Legge 194. Un diritto ipocritamente negato

Capita ogni tanto di leggere, come un po’ di giorni fa, che c’è un’emergenza aborti in un ospedale (chi scrive un titolo così merita di essere radiato dall’albo dei giornalisti), che una donna viene abbandonata in corsia e altre drammatiche spiacevolezze legate all’inapplicazione della Legge 194/1978 che, giusto per essere chiari, si chiama Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza ed ha uno splendido art. 5 che vi propongo integralmente:

Uscire dall’Euro: un lancio senza paracadute

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Basta Euro! è un grido che in questo periodo di campagna elettorale europea si ode risuonare da più parti; se la Lega candida nelle sue liste Claudio Borghi, che insieme ad Alberto Bagnai è tra i principali economisti sostenitori di un’uscita dall’Euro, il M5S non resta certo a guardare, e Beppe Grillo ripropone la prospettiva di un referendum popolare per decidere dell’uscita dall’Euro. Ma ci sono davvero buoni motivi per voler uscire dall’Euro? E sarebbe così semplice farlo? In questo post proveremo ad approfondire un po’. Una premessa è necessaria: anche se cercherò di esporre le cose in modo obiettivo, io ho ovviamente una mia opinione: sono favorevole all’Euro e desidero che l’Euro funzioni, con l’Italia a farne parte. Fatta questa “confessione”, entriamo nel merito.

Dall’uguaglianza al populismo

fascismo  non  è  impedire  di dire, ma obbligare a dire

(Roland Barthes, Lezione, 1977)

Uno dei concetti più evocati dal pensiero politico moderno e contemporaneo è quello di uguaglianza. Anche se presente nel pensiero greco classico (nello stoicismo) e ovviamente nel Cristianesimo, volendo qui parlare di temi politici non è utile andare più in là del ‘6-‘700 e in particolare, per abbreviare questo incipit, delle due grandi rivoluzioni che caratterizzarono il XVIII Secolo, quella americana (1776) e quella francese (1789). Il concetto di uguaglianza è stato declinato in molti modi, e quell’uguaglianza additata dai ribelli americani e dai rivoluzionari francesi ha per esempio pochissimo a che fare con l’uguaglianza invocata da Marx e da Lenin (la voce “Uguaglianza” del Dizionario di filosofia Treccani citato in fondo è sufficientemente chiaro e ad esso rimando).

Individualismo, corporativismo, diritti acquisiti… Come tenere ferma l’Italia

25 Individualismo e diritti acquisiti

Prendo spunto dalla recente vicenda Aldrovandi per parlare in realtà dell’atomizzazione sociale che sta attraversando la nostra società, della frammentazione delle appartenenze, dell’irriducibilità dei presunti diritti contrapposti. Inizio da Androvandi ma parlerò poi di politica, di economia, di un mucchio di cose perché il tema che voglio affrontare è generale, trasversale, ammorba tutto e tutti e come una malattia tardivamente riconosciuta e mal curata sta disgregando il tessuto connettivo della nostra società.

I giapponesi sanno benissimo cosa sia il bidet, e altri 10 cliché veri o falsi

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Di ritorno da una breve vacanza a Tokyo, e anche dietro affettuosa sollecitazione del buon Bezzicante che mi ha descritto come “in missione per conto di Hic Rhodus”, ho deciso di scrivere un breve e (per una volta) disimpegnato post “di viaggio”, e nel farlo ho pensato di ispirarmi al titolo di un fortunato post dello stesso Bezzicante. Il Giappone infatti è così lontano ed estraneo da essere oggetto, nel nostro immaginario, di numerosi luoghi comuni, alcuni veri e altri meno. Piuttosto che annoiarvi con una specie di diario o di guida alla capitale del Giappone, vi inviterei invece a ripercorrere con me dieci + uno cliché sul Giappone, per verificare se, in questa mia breve esperienza, si siano dimostrati fondati o no. Ovviamente, i luoghi comuni che sceglierò saranno quelli che io stesso, in qualche modo, portavo con me nel mio bagaglio di preconcetti, come è in fondo inevitabile, e le osservazioni che riferirò sono relative alla mia piccolissima esperienza pratica raccolta in pochi giorni nella sola Tokyo (il resto del Giappone è certamente molto diverso dalla capitale). Cominciamo?

Democrazia e QI: vota Antonio la Trippa!

5 demagoghi

Se siete perplessi sullo stato nel quale in Italia versa la forma di governo peggiore di tutte, tranne tutte quelle già provate, forse potreste essere interessati a un ragionamento sul perché le democrazie, senza un’attenta manutenzione strategica, siano intrinsecamente instabili.

