La spesa pubblica alla riscossa: si salvi chi può!

scared woman

Nelle ultime settimane, l’attenzione dei commentatori politici è stata catturata dalle sciabolate che sono volate in Parlamento nella discussione sulla riforma del Senato. Molta meno attenzione hanno riscosso le esternazioni del Commissario alla spending review Cottarelli che, sul suo blog, ha garbatamente criticato la prassi che il Governo ha più d’una volta applicato di usare riduzioni di spesa (future) per finanziare nuove spese. Dato che Hic Rhodus considera la spesa pubblica un argomento centrale, è il caso di fare il punto su come stiano davvero le cose qualche mese dopo i nostri post sull’argomento.

Il punto, purtroppo, mostra una nave decisamente fuori rotta. Delle potenziali fonti di risparmio individuate da Cottarelli, ben poche sono state davvero perseguite. Una di esse riguarda gli acquisti della Pubblica Amministrazione, per i quali è stata inclusa una norma nel decreto “degli 80 Euro”; se la norma si dimostrerà efficace, come Cottarelli stesso spiega, potrà produrre dei risparmi importanti. Siamo invece molto lontani dall’obiettivo di instaurare un comportamento di spesa virtuoso relativamente a due capitoli di spesa che, insieme, rappresentano la maggior parte della spesa pubblica: la Sanità e la Previdenza. Relativamente alla Sanità, bisogna riconoscere che il Governo ha sostanzialmente abdicato a qualsiasi controllo di merito sulla spesa delle Regioni. Il 10 luglio 2014 è infatti stato firmato il nuovo Patto per la Salute valido per il triennio 2014-2016, nel quale si è stabilito che:

  1. Il finanziamento dello Stato verso le Regioni per le attività sanitarie ammonterà a:
    • 109,928 miliardi per il 2014
    • 112,062 miliardi per il 2015
    • 115,444 miliardi per il 2016

a questi importi devono aggiungersi quelli “vincolati” per specifici obiettivi (che poi così vincolati non mi pare che siano).

  1. La ripartizione del finanziamento tra le Regioni avverrà in base ai criteri di “determinazione dei costi e dei fabbisogni standard” secondo l’accordo del 19 dicembre 2013.
  2. Eventuali risparmi che le Regioni dovessero realizzare, anche grazie all’applicazione delle norme del Patto, resteranno comunque alle Regioni per finalità sanitarie.
  3. Agli importi del finanziamento potranno essere applicate delle modifiche se “necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica”.

La traduzione in italiano dei punti precedenti mi sembra essere:

  1. La spesa sanitaria continuerà a crescere del 2% nel 2015 e del 3% nel 2016, nonostante la stagnazione, e non si farà alcun tentativo di ridefinirla in base a criteri diversi.
  2. “Costi e fabbisogni standard” sono infatti ormai solo un’etichetta, e anziché essere usati per determinare l’importo della spesa davvero necessaria sono applicati solo per ripartire una spesa determinata secondo criteri politici. Quest’applicazione, peraltro, sarà fatta in modo così contraddittorio da non premiare necessariamente le Regioni virtuose, come abbiamo già commentato.
  3. Il finanziamento alle Regioni è blindato: qualsiasi risparmio che si tenti di imporre dal centro sarà bilanciato da ulteriori spese.
  4. Lo Stato si riserva l’unica prerogativa di imporre i tanto deprecati tagli lineari se dovessero servire per tappare qualche buco di bilancio. D’altronde è evidente che gli importi e i criteri fissati dal piano sono già incompatibili con gli obiettivi di finanza pubblica. I “costi standard” dovrebbero servire a determinare gli stanziamenti in base a costi omogenei a livello nazionale per servizi omogenei, vincolo che si continua a eludere.

Uno scenario non migliore si presenta se si prende in esame l’altro grande capitolo di spesa pubblica costituito dalla Previdenza, e anche su questo fronte, gli ultimi provvedimenti del Governo sono tutt’altro che confortanti. Partiamo da una considerazione iniziale: personalmente ritengo che la normativa Fornero sulle pensioni non sia affatto penalizzante, ma sia piuttosto il minimo che si potesse fare per avere un sistema sostenibile; credo semmai che siano iniqui (nel senso di eccessivamente favorevoli) i trattamenti pensionistici sfuggiti alle riforme per ragioni anagrafiche, o, peggio, per le cento esenzioni e i mille favoritismi che hanno costellato la storia delle pensioni in Italia (su Hic Rhodus ce ne siamo già occupati, in questo post e poi in questo).

