Orfani delle Magnifiche Sorti e Progressive

Questo post parlerà del dibattito in corso sulla legge elettorale ma non prenderà una posizione sulla proposta Renzi. Non sarà un post politico ma sociologico e quindi lo potete leggere sia se siete renziani sfegatati sia se siete ferocemente anti-renziani. Perché vuole rispondere alla domanda: Renzi o non Renzi, è possibile una riforma elettorale equa e largamente condivisibile? La risposta, anticipo, è un sonoro “No”, e dopo avere spiegato perché “No” cercherò di precisare un punto di vista, forse un po’ eccentrico, su come fare per rendere propositiva anche questa risposta negativa.

Devo partire da lontano, e precisamente dal trasformarsi dei partiti. La forma-partito classica, quella comunque evocata quando si usa il termine |partito|, ha a che fare con:

  • un orizzonte valoriale (o, se si preferisce, ideologico) che indica uno sfondo, un Grande Ideale, l’obiettivo ultimo (per esempio il comunismo e il liberalismo);
  • una pragmatica politica, ovvero i modi concreti per camminare verso quell’orizzonte (quali politiche sociali, economiche e del territorio, quali alleanze internazionali, quali azioni concrete intraprendere per raggiungere gli obiettivi del precedente punto);
  • la rappresentanza di interessi popolari specifici che si coniugano con i due precedenti punti: per esempio – nel ‘900 – gli interessi materiali delle classi subalterne nelle ideologie socialista e comunista e quelli dei ceti produttivi nelle politiche liberali (che erano appannaggio di diversi partiti).

La rappresentanza degli interessi popolari entra chiaramente in crisi assieme e in conseguenza al complessificarsi della società occidentale, inclusa ovviamente quella italiana sia pure con suoi percorsi particolari. Alle classi sono subentrati i ceti, ai ceti i gruppi e le comunità. Oggi ciascuno fa parte di molteplici “comunità” (territoriali, professionali, culturali, ludiche, religiose…) e presenta istanze compatibili con ciascuna di esse ma non necessariamente coerenti fra di loro.

Le ideologie e le loro pragmatiche sono evaporate velocemente alla fine dello scorso secolo lasciando orfani una moltitudine di disillusi. Guardiamo quant’è tutto diverso oggi, per esempio osservando l’eterogeneo movimento No-Tav per cogliere come si sommino ideologie e anti-ideologie, egoismi NIMBY assieme a slanci di auto-determinazione… Oggi i “Grandi Ideali” sopravvivono come simulacro idealizzato; non più il cuore oltre le barricate di intere generazioni ma piccoli insiemi di idee pragmatiche tenute assieme da collanti deboli: l’accento sull’uguaglianza contro quello della libertà, che sopravvivono in forme ambigue, contraddittorie e mai completamente chiarite nei partiti che si etichettano “di sinistra” rispetto a quelli “di destra”, salvo rilevare che nella pratica non c’è una chiara corrispondenza fra “etichetta”, conseguenze pratiche, linguaggi (un’analisi approfondita, che vi invito a leggere, l’ho scritta un po’ di tempo fa su MenteCritica).

L’emergere dei livelli meso (locali, o di piccoli gruppi) e micro (individuali) si scontra con un livello istituzionale (e quindi macro) progettato in Italia quasi settant’anni fa in quel diverso clima che ha prodotto anche le forme-partito tradizionali, ovvero un clima di collettività, responsabilità nazionale, uguaglianza che, se mai è realmente esistito, è ben presto evaporato nell’illusione del boom economico degli anni ’50 e ’60, nella palude del centro-sinistra in particolare degli anni ’70 e ’80 fino al crollo con Manipulite e il tremendo ventennio berlusconiano. Ma la Costituzione italiana, e tutte le nostre istituzioni e regole democratiche, sono pensate in ottica di garanzia di una collettività che oggi si disconosce, è frammentata, scomposta su piani differenti e non dialoganti; istituzioni che non sembrano più in grado di reggere l’impatto del nuovo clima culturale, sociale e politico del Paese; si pensi alla farraginosità del bicameralismo perfetto, alla piaga della giustizia ipergarantista soffocata da miriadi di leggi contraddittorie, alla scuola primaria, antico vanto a livello internazionale dopo la riforma egualitarista degli anni ’50 e ora – nel complessivo sistema scolastico nazionale – non in grado di formare adeguatamente i giovani… Oggi ci troviamo nel turbine della società liquida, della complessità nichilista, della globalizzazione degli anni 00, stretti in una società formale (quella delle leggi, delle istituzioni, della politica tradizionale) impaludata nella metà del ‘900.

