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Avaaz raccoglie prove, formula l’accusa, presenta la sua richiesta e Facebook valuta la richiesta, esamina le prove e condanna al sempiterno oblio 23 pagine, con 2 milioni e mezzo di follower e 2,44 milioni di interazioni solo negli ultimi tre mesi. L’accusa è quella di inquinamento delle elezioni politiche alle porte. Il Tribunale, teatro del processo surreale, è il nuovo Tribunale della verità al quale abbiamo spalancato le porte quasi senza accorgersene.” (Guido Scorza, Facebook chiude 23 pagine di fake news. Questa è la morte della democrazia, “il Fatto Quotidiano”, 14 maggio 2019).

Morte della democrazia!, scrive Scorza. Perché, secondo lui, «Il processo che si è appena celebrato non ha nessuna delle garanzie attorno alle quali abbiamo costruito le nostre democrazie, non è un giusto processo, non è un processo terzo, non è un processo celebrato in nome della legge e, soprattutto, non è un processo celebrato dalle Autorità competenti».
C’è da chiedersi, onestamente, se Scorza abbia mai visitato uno spazio gestito da grande azienda (non grande come Facebook, intendiamoci), ma se non gli fosse capitato posso raccontargli io come funziona. Di solito, c’è del personale di vigilanza privata che controlla un documento di identità, e a volte c’è anche un rivelatore di metalli per impedire che vengano introdotte armi. Se qualcosa non quadra, viene negato l’accesso, o si viene accompagnati fuori.
Anche in posti come i grandi centri commerciali esiste una vigilanza privata, che è lì per prevenire reati e allontanare eventuali disturbatori (o peggio). Se qualcuno si comporta in modo inaccettabile (non c’è bisogno di rubare), chi ha la responsabilità di garantire la fruibilità di quegli spazi da parte di tutti lo mette alla porta.

E la democrazia? Come, qualcuno che non è “un’Autorità competente” si permette di controllare un documento d’identità? E magari, se si disturba il prossimo, lo si insulta e minaccia, si urlano slogan ingiuriosi, questo qualcuno accompagna l’ospite non gradito alla porta? Eh, già, accade proprio questo: senza “un giusto processo”, addirittura. Perché chi gestisce quegli spazi sa che essi ospitano molte persone che hanno la legittima aspettativa di non essere insultate, molestate o sottoposte a indottrinamenti; e perché visitare quegli spazi e usarli per scopi propri e incompatibili con le regole fissate da chi li gestisce non è un diritto costituzionale. I processi e la democrazia, ci perdoni Scorza, non c’entrano un tubo; c’entra invece la libertà, ma la libertà di frequentare per libera scelta spazi privati di interazione e comunicazione con gli altri senza essere presi di mira da autentici “delinquenti” digitali. Ed è proprio contro questa libertà sostanziale che si schiera chi, in nome di una falsa ideologia da “vietato vietare”, fa finta di proteggere la “democrazia”, proteggendo in realtà i manipolatori e i diffamatori e lasciandoli “lavorare” in pace a danno appunto della democrazia. Scorza mi ricorda il vecchio sketch di Totò in cui, preso a ceffoni da un passante, ridacchia senza reagire, chiedendosi tra sé “chissà questo dove vuole arrivare…”.

Questo anno racconta del più grande spostamento a destra della storia recente, realizzato grazie alla subalternità, ma – diciamolo pure – grazie a una sintonia di fondo di Di Maio con Salvini, al netto delle chiacchiere buone per la campagna elettorale: la svolta securitaria sui provvedimenti, il clima xenofobo sull'immigrazione, lo strapotere degli Interni sui porti chiusi, con circolari mai contestate nelle sedi formali e con atti concreti.

Alessandro De Angelis, Il provvidenziale casino, HuffPost, 29 aprile 2019

Penso alle tante marce Perugia Assisi che abbiamo fatto per il reddito di cittadinanza.

(Di Maio, a commento del decreto su quota 100 e reddito di cittadinanza, 17 gen 2018)

Speriamo che siano solo due inetti di successo, due energumeni che non sanno quello che fanno e alla fine litigheranno alla prima incrinatura dei sondaggi e delle pulsioni prepolitiche interne ai loro movimenti. Speriamo. Ma dietro la baldanza maligna forse si nasconde, e nemmeno tanto bene, l’idea che scassata l’Italia se ne fa una nuova, via dall’Europa, il famoso piano B, via dalle vecchie alleanze, via dalla moneta unica, via dalle regole, in una scommessa di distruzione creativa al vertice della quale sta il ritorno ai vecchi caratteri autarchici di una nazione che punta sulla svalutazione come unico mezzo di competizione, come unica risorsa di mercato, e sulla costruzione di un orgoglio di cartone, teatrale, plateale. Con il bottino che stanno portando a casa in tutti i campi, e l’opposizione spaesata e l’Europa dei fatti politici indebolita a favore dell’Europa commissaria e banchiera, per adesso l’unica prospettiva che si può divinare è un tanto peggio, tanto meglio, la versione per illetterati buonsensai del famoso brocardo conservatore dell’aristocrazia siciliana di fronte all’unificazione nazionale dall’alto.

Giuliano Ferrara, Fare del grande disordine una leva per un nuovo ordine, "Il Foglio", 1 nov 2018.