Ebbene, anziché partire dalla constatazione che le regole della riforma Fornero rendono appena sostenibile il sistema pensionistico, e chiedersi se ci sia modo di ridurre l’onere prodotto dalle pensioni retributive di importo ampiamente superiore a quello giustificato dai contributi versati, gli ultimi atti del Governo vanno nella direzione opposta, ossia quella di creare insidiose eccezioni alle attuali regole pensionistiche, a beneficio di singole categorie, tipicamente dipendenti pubblici. Si è partiti da un testo del cosiddetto “decreto PA” che prevedeva la possibilità di prepensionare i dipendenti statali in esubero cui mancassero meno di due anni alla pensione, e si è arrivati a un “emendamento” (mai termine fu meno appropriato) che consentirebbe a 4.000 dipendenti della Scuola (assurdamente definiti da alcuni “esodati della scuola”, forse perché la parola magica ‘esodati’ permette di sfilare soldi ai contribuenti a man salva) di andare in pensione a “quota 96” (sommando età e anzianità contributiva), mentre chi non si è mai rassegnato alla riforma Fornero, come l’ex ministro Cesare Damiano, affila le armi in vista del tentativo di abbatterla del tutto e rendere possibile per tutti il pensionamento a 62 anni con una penalizzazione in termini di importo della pensione ovviamente irrisoria rispetto all’onere aggiuntivo per l’INPS.
Sul fronte opposto, oltre alle obiezioni di Cottarelli di cui abbiamo parlato, si è schierata, con un peso francamente superiore, la Ragioneria Generale dello Stato, che ha bloccato il prepensionamento degli insegnanti per mancanza di copertura. A questo punto, ed è cronaca di queste ore, il Governo sta operando una non troppo gloriosa marcia indietro, e chissà quanti altri colpi di scena ci riserva questa combattuta vicenda. Qual è la posta in palio in questo scontro? Dato il cattivo andamento del PIL, che sarà certamente inferiore alle stime del Governo, la scelta che si trova davanti il Governo Renzi è molto ardua:

  1. percorrere lo stretto sentiero che, spesso solo a parole, ha dichiarato di voler perseguire, con una vera e sostanziale riduzione della spesa pubblica e una conseguente riduzione delle tasse, scongelando il lavoro della spending review finora largamente rimasto lettera morta e affrontando l’opposizione dura dei sindacati e della sinistra PD che non a caso ha soffiato sul fuoco della battaglia sulle riforme istituzionali con argomenti non sempre convincenti. Questa strada è a mio avviso l’unica che possa condurre a un miglioramento della nostra condizione economica, ma ha un costo politico molto elevato e non è detto che il Governo Renzi abbia la volontà e la forza di pagarlo;
  2. abbracciare la linea della sinistra PD sconfessando e probabilmente “dimissionando” Cottarelli, continuare a non tagliare un bel nulla, creare nuovi pensionati “d’annata” e ricacciare gli italiani dalla padella della spending review nella brace di nuove tasse, magari proprio la tassa patrimoniale che la sinistra PD e la CGIL invocano da tempo. Come i lettori di Hic Rhodus sanno, noi ci siamo già espressi contro una “soluzione” del genere, che non eliminerebbe alcuno dei problemi economici italiani, ci porrebbe in rotta di collisione con l’Europa e aggiungerebbe iniquità a inefficacia. Oltretutto, come abbiamo già osservato, in Italia le tasse sul patrimonio esistono già e sono anche piuttosto esose: secondo una stima della Cgia, le varie tasse patrimoniali nel 2014 costeranno agli italiani 44 miliardi di Euro. Ma a qualcuno evidentemente sembrano pochi.

2 commenti

  • Se negli ultimi 40 anni il livello di tassazione è stato tra i più alti del mondo, il reddito d’impresa sempre più basso e tuttavia il il 10% delle famiglie è riuscita ad accumulare quasi la metà della ricchezza nazionale… Io userei parte di quei denari per ristrutturare e riformare la macchina statale, che deve essere centralizzata, via l’autonomia regionale, questo regalo alle leghe ha portato una nazione sbracata al fallimento. C’è gente che ha accumulato ricchezze enormi quando le condizioni erano sfavorevoli per la maggioranza degli italiani. Nessun sospetto?

    • Sul costo della decentralizzazione e della moltiplicazione dei centri di spesa abbiamo scritto, ed è sicuramente la maggiore falla nella finanza pubblica italiana. Le spese della Pubblica Amministrazione Centrale sono tutto sommato abbastanza sotto controllo, quello che è davvero incontrollato e incontrollabile è il flusso di denaro speso a livello locale e attraverso le partecipate che sono un vero buco nero.
      Quanto all’equazione secondo cui chi ha soldi li ha accumulati indebitamente, ci andrei piano: se è vero che negli ultimi anni molte famiglie non sono più state in grado di risparmiare, la gran parte del patrimonio delle famiglie italiane è sotto forma di proprietà immobiliari, che non si può esattamente dire che siano esenti dalla pressione fiscale, e che spesso sono il frutto di generazioni di risparmi. I grandi patrimoni finanziari sono anche quelli che meno facilmente si lasciano inquadrare nel mirino del fisco.

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