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Come usare statistiche corrette per fare proclami politici sbagliati

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Venerdì 31 ottobre l’ISTAT ha emesso un comunicato stampa dal titolo Occupati e disoccupati. Da subito stampa, web e social network rilanciano la notizia con tanto di dichiarazioni da parte dei maggiori protagonisti della vita pubblica italiana. È giusto, perché il lavoro attraversa davvero un gran brutto momento e siamo nel sesto anno di una grave crisi economica che impoverisce il paese e frustra le speranze e i sogni dei più giovani. Va sottolineato tra l’altro che le principali variabili connesse all’attività lavorativa sono state oggetto di rilevazione fin dal Censimento generale della popolazione del 1861.

Il prezzo giusto della Cultura e il caso dell’Opera di Roma

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Molti di voi avranno seguito in queste ultime settimane le violente polemiche legate alla vicenda piuttosto sconfortante dell’Opera di Roma, dove a seguito delle dimissioni del Direttore Riccardo Muti si è giunti all’annuncio del licenziamento in blocco degli orchestrali e dei coristi. Nelle discussioni, che peraltro sono ancora in corso visto che la questione è ancora aperta, è a mio parere possibile cogliere innanzitutto lo scontro tra presupposti estremamente diversi sulla cultura, sul suo ruolo sociale, su come possa e debba essere finanziata.

Dato che su Hic Rhodus siamo molto sensibili ai temi culturali (includendo come parte essenziale della cultura quella scientifica), vogliamo proporre il nostro punto di vista, a partire appunto da quello che nel titolo un po’ provocatoriamente chiamiamo prezzo della Cultura.

La spesa pubblica alla riscossa: si salvi chi può!

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Nelle ultime settimane, l’attenzione dei commentatori politici è stata catturata dalle sciabolate che sono volate in Parlamento nella discussione sulla riforma del Senato. Molta meno attenzione hanno riscosso le esternazioni del Commissario alla spending review Cottarelli che, sul suo blog, ha garbatamente criticato la prassi che il Governo ha più d’una volta applicato di usare riduzioni di spesa (future) per finanziare nuove spese. Dato che Hic Rhodus considera la spesa pubblica un argomento centrale, è il caso di fare il punto su come stiano davvero le cose qualche mese dopo i nostri post sull’argomento.

La riforma della Pubblica Amministrazione: giusta, punitiva o insufficiente?

Pochi giorni fa, esattamente il 24 giugno, è diventato effettivo il Decreto Legge con il quale il Governo si è occupato (o ha iniziato a farlo) di una delle aree più controverse del suo programma: la riforma della Pubblica Amministrazione. Il Decreto in realtà affronta diversi temi anche piuttosto eterogenei, e di notevole importanza, come la composizione delle Authority, il contrasto della corruzione, l’informatizzazione dei processi civili. Di questi argomenti non mi occuperò qui, proprio perché ciascuno meriterebbe un approfondimento a parte, così come lo richiederebbe la spinosissima questione delle società partecipate, che rappresentano una delle principali falle del bilancio pubblico, oltretutto sostanzialmente fuori controllo, come ha segnalato la Corte dei Conti, che ha stimato in 26 miliardi di Euro l’onere che esse rappresentano per le casse dello Stato.

In questo post ci concentreremo sui contenuti del Decreto relativi all’organizzazione della PA e alle politiche del personale, per capire se e come rispecchino una visione finalmente innovativa dell’amministrazione dello Stato.

Dal sindacalismo al consociativismo

Il 14 Ottobre 1980 si svolse a Torino la cosiddetta marcia dei 40.000, una manifestazione di quadri e impiegati (ma anche operai) che intese protestare contro il prolungato sciopero indetto dalla FLM (la vecchia sigla unitaria dei sindacati metalmeccanici) contro la Fiat. Lo sciopero comportò, fra l’altro, l’organizzazione di picchetti per impedire ai lavoratori di entrare in fabbrica, e questo atteggiamento fu una delle principali ragioni di protesta. Quella marcia, di così rilevanti e inattese proporzioni, indusse la FLM a chiudere precipitosamente la vertenza, sancì la nascita di un sindacalismo dei colletti bianchi e, più importante, evidenziò la miopia sindacale che non previde né seppe gestire questa manifestazione prepotentemente anti-sindacale, ovvero contro un certo atteggiamento esclusivo (operaistico), rigido (i picchetti, il blocco delle merci) e – secondo i manifestanti – antidemocratico. Al di là delle analisi partigiane del momento (sindacato e PCI si affrettarono a denigrare la manifestazione giudicandola un’iniziativa pilotata dalla Fiat), analisi accurate successive ci consegnano un quadro molto diverso e articolato che ci consente di ritenere questo come forse il primo significativo momento di scollamento fra il sindacato e la società, il sindacato e la sua capacità di proporsi come portatrice di valori del lavoro generali, se non proprio universali. Una grande sconfitta sindacale dopo anni di lotte vittoriose ed egemoni, e l’inizio di una nuova stagione di relazioni industriali.