Si dice che le democrazie siano buone quanto i loro cittadini (qualunque cosa “buono” significhi). Già. Ma come sono i cittadini? La matematica e la statistica, insieme alla parte quantitativa delle scienze umane, ci vengono in aiuto, con la meravigliosamente stabile distribuzione del QI (quoziente intellettivo) in una popolazione (questa distribuzione vale per qualsiasi gruppo, se è sufficientemente grande, di qualunque razza, colore, credo, e idea politica):

La verità sui suicidi per ragioni economiche

[I dati qui presentati sono stati aggiornati con un 
post del 27 Gennaio 2016 e in uno successivo del 21 Marzo 2018]

Uno dei refrain contemporanei: i suicidi dovuti alla crisi economica. Equitalia assassina, imprenditori suicidi per colpa dello Stato, lavoratori suicidi a causa del licenziamento… I titoli si susseguono sulla stampa e l’equivalenza crisi = suicidio non viene messa in discussione dall’opinione pubblica. Ma è un’equivalenza reale? Dobbiamo chiedercelo perché da problema epidemiologico, o giudiziario, o etico, è diventato da un paio d’anni problema politico, ovvero elemento costitutivo di specifiche azioni parlamentari, programmi politici, strategie di consenso. E come problema politico ha senso se è vero, se viene specificato sulla base di informazioni e dati certi, e non semplicemente asserito demagogicamente perché fa presa sulle coscienze, indigna, mobilita antagonismo indipendentemente dalla sua eventuale falsità. E allora guardiamo i dati.

Dal fascismo all’omologazione di massa

Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità.

Ennio Flaiano

Che il termine |fascismo| sia parte del lessico comune, non solo politico, non solo italiano, è evidente. Ma cosa significa, oggi, “fascismo”? È un concetto attuale? Io credo di sì. Credo che il fascismo esista ancora e sia pericoloso, anche se non necessariamente nella forma dei manganellatori mussoliniani, e che abbia ancora senso dichiararsi “antifascisti”, sia pure non nella forma dei resistenti partigiani. Naturalmente occorre contestualizzare i concetti, trovarne una loro attualità contemporanea. Anche se con “Fascismo” si intende il movimento politico fondato da Mussolini nel 1919 e, per estensione e similitudine, il nazionalsocialismo di Hitler, l’Action Francaise etc., le similitudini con diversi regimi autoritari hanno portato a un’estensione del concetto, a volte indebita altre volte meno, che porta a riconoscere come ‘fascisti’ un discreto numero di regimi e governi nel mondo. Per comprendere quali siano queste similitudini vi propongo un piccolo tour nella semantica del fascismo per cercare di coglierne i tratti caratteristici, direi fondativi, e vedere attraverso questi se si danno ancor oggi, semmai sotto diverso nome.

Piccolo manuale di autodifesa sondaggista

Sono assolutamente convinto: ormai diffidiamo tutti dei sondaggi politici ma ci attraggono un po’ come gli oroscopi: sono cumuli di sciocche futilità ma… la Luna consiglia di aprire i vostri cuori! Io vi propongo di aprire le menti e passare dalla passiva accettazione dei sondaggi alla comprensione puntuale del perché siano da evitare o, quantomeno, trattare con grande cautela e un po’ di diffidenza.

Premessa molto importante: il tema è necessariamente molto tecnico e io ho scelto di scrivere un post divulgativo che renda comprensibile a livelli generali le principali ragioni della necessaria fuga dai sondaggi. Nelle consuete Risorse a fine post segnalo alcuni testi, sempre divulgativi ma più approfonditi.

Il programma economico di Renzi: diverse buone idee, ora servono i fatti

Con un comunicato dell’8 aprile scorso, il Governo Renzi ha annunciato l’approvazione del DEF, il Documento di Economia e Finanza che rappresenta di fatto il programma economico della nuova squadra capitanata da Renzi, Padoan e Delrio. Dal momento che si tratta del primo documento del genere elaborato dall’insediamento dell’attuale Governo, il suo valore sta ovviamente anche nelle linee strategiche che traccia per i prossimi anni, sempre che si dimostri possibile a Renzi dare continuità alla sua linea di governo. Analizzare il lungo documento in tutti i suoi aspetti, e verificare la coerenza del programma in esso tracciato con i provvedimenti legislativi ed esecutivi che saranno realizzati, richiederà tempo e potrà essere argomento di più di un post; in questo vorrei esporre qualche considerazione “a volo d’uccello”, anche in virtù del fatto che di molti dei temi al centro del documento ci siamo già occupati anche qui su Hic Rhodus.

La macchina dello Stato e l’era digitale

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Ci si lamenta molto della burocrazia e delle assurdità del funzionamento dello Stato. E di come questo sia irremediabilmente lontano dall’efficienza cui, apparentemente, siamo tutti abituati usando le nostre apparecchiature elettroniche personali.