Non sono fra quelli che rimpiangono i bei tempi antichi. Non per questo devo esaltare i discutibili tempi moderni…

Il combinato disposto di quanto precede (istituzioni ancorate nel ‘900 in un epoca di complessità frammentata) pone ciascuno di noi (prego notare che non ho scritto “tutti”, ma “ciascuno”) di fronte a un bivio molto semplice da rappresentare:

  • vivere l’attualità con la passione novecentesca delle appartenenze: all’epoca erano i comunisti e i fascisti, oggi semmai sono “i piddini” e “i grillini”… Anteporre appassionatamente una verità (la propria) a qualunque argomentazione; perseguire orgogliosamente l’esclusione (vivendo nel piccolo gruppo di appartenenza contro tutti gli altri) piuttosto che l’inclusione (allargando spazi, linguaggi e idee verso quelli altrui);

oppure

  • vivere l’attualità col pragmatismo del laico civile: comprendere che col tramonto del Novecento sono tramontate le Grandi Verità, i Grandi Ideali, Le Magnifiche Sorti e Progressive. Siamo orfani dei cuori oltre l’ostacolo, della bella morte, di bella ciao, di meglio morti che rossi, dei compagni che sbagliano. Il West è già stato conquistato e i milioni di entusiasti per le ideologie affascinanti del ‘900 sono sepolti assieme ai loro figli e ormai anche ai loro nipoti. Oggi occorre pragmatismo che significa, in fin dei conti, solo questo: capire cosa serve al netto della sovrastruttura passionale. Scegliere fra alternative ciascuna delle quali fornisce vantaggi e svantaggi, distribuendo gli uni e gli altri in maniera differente fra le persone senza che queste differenze siano ricomponibili.

Il cuore oltre l’ostacolo significa identità; appartenenza; passione; sacrificio… Tutte cose bellissime e romantiche che sono però speculari della rigidità concettuale, della scarsa disponibilità all’adattamento; sono sempre state così, ma questa rigidità era compatibile coi blocchi delle grandi potenze e la guerra fredda, con la tv in bianco e nero guardata dai vicini ricchi, con la villeggiatura a Riccione e coi fotoromanzi sui quali le servette sognavano. Non lo sono più nell’epoca di Internet dove troviamo tutte le verità e tutte le bugie mescolate assieme, nell’epoca in cui faccio prima ad arrivare a Shanghai da mio figlio che non dal mio amico Tullio a Rende, nell’epoca dell’individualismo nichilista dove tutto sembra a portata di mano ma poco mi è concesso. Il cuore oltre l’ostacolo è roba buona per vecchi nostalgici, conservatori in pensione d’idee.

Il pragmatismo del laico civile è disciplina interiore, poche emozioni, ricerca di uno sguardo ampio, capacità di scelta senza rimpianti, valutazione dell’efficacia delle politiche. Le passioni dobbiamo riservarle all’eros, alla poesia, all’avventura, all’amicizia, all’ideazione innovativa, mentre il pragmatismo freddo deve guidare la nostra razionalità nelle scelte pubbliche. Perché le scelte “pubbliche” riguardano tutti, mentre le passioni sono private. Pretendere di farsi guidare da passioni private per perseguire azioni pubbliche porta inesorabilmente e immediatamente allo stallo, al confronto armato, perché ciascuno ha le proprie passioni e non può riconoscere, quale obbligo collettivo, le passioni altrui.

