, per tante persone, autodefinirsi “di sinistra”, e perché abbiano considerato appetibile un manifesto eversivo, autarchico, verticista, esclusivo, non leggendone gli evidentissimi strabordamenti nella confusione “sociale” propri del pensiero massimalista di destra.

Poiché scrivo queste cose da quando il M5S era ai suoi albori, prima dei successi elettorali del 2013 -18, non aggiungerò altro. Per quanto mi riguarda la politica non è semplice sintassi (gli slogan profferiti; le dichiarazioni ai giornali) ma semantica e pragmatica; chi vuole può vedere da sé cosa sia il M5S, chi non vuole capire, alla fin fine, affari suoi. La mia personale conclusione è che una parte del PD è già ampiamente infettata dal populismo qualunquista, massimalista, rozzo e ignorante del grillismo, anche nella versione contiana. Resiste una parte di democratici consapevoli, e desiderosi di riformare il partito il senso liberale. È discussione di questi giorni. Io personalmente spero che la storia di questo PD sia all’epilogo. Che si tratti di trasformazione congressuale (ci credo poco) o di scissione o altro mi importa poco. Mi importa poco anche che il M5S travestito da partito “di sinistra” catturi nella sua orbita i partitini post comunisti ed eventualmente, in seguito, ciò che resta del PD. È nelle cose (la Storia insegna) che anche un raggruppamento di discreta importanza numerica, guadagnata con slogan sciocchi e improvvisati (sintassi) ma senza lettura delle reali dinamiche sociali alle quali dare risposta (semantica), è destinato a sgonfiarsi. Il popolo deluso volterà le spalle a Conte e ai dem, e si rifugerà in parte nel nuovo capopolo nel frattempo emerso, o nell’astensione, mentre una piccola parte, rinsavita, guarderà alle proposte socialdemocratiche, riformiste e liberali.