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In attesa della prossima pandemia

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Pandemie e, più in generale, malattie infettive sono al centro dei discorsi oggi più che nel passato. Il modo in cui i media trattano l’argomento è spesso più incline al sensazionalismo che alla cronaca tanto da risultare allarmante e, a volte, grossolano. L’effetto che tutto ciò ha sulla nostra percezione del fenomeno è quello di indurci a percepire come eccezionale qualcosa che, in realtà, è assai più naturale di quanto crediamo.

L’Ebola come metafora

L’epidemia di Ebola comincia a spaventare o, quanto meno, a preoccupare. Conosciuta da alcuni decenni è sempre rimasto un problema lontano, con pochi morti in remoti villaggi dell’Africa “nera”, buono per una frettolosa compassione o per spaventarsi in qualche disaster movie. Ma adesso le cose sono improvvisamente cambiate: circa 1.000 morti al momento in cui scrivo, un numero mai raggiunto nelle precedenti epidemie (solitamente di poche decine di casi e, raramente, alcune centinaia); 100 operatori sanitari (tutti locali) contagiati, di cui 50 morti; un morto in Arabia; un caso sospetto in America (non è però Ebola); primo caso in Europa! (ma ce l’abbiamo portato noi, rimpatriandolo in Spagna); tre casi a Lampedusa!! (ma è un falso, denunciato l’autore). Infine, ad alimentare l’incipiente psicosi, l’allarme lanciato dall’OMS e titolato “La peggiore epidemia da quarant’anni MA si può battere”, con quel “ma” micidiale, ipotetico (dubitativo?).