A questo punto Renzi e il suo incontro con Berlusconi, e la bozza presentata alla Direzione PD (il 20 Gennaio) possono essere lette alla luce della passione o alla luce della ragione. Alla luce della passione l’incontro è stato scandaloso, per molti insopportabile o almeno inopportuno. E non solo alla luce del curriculum inglorioso di Berlusconi, ma anche del pericolo di un accordo fra i due maggiori partiti a scapito della rappresentanza dei più piccoli, della reale possibilità di scelta dei cittadini, etc. etc. Alla luce della ragione, forse, l’analisi potrebbe essere differente e considerare il fatto che una legge così importante non può essere fatta a colpi di maggioranza, che se il secondo partito ha come leader un pregiudicato è gravissimo ma – oltre a sperare che nove milioni di cittadini rinsaviscano – c’è poco da fare, e così via. Alla luce della passione il meccanismo elettorale può sembrare sbagliato, calpestatore di questo o quel diritto e garanzia, ma alla luce della ragione (alla luce, cioè, dell’analisi degli attori in gioco e dei loro poteri, del disastro nazionale, dell’urgenza e di una priorità stabilita – da Renzi almeno – nella governabilità) si potrebbe ritenere la proposta ragionevole, almeno come base di partenza. Sempre ammesso, naturalmente, che i partigiani di questa o quella ipotesi critica abbiano preso realmente visione della proposta nella sua forma definitiva (quella illustrata da Renzi in Direzione PD lunedì 20 Gennaio).

Un paese con 60 milioni di partiti ha poco da scegliere. Come i commissari tecnici della nazionale, anche i partiti politici sono, di fatto, uno per ogni cittadino italiano. Solo obtorto collo accettiamo di aggregarci un minimo in partiti, partitini e movimenti, salvo aprire subito una corrente, una fazione più o meno esplicita, maturare un tradimento e un cambio di casacca… L’individualismo esasperato degli italiani e la storica capacità a dividere e disperdere il capitale sociale politico, non ci lascia molte alternative: impossibile trovare un accordo largo. Aggiungete la follia italiana dei “diritti acquisiti” per i quali qualunque aggregato di cittadini può vantare un qualche improbabile “diritto” inalienabile, intoccabile, immarcescibile. Aggiungete la sindrome NIMBY, questa non solo italiana, certo, ma qui da noi esasperata da mafie, camorre, lobby, forconi e antagonisti vari. Aggiungete l’orlo del precipizio che è lì che ci chiama a sé e rende furiosamente urgente fare un passo lontano dall’abisso. Fatti un po’ di conti? Allora i miei conti mi portano a questa semplice conclusione:

  • io – uno dei 60 milioni di partiti politici in Italia – ho chiara in mente la miglior legge elettorale per il Paese: maggioritario a doppio turno come descritto da tempo da Sartori;
  • poiché gli altri 60 milioni meno 1 di partiti la penseranno in altri modi, e sarà impossibile trovare l’armoniosa sintesi che tutti appaga, ho un piano B (bisogna sempre avere un piano B): mi va bene qualunque legge che garantisca la governabilità per 5 anni, senza salti della quaglia e inciuci, col massimo possibile di scelta da parte del popolo e col massimo possibile di diritto di tribuna per le minoranze. Ho usato volutamente la dizione “massimo possibile” in un paio di casi; il massimo possibile non garantisce completamente tutte le possibili scelte popolari né completamente tutti i diritti delle minoranze. Come qualunque altra scelta.

La conclusione generale di questo post vale oggi per Renzi e la sua proposta elettorale ma vi invito a leggerla come tema generale così sintetizzabile: la complessità sociale non è un gioco a somma zero dove si potrebbe trovare un equilibrio perfetto se solo si volesse, se solo non fossero tutti farabutti, se solo… È invece un processo con molte variabili, non tutte note, dove si toccano sempre gli interessi di qualcuno, le preferenze di qualcun altro e così via; compito della politica è agire nel massimo beneficio possibile con criteri argomentabili e dimostrabili senza restare impigliata nella mortale melma dell’ideologismo.

Beh, almeno è facile da dire, no?

5 commenti

  • Perché non provare a leggere quello che dice la Corte? Il resto sono chiacchiere: “Tali disposizioni violerebbero gli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, Cost., che stabiliscono che il suffragio è «diretto» per l’elezione dei deputati e dei senatori; l’art. 48, secondo comma, Cost. che stabilisce che il voto è personale e libero; l’art. 117, primo comma, Cost. in relazione all’art. 3 del protocollo 1 della CEDU, che riconosce al popolo il diritto alla «scelta del corpo legislativo»; e l’art. 49 Cost. Esse, infatti, non consentendo all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione dei candidati, renderebbero il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Inoltre, sottraendo all’elettore la facoltà di scegliere l’eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale.”

