La penosa ritirata sul fronte dei voucher

È notizia di questi giorni: dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili due dei tre referendum pensati per disfare il Jobs Act del Governo Renzi, il governo a guida PD, piuttosto che affrontare il rischio di una nuova bocciatura delle riforme approvate nell’ormai quasi remota stagione renziana, ha deciso di intervenire “spontaneamente” con un decreto legge.

Il decreto riguarda il più “telegenico” dei due referendum, ossia quello relativo ai voucher, o se preferite i buoni lavoro che a partire dal 2003 sono stati introdotti per retribuire forme di lavoro accessorio e occasionale, e che il decreto eliminerà in toto. Vediamo se questa sia una buona idea, e quale sia il significato politico di questa vicenda.

Cosa sono i voucher
Innanzitutto, riassumiamo brevemente cosa siano e come funzionino i voucher. Come accennavo, a introdurli fu nel 2003 il Governo Berlusconi, all’interno della ben nota Legge Biagi. Tuttavia, fino al 2008 non fu possibile impiegarli in pratica, e inizialmente il loro uso fu limitato a pochi settori di attività, come quello agricolo o quello del lavoro domestico, o a occasioni transitorie come fiere o manifestazioni sportive.
Un voucher è un modo semplice di pagare un lavoratore versando contemporaneamente i relativi contributi Inps e Inail: il datore di lavoro compra un voucher da 10 Euro, di cui al netto dei contributi il lavoratore ne incassa 7,5. Il meccanismo è agile, adatto a lavori occasionali e di breve durata che rischierebbero di essere retribuiti in “nero” (chi di noi assumerebbe regolarmente una colf per, poniamo, una sostituzione per due giorni?). Onestamente, sul fatto che uno strumento di questo tipo sia utile si può dissentire solo per ragioni ideologiche (e le ragioni ideologiche non mancano).

Il boom dei voucher
Fin qui, tutto semplice; nel tempo, però,  le casistiche di applicabilità dei voucher sono state estese, e con esse i voucher sono passati da strumento di nicchia a qualcosa che merita un’attenzione diversa. Il grafico qui sotto mostra con chiarezza la dinamica della crescita dei voucher nel corso degli anni:

andamento

Fonte: Elaborazione Hic Rhodus su dati INPS

È chiaro che un andamento del genere non è spiegabile solo con il “successo” di questo strumento: certamente, accanto all’uso fisiologico dei voucher si è affermato in questi anni un uso improprio e distorto. Peraltro, questo non si ricava solo dai dati numerici: esistono diverse inchieste giornalistiche (e non) che hanno raccolto testimonianze ed evidenze di situazioni in cui i voucher sono stati utilizzati per coprire lavoro “nero” o “grigio”. Ne hanno parlato diversi quotidiani, e in TV tempo fa anche la trasmissione televisiva Report, in una puntata dall’eloquente titolo Nero a metà, e più recentemente Presa Diretta. In sostanza, i voucher, nel periodo del loro boom, sono stati spesso impiegati come foglia di fico per rendere “quasi legale” il lavoro nero: dando un voucher al giorno (o a volte anche semplicemente usando il voucher “al momento giusto”) a un lavoratore, e pagandogli il resto in nero, i datori di lavoro si garantivano contro controlli e ispezioni, anche in caso di infortuni sul lavoro, con un costo in fondo molto basso. Nero a metà, insomma.

Ma questo “nero a metà” è lavoro nero che “semiriemerge” o lavoro buono che s’immerge? Per rispondere a questa domanda, certamente fondamentale per arrivare a un giudizio complessivo e non ideologico sui voucher, si può ricorrere a una ricca pubblicazione dell’INPS che prende in esame i dati fino al 2015 incluso. Non è possibile riassumere qui tutte le evidenze proposte dal corposo documento, ma è utile estrarre qualche elemento in particolare dal capitolo 8, dedicato appunto all’analisi dei punti controversi dell’uso di questo strumento. Secondo l’INPS (rinvio al documento citato per il dettaglio dei dati e delle argomentazioni), nel 2015 circa l’8% dei “lavoratori a voucher” sono pensionati, con tendenza al decremento della quota sul totale, mentre il resto «nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo “precipitato”, nel girone infernale dei voucher, dall’Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part time», tanto che anzi «il “popolo dei voucher” include una robusta quota di “inattivi”, stimata fino al 50% del totale».
In breve: i voucher in termini sostanziali non sono stati né uno strumento di emersione del sommerso, né di incremento del sommerso.

I correttivi in extremis
Va poi sottolineato che verso la fine del 2016 le cose sono cambiate
in modo abbastanza drastico. Da ottobre, infatti, imprese e professionisti che utilizzano i voucher sono obbligati ad assicurare la tracciabilità delle prestazioni utilizzate: almeno 60 minuti prima dell’inizio dell’attività è necessario comunicare data e ora di inizio e fine, dati anagrafici del lavoratore e tutti i dettagli relativamente al luogo di lavoro. Lo scopo è chiaramente impedire che i voucher siano usati “a posteriori” in caso di controlli o di incidenti per dare un’apparenza di legalità all’impiego del lavoratore portato accidentalmente allo scoperto.
È significativo che nessuno degli osservatori abbia dedicato attenzione agli effetti di queste misure, a conferma della natura essenzialmente ideologica e non sostanziale del dibattito; eppure, i dati dell’Osservatorio sul Precariato dell’INPS sul periodo gennaio-dicembre 2016 sono molto interessanti.

voucher per mese 2016

Fonte: INPS, Osservatorio sul Precariato

Come si vede dal grafico qui sopra, fino a settembre 2016 è continuato quello che abbiamo chiamato il boom dei voucher, con un tasso medio di crescita di oltre il 30% rispetto all’anno precedente; poi, in coincidenza con le misure restrittive di cui abbiamo parlato, la crescita è calata fino ad azzerarsi a dicembre. Insomma: se riteniamo, come è plausibile, che il fortissimo incremento nell’uso dei voucher fosse sintomo di abusi, possiamo dire che le regole di tracciamento introdotte a ottobre siano state efficaci.