Perché, per esempio, con il navigatore Google posso avere qualsiasi informazione per andare da qui a lì (beh, quasi sempre). E se per caso “lì” non c’è, mi adatto senza mugugnare, è “gratis” (non è vero, ma questo lo sanno in pochi). Invece capita che si scriva con grande risalto che lo Stato non riesca a sapere, per esempio, quanti e quali siano gli immobili di proprietà dei ministeri (attenzione, notizia presentata male e probabilmente non vera, esiste il catasto, ed è centralizzato) e ci si indigna.

Come è possibile? Come mai non c’è “un’app” per accedere, tutti noi, al registro dei beni dello Stato, o al casellario giudiziario, per sapere se la persona con la quale stiamo parlando (magari identificato tramite i google glass, che ne dite?) è un pericoloso pregiudicato?

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Dal Bel Paese alla Terra dei fuochi

 

del bel paese là dove ‘l sì suona

Dante, Inferno, XXXIII, 80

Voi, che non siete più giovani, vi ricordate il paesaggio italiano 50 anni fa, o anche solo 40? Vi racconto di quando venni in Umbria la prima volta, a metà degli anni ’70. Arrivai in autostop con quella che poi sarebbe diventata mia moglie e il penultimo passaggio mi lasciò subito a sud di Gualdo Tadino. Vi potrei portare nel punto preciso in cui scesi dalla macchina e vidi per la prima volta l’Umbria in quel tardo pomeriggio autunnale. Lo sbalordimento di quella bellezza mi stordì, e riuscii solo a mormorare “**!!* voglio vivere qui!”. Ricordo i paesaggi, che in Umbria sono sempre stati molto antropizzati, a causa della sua storia, ma più belli di quelli toscani (per me, ovviamente, per me!) perché più selvaggi, meno addomesticati. Il digradare delle colline, il lago… i boschi ovunque… Se adesso venite in Umbria trovate un paesaggio punteggiato da cave e capannoni, un susseguirsi di case e casette e casupole intramezzate da box e capannette e attività un tempo produttive (la crisi…), strade riempite da rotonde e svincoli stradali disegnati da geometri ubriachi. L’Umbria da cartolina, che con intelligenza potrebbe vivere di turismo, ottimo vino e buona cucina (oltre che di artigianato e aziende di eccellenza internazionale), non esiste più da tempo e lo slogan “Cuore verde d’Italia” urla la sua vergogna a chi, come me, ama questa terra.

Dal sindacalismo al consociativismo

Il 14 Ottobre 1980 si svolse a Torino la cosiddetta marcia dei 40.000, una manifestazione di quadri e impiegati (ma anche operai) che intese protestare contro il prolungato sciopero indetto dalla FLM (la vecchia sigla unitaria dei sindacati metalmeccanici) contro la Fiat. Lo sciopero comportò, fra l’altro, l’organizzazione di picchetti per impedire ai lavoratori di entrare in fabbrica, e questo atteggiamento fu una delle principali ragioni di protesta. Quella marcia, di così rilevanti e inattese proporzioni, indusse la FLM a chiudere precipitosamente la vertenza, sancì la nascita di un sindacalismo dei colletti bianchi e, più importante, evidenziò la miopia sindacale che non previde né seppe gestire questa manifestazione prepotentemente anti-sindacale, ovvero contro un certo atteggiamento esclusivo (operaistico), rigido (i picchetti, il blocco delle merci) e – secondo i manifestanti – antidemocratico. Al di là delle analisi partigiane del momento (sindacato e PCI si affrettarono a denigrare la manifestazione giudicandola un’iniziativa pilotata dalla Fiat), analisi accurate successive ci consegnano un quadro molto diverso e articolato che ci consente di ritenere questo come forse il primo significativo momento di scollamento fra il sindacato e la società, il sindacato e la sua capacità di proporsi come portatrice di valori del lavoro generali, se non proprio universali. Una grande sconfitta sindacale dopo anni di lotte vittoriose ed egemoni, e l’inizio di una nuova stagione di relazioni industriali.

L’Italia e l’eccellenza possibile

Per una volta, in questo post non mi addentrerò in un’analisi di numeri e statistiche, anche se qua e là non potrò evitare di inframmezzare il discorso con qualche cifra. L’argomento di questo post infatti è ispirato ad alcune trasmissioni radiofoniche e televisive degli ultimi mesi, in cui ho ascoltato Brunello Cucinelli esporre la sua filosofia imprenditoriale.

Per chi, come me, ha una competenza sottozero nel settore del fashion, Cucinelli può essere un emerito sconosciuto. In realtà è un imprenditore di notevole successo, azionista di maggioranza dell’impresa che porta il suo nome e che produce capi di lusso principalmente in cashmere. Per quanto si possa considerarla una produzione di nicchia, fatto sta che la valutazione di Borsa dell’azienda colloca Cucinelli, secondo Bloomberg, nel ristretto novero dei miliardari. Buon per lui, direte, ma cosa c’è da imparare da un simile caso di successo in un Paese in cui la crisi investe settori con centinaia di migliaia di addetti? Li mettiamo tutti a fare maglioni da duemila Euro l’uno?