Sarà importante da un lato che i dati conferiti siano quelli strettamente necessari rispetto all’obiettivo (ad esempio se l’obiettivo è il mero tracciamento, non occorre conferire dati relativi alla salute, che sono non solo personali, ma sensibili; nel governo esistono ancora diverse idee a riguardo). Dall’altro vi deve essere la trasparenza totale della struttura dell’app, ben oltre la sua natura gratuita e “open source”: vanno resi noti gli algoritmi su cui è costruita e, oltre, il “codice sorgente” della app, con la possibilità di verifica da parte di mani esperte che non ci siano “back door” che consentano a malintenzionati di poter mettere le mani su una mole sterminata di dati attinenti ai movimenti, ma forse come abbiamo detto anche alla salute, di decine di milioni di italiani. E’ vero che questi dati li cediamo già da tempo allegramente con tecnologie ben più invasive (leggi GPS) ai Big Tech. Ma sarebbe grave che oggi, con una consapevolezza aumentata, l’Europa se lo facesse passare sotto al naso senza prendere le opportune contromisure. I dati, lo sappiamo, sono il petrolio del XXI secolo. Occorre cautela e forse bisognerà riparlarne. (Marco Plutino, “HuffPost” del 23 apr 2020).

L’avversione al Mes appare sorprendente per un paese come l’Italia, che non ha mai fatto ricorso al Meccanismo. Al contrario, i paesi che hanno ricevuto prestiti dal Mes, come la Spagna, il Portogallo, la Grecia, l’Irlanda e Cipro, sono a favore della riforma del Mes discussa nel corso del 2018-19 (tuttora sospesa per il veto dell’Italia) e dell’istituzione di una nuova linea di credito sanitaria, che verrà discussa in occasione del Consiglio europeo del 23 Aprile. A meno di ritenere che questi paesi siano affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma, che li rende psicologicamente dipendenti dai loro creditori, è il caso di capire meglio come mai chi ha avuto l’esperienza concreta del Mes non condivide la posizione negativa dell’Italia. (Lorenzo Bini Smaghi, Il Foglio del 22 apr 2020)

Amazon che assume 175 mila dipendenti è l’immagine simbolica dei vincitori [nella pandemia]. In un mese il suo titolo in Borsa è salito del 35 per cento ed è stato il mese peggiore degli ultimi dieci anni sui mercati azionari. Jeff Bezos ha guadagnato 24 miliardi dall’inizio dell’anno. Zoom è cresciuta del 30 per cento e il fondatore Eric Yan ha raddoppiato il suo patrimonio che ammonta a 7,4 miliardi di dollari; Equinix, Citrix, le imprese specializzate in connessioni internet hanno partecipato al ricco banchetto che ha rimpinzato sia pure in modo diverso tutte le compagnie di software non solo americane (il valore della tedesca Sap è cresciuto in un mese del 19,42 per cento), per non parlare dei giganti come Apple, Facebook, Alphabet. La clausura all’insegna del digitale ha dato una spinta ulteriore a processi già in corso ed è proprio la caratteristica, secondo l’Economist, della presente congiuntura a differenza da altre recessioni. Il capitalismo aveva messo in moto processi economici e sociali che il coronavirus non ha represso, anzi sta accelerando, al contrario da quel che ripetono i profeti del declinismo. (Stefano Cingolani su il Foglio del 19 apr 2020)

La splendida terra pro-mes, emersa nel dibattito di queste ore è lì a indicare che Conte o non Conte il futuro dell’Italia non può prescindere dall’Europa. E qualora il governo non dovesse tenere, qualora l’economia dovesse ancora di più sprofondare, qualora la gestione della riapertura dovesse essere più drammatica del previsto non c’è geometria futura che possa prescindere da un concetto semplice: un paese molto inguaiato, molto indebitato, molto debilitato, molto sfiduciato per non finire ancora di più nei guai e per tentare di ritrovare nuova fiducia avrà bisogno sempre più di farsi guidare dall’Europa. E lo spettacolo della terra pro-mes ci aiuterà a capire presto se i protagonisti dello show saranno o no gli stessi di oggi oppure no. (Claudio Cerasa, Il Foglio, 16 apr 2020).

E’ scoppiata la grana di Telegram che avrebbe consentito la diffusione gratuita (e illegale) dei quotidiani. Male chi l’ha fatto, ovviamente, perché ha violato la proprietà intellettuale, ma bisognerà pure che il sistema nazionale dell’editoria dei quotidiani faccia una riflessione idonea al Terzo Millennio. Chi mai si può permettere di pagare l’abbonamento a tre, quattro, cinque testate? Perché ormai è chiaro che possiamo, sì, avere uno o un paio di giornali preferiti, ma una buona lettura, oggi, induce a sfogliare fonti differenti: la cronaca della Stampa, certi editoriali del Corriere, la critica del Manifesto, il blog del Fatto, il fondo del Foglio… Eppure basterebbe poco, copiando sistemi già utilizzati per la musica, o per i libri, da grandi piattaforme Web. Basterebbe consorziarsi e proporre ai lettori un unico abbonamento globale per – poniamo – i dieci principali quotidiani italiani. I proventi (che immagino potrebbero essere assai più alti della somma degli attuali) sarebbero poi divisi, per quote (in base ai click) fra le diverse testate. Un servizio migliore ai lettori, introiti certi per i giornali. Invece niente: ognuno nel suo piccolo ortino a pretendere il proprio abbonamento…