    • La Corte non considera però illegittimo un sistema basato su collegi uninominali o su “circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali)”. D’altronde, volendo rispettare per una volta il voto referendario del 1992, al massimo si potrebbe votare a preferenza unica.

  • Niccolò Giannarelli

    Parlando ad un livello di azione individuale in politica, essere pragmatici non significa accantonare automaticamente le proprie passioni, ma semplicemente muoversi con intelligenza, facendo si che i propri valori non risultino un fardello ma siano motore del nostro operare. La bontà delle intenzioni di Renzi e l’efficacia del suo agire sono delle incognite per adesso. In futuro avremo modo di giudicare. Per quanto riguarda la sua complessa concezione di una società complessa mi viene da pensare che occorra anche non farsi imbrigliare e confondere da questa complessità: sopravvalutare la forza (negativa) di una società “liquida”, potrebbe compromettere quantomeno la nostra fiducia in un cambiamento possibile…occhio a non farsi stregare dal post-modernismo…non può essere vero tutto e il contrario di tutto. Ritornando però al fulcro su cui si innesta il suo ragionamento (piacevole e interessante), io penso invece che l’essere umano non possa scindere fra ciò in cui crede e la sua razionalità. C’è fra di essi una complementarieta necessaria e costitutiva del soggetto che, a mio avviso, non può essere scomposta relegando l’orizzonte valoriale, come lei lo chiama, in soffitta e promuovendo unicamente la razionalità a baluardo dell’azione politica nel mondo moderno…ma forse lei non esclude totalmente la necessità della passione nell’agire politico, ma la ridimensiona in favore dell’intelligenza. Io sono d’accordo con lei in tal caso, ma a mio avviso pone eccessivamente l’accento su questa “atarassia necessaria”. Secondo me non può esistere una ricetta generica del piu oculato modo di gestire la cosa pubblica, siamo in mano all’intelligenza e valore dei singoli individui, e alla loro capacità di attrarre le masse, in un orizzonte povero da un punto di vista culturale e valoriale, oppure, in una visione un po piu ottimistica (ma ahimè lontana a mio avviso dalla condizione attuale), dalla loro capacità di incarnare valori (più che ideali).

    • Grazie del suo lungo e articolato commento. Il pessimismo sulla “società liquida” è propria del suo ideatore Bauman. Io in realtà non condivido quel pessimismo e credo che la complessità della società contemporanea sia ricchissima di potenzialità quanto di pericoli. Il concetto di “società complessa” è articolato e difficile, sofisticherie sociologiche, ma è alla base della necessità di porsi con uno stile nuovo verso la politica e – più in generale – verso il governo della cosa pubblica. Per esempio smettendo di parlare di tutto solo sulla base dell’umore, della pancia e delle parole d’ordine della propria parte, e cercando di comprendere cause ed effetti di ogni azione sociale (quelle di governo in particolare) e stimarne le conseguenze per i destinatari. In un altro post qui su Hic Rhodus ho parlato di valutazione delle decisioni pubbliche (https://ilsaltodirodi.com/2014/01/17/la-valutazione-delle-politiche-pubbliche-e-la-situazione-in-italia/), se avrà voglia di leggerlo capirà cosa intendo. Poi, ovviamente l'”atarassia” ideologica è una mia forzatura, un modo per far comprendere un pensiero esagerandone la portata, ma solo fino a un certo punto. Voglio dire che ovviamente, sì, le passioni ci muovono ma – come lei stesso indica – al servizio della nostra intelligenza. Accettare o rifiutare determinate posizioni politiche (per esempio in tema di diritti civili individuali) sulla base di ideologie dell”800 e del ‘900 assolutamente inadatte a rappresentare la modernità mi sembra una sciocchezza colossale o , per meglio dire, una gabbia concettuale che deprime la nostra intelligenza e conseguentemente qualunque azione noi si voglia intraprendere.

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