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Il cesarismo renziano all’epoca della crisi di rappresentanza

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O Captain! My Captain! rise up and hear the bells; Rise up-for you the flag is flung-for you the bugle trills; For you bouquets and ribbon’d wreaths-for you the shores a-crowding; For you they call, the swaying mass, their eager faces turning (Walt Whitman)

Sì, Renzi è un leader decisionista, arrembante, poco incline alla mediazione. Semplificare l’atteggiamento renziano come “berlusconiano”, “democristiano” o addirittura – come a chiare lettere denunciato dalla minoranza PD – “di destra” è inaccettabile e privo di qualunque consistenza logica, come ho scritto un po’ di tempo fa qui su HR; liquidare il suo atteggiamento come cesarismo dispotico, mera comunicazione senza costrutto, improvvisazione demagogica, può avere indubbiamente un fondamento, ma solo parziale, e non aiuta ad andare molto avanti nell’analisi. Ancora una volta per capire cosa accade occorre uno sguardo diverso e non ideologico,

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Quel magico decennio, 25 anni fa, quando tutto iniziò ad andare a rotoli

 

“Sì, scrivere come si pensa è una bella cosa,” rispose Pococurante; “è il privilegio dell’uomo. In tutta la nostra Italia si scrive unicamente quel che non si pensa; gli abitanti della patria dei Cesari e degli Antonini non ardiscono avere un’idea se prima non gliene dà licenza un domenicano” (Voltaire, Candido).

Quando ero bambino (un sacco di anni fa, sì), tutto andava abbastanza bene: c’erano le mezze stagioni; il cinematografo era un divertimento meraviglioso; ci potevamo permettere la carne una volta a settimana ma mia mamma, grande cuoca, sapeva appagarci tutti i giorni; la guerra in Europa era un ricordo e di lontane guerre in posti sconosciuti si sentiva a malapena parlare in TV. Chi ce l’aveva. Naturalmente i miei genitori erano preoccupati per il confronto nucleare fra i blocchi, la crisi di Cuba etc., ma io che ne sapevo? Questo è durato a lungo. Sono cresciuto con l’impagabile lotta politica fra democristiani e comunisti, con l’idea degli italiani brava gente e dei poveri negri come sono trattati male in America, l’idea del crescente benessere e del boom (di bambini e di PIL), le prospettive di un mercato comune europeo, addirittura! Poi, più tardi, gli hippie, la guerra del Vietnam e Canzonissima, ma sì, tutti assieme mescolati in un unico spettacolo pirotecnico che si ammirava da lontano: tragedie e commedie, tutte assieme, in ben due canali televisivi!

Poi è accaduto che questo finto cerchio di innocenza si spezzasse.

I giapponesi sanno benissimo cosa sia il bidet, e altri 10 cliché veri o falsi

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Di ritorno da una breve vacanza a Tokyo, e anche dietro affettuosa sollecitazione del buon Bezzicante che mi ha descritto come “in missione per conto di Hic Rhodus”, ho deciso di scrivere un breve e (per una volta) disimpegnato post “di viaggio”, e nel farlo ho pensato di ispirarmi al titolo di un fortunato post dello stesso Bezzicante. Il Giappone infatti è così lontano ed estraneo da essere oggetto, nel nostro immaginario, di numerosi luoghi comuni, alcuni veri e altri meno. Piuttosto che annoiarvi con una specie di diario o di guida alla capitale del Giappone, vi inviterei invece a ripercorrere con me dieci + uno cliché sul Giappone, per verificare se, in questa mia breve esperienza, si siano dimostrati fondati o no. Ovviamente, i luoghi comuni che sceglierò saranno quelli che io stesso, in qualche modo, portavo con me nel mio bagaglio di preconcetti, come è in fondo inevitabile, e le osservazioni che riferirò sono relative alla mia piccolissima esperienza pratica raccolta in pochi giorni nella sola Tokyo (il resto del Giappone è certamente molto diverso dalla capitale). Cominciamo?