Considerazioni e conclusioni
Per tutto quello che abbiamo visto, la questione dei voucher è francamente un esempio di dibattito costruito tutto sull’ideologia di schieramento. Infatti:

  1. I voucher (che, sommando tutti quelli venduti nel 2016, equivalgono a circa 76mila unità di lavoro a tempo pieno) non erano né un toccasana contro il lavoro nero, né un contributo al lavoro nero, per il semplice motivo che quest’ultimo è stimato dall’Istat in quasi 3 milioni e 700mila unità di lavoro. Quantitativamente, i voucher sono irrilevanti.
  2. Tra il 2015 e il 2016, i posti di lavoro subordinato sono aumentati di 968.000 unità, e quelli a tempo indeterminato in particolare di 1 milione 117.000 unità. Anche per questo, è difficile sostenere che i voucher abbiano “precarizzato” posti di lavoro stabili preesistenti in modo significativo.
  3. Anche volendo porci una pura questione di principio, l’analisi dei dati disponibili mostra che i voucher sono usati per una varietà di scopi, prevalentemente verso lavoratori effettivamente occasionali.
  4. Detto questo, sicuramente ci sono stati anche abusi. Questi sono probabilmente stati in parte limitati dalle misure già prese nell’ultima parte del 2016, ma certamente non del tutto eliminati. Ci sarebbe probabilmente stato spazio per ulteriori misure di contrasto a queste distorsioni, se si fosse voluto lavorarci su.
  5. Ben pochi però hanno discusso la questione basandosi sui dati di fatto. Tutta la controversia sui voucher è servita solo come pretesto per una campagna con cui la CGIL e la sinistra del PD hanno cercato di valorizzare il proprio ruolo antagonista. Il fatto che la campagna abbia avuto successo senza neanche ricorrere alle urne è la misura di quanto anche per la maggioranza PD le riforme del lavoro siano state e siano strumentali.

Insomma, la decisione del governo di abolire i voucher, eliminando l’unico strumento disponibile per gestire legalmente rapporti di lavoro occasionale, ha una sola vera motivazione: la paura di un altro rovescio elettorale. È un atto di pavidità politica che, da parte di chi si dichiara portatore della bandiera delle riforme (il Governo Renzi prima, ora quello Gentiloni), è francamente inaccettabile e crea un vuoto normativo ben peggiore degli svantaggi che accompagnavano i famigerati voucher. È ancora una volta un segno molto eloquente dello stato della nostra politica.

4 commenti

  • Grazie per l’articolo chiaro dottor Ottonieri. Leggo opinioni opposte sulla decisione di abolire i vouchers. Per qualcuno é una “calata di braghe”, un esempio di come, in Italia, la buona politica debba cedere il passo all’opportunismo politico e all’ideologizzazione di ogni argomento. Per altri, come il direttore de Linchiesta, Francesco Cancellato, é invece un esempio di furbizia politica di Renzi & co. Perdere un altro referendum, in questo momento di lacerazioni interne, avrebbe affossato il PD. Cedere ora, per Cancellato, non impedirà di trovare migliori soluzioni poi. Non so, certo che qui non si riesce a discutere tranquillamente su nulla

  • Sarebbe interessante sapere come mai, a fronte dell’enorme aumento dell’utilizzo dello strumento voucher verificatosi negli ultimi anni, il governo sia arrivato ad applicare misure correttive solo a fine 2016…

  • Se possiamo dire che “è difficile sostenere che i voucher abbiano “precarizzato” posti di lavoro stabili preesistenti in modo significativo” possiamo dire che, seppure in modo molto poco significativo, i voucher hanno comunque precarizzato posti di lavoro stabili? e non c’era forse da aspettarselo, visto che lo strumento, nato come “meccanismo agile, adatto a lavori occasionali e di breve durata che rischierebbero di essere retribuiti in nero” è stato reso altro, prima cancellando l’obbligo di occasionalità delle prestazioni e allargando i settori di applicabilità, poi alzando i limiti relativi ai compensi massimi elargibili? Che poi ci sia chi, CGIL o sinistra antirenziana che sia, fomenti e cavalchi lo scontro per propri interessi, a mio avviso non deve far distogliere lo sguardo dagli errori che i Governi hanno compiuto in merito.

    • Certo, esistono sicuramente casi di abuso dello strumento, nel post ci sono diversi riferimenti a evidenze anche giornalistiche; e non c’è dubbio che tra questi abusi ci siano anche casi in cui posti di lavoro regolari sono stati “convertiti” in lavori “a voucher”. Però in questi campi è fisiologico che gli strumenti siano soggetti ad aggiustamenti dopo periodi di osservazione; e credo che sia difficile trovare forme di lavoro subordinato o parasubordinato che non siano o siano state usate anche in modo irregolare (pensiamo ai co.co.co., all’apprendistato, alle partite IVA “fasulle”, ecc.).

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