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E’ un governo carnale, questo di Salvini, che ci viene somministrato quotidianamente con abbondanza di immagini. Tette (delle cubiste), panza (sua) esibita con amichevole naturalezza, linguaccia (sempre sua) nei selfi degli entusiasti villeggianti abbracciati a lui, epidermide su epidermide, sudore mischiato a sudore, effluvi corporali con spruzzate di gin e di crema solare 50 (l’ha raccomandata il Capitano in persona in un twit!), piedi, peli, forse anche la tradizionale pisciatina in acqua. Questo è veramente, totalmente, corporalmente, scatologicamente il ministro del popolo, il leader (si pronuncia all’emiliana) del popolo, il primo, il vero, l’unico. Mai nessuno fu come lui, mai nessuno lo sarà più. Durerà a lungo.

Immagina una famiglia, la tua famiglia. Immagina che ogni santo giorno, a turno, qualcuno s’arrabbi per qualcosa. Dalla mattina alla sera, dall’alba a notte fonda. Immagina le voci si alzino, i toni si incrinano, le espressioni dei visi tirate dalla rabbia. Immagina questo per giorni e giorni, anzi mesi.

La definiresti una famiglia serena? Una famiglia in grado di risolvere i problemi che si hanno da sempre? Qualcuno bestemmia, altri urlano, chi diventa permaloso e chi sbatte la porta e se ne va. Un muro tra le persone, un dialogo frantumato. Inquinato.

Adolescenti a tavola con i genitori, timorosi che una parola storta faccia scoppiare la rissa di parole. Un continuo rivendicare il passato, l’accusa perenne di quel che è stato. Dialogo impossibile, privo di soluzioni per il futuro. Un presente fatto di musi lunghi, risentimento, tristezza. “Tieni, prendi questi soldi, esci e vai a comperare qualcosa… “. “No, papà. Mi serve altro, vorrei ti sedessi e mi ascoltassi, vorrei mi tranquillizzassi. Vorrei non avere paura del giorno dopo, vorrei capissi che non sono i soldi che mi servono, prima di quelli ho bisogno della tua attenzione. Siediti per favore, spegni tutto (cellulari e tv) e ascoltami che ho da dirti cose”.

Un cumulo di eventi ammassati giorno dopo giorno, che ora vanno rispolverati, esaminati, capiti e digeriti se si vuole procedere insieme in modo diverso. Sappiamo cosa non vogliamo più, ma sappiamo cosa è necessario

fare di nuovo per uscire da questo stallo?

Ti prego madre, non urlare più. Padre, per favore ascoltaci e decidi per il meglio cosa fare di questa famiglia, di questo atmosfera, dei fiori che non ci sono sul davanzale, dei sogni che non riusciamo più ad avere, della malinconia sui mobili.

C’è una famiglia che si chiama popolo che è stanco di aver paura del futuro ed è stanco di aver paura delle paure percepite. E’ la fabbrica dei sogni, non la fabbrica della paura di cui si ha bisogno. E’ di realtà e verità che si ha bisogno, guardata con gentilezza e voglia di cambiare il mondo alla Gandhi, però.

Il lupo non c’è. Abbiamo guardato, ma non c’è. Ma c’è un Governo che parla, urla, fa perenne propaganda e vorrebbe farci credere che non possiamo più sognare un mondo per tutti fatto di incontri con l’altro. Abbiamo un Governo che mette a disposizione la paghetta, ma il lavoro non c’è. Abbiamo un Governo che copia quel che è stato, posticipa decisioni, decide sempre all’ultimo secondo, cambia opinione come ci si cambiano le mutande. E urla, sempre, tanto. Troppo.

“Sai benissimo che una goccia inonda il cielo. È così piccolo il mondo che ci osserva” cantava la cantantessa, Carmen Consoli.

Tanti ancora credono al lupo. Gli altri aspettano – tra risate, ironia, preoccupazione per il tempo che passa –  confusi e infelici.

L’ordalia della consultazione popolare (dalla Brexit al referendum costituzionale)

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“Voi scienziati pensate troppo” disse Miss Pefko, sbottando in una risata idiota. […] Una grassona sfiatata, dall’aria sconfitta, con una tuta sporca, che arrancava al nostro fianco, sentì quello che stava dicendo Miss Pefko. Si girò a esaminare il dottor Breed, lanciandogli un’occhiata di impotente rimprovero. Lei odiava la gente che pensava troppo. In quel momento, quella donna mi colpì come la degna rappresentante di quasi tutta l’umanità. L’espressione della grassona sembrava dire che avrebbe dato in escandescenze all’istante se qualcuno avesse osato pensare un altro po’. (Kurt Vonnegut, Ghiaccio-nove)

Come segnala opportunamente Ugo Magris “Il referendum costituzionale di ottobre può diventare la nostra Brexit”. Il senso di questa affermazione viene spiegata dallo stesso Magris come l’essere, il nostro prossimo referendum, un giro di boa di rilevante importanza, uno spartiacque fra prima e dopo, fra un futuro prefigurato (buono o cattivo) e un ritorno incerto (auspicato o meno).

Tanti separatismi per contare meno di niente

Il referendum scozzese, a prescindere dal suo risultato, ha scatenato speranze e data nuova linfa ai molteplici separatismi europei. Senza includere il baraccone leghista e la sua invenzione padana, nella sola Italia contiamo l’indipendentismo sardo, friulano, veneto, altoatesino (pardon: sud-tirolese), per citare solo i maggiori; i principali partiti indipendentisti europei sono rappresentati dall’European Free Alliance, sul cui sito troverete più informazioni sui membri che però – si veda in fondo a questo articolo – non esauriscono le ambizioni separatiste in Italia. Io non appartengo a comunità spiccatamente identitarie, mi sento italiano (che non è un concetto reazionario) ed europeo (che non significa essere un servo della Troika), e per ragioni familiari che non è necessario vi riveli ho forti sentimenti di compartecipazione anche verso un Paese lontanissimo dalla stessa Europa, e quindi non partecipo emotivamente a questa così forte sensazione di essere qualcos’altro, questo desiderio di marcare il proprio territorio con una divisione. Sono quindi in una condizione neutrale per fare una riflessione sul senso e sulle conseguenze dell’indipendenza della Scozia, o della Sardegna o della Valle d’Aosta. Immagino che molti lettori possono avere opinioni diverse da queste da me espresse e gradirò le loro critiche, specie se non umorali ma di carattere razionale come spero di mantenere questo articolo.

Su Patria, Popolo, Nazione e altri concetti fuori moda

Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. (Enc. Treccani)

A cosa vi fa pensare questa definizione? Sì, può essere il bar sottocasa, ma sarebbe anche una definizione di “Nazione”. Dico “sarebbe una” perché il concetto di nazione è ancora incerto, o quantomeno variabile nel tempo e nei tempi.

Di solito ci soccorre l’etimologia, che – etimologicamente parlando – sarebbe all’incirca lo studio del vero senso (etymon in greco). Ma in questo caso ci soccorre poco. Il termine trova un primo riferimento storico nel latino “natio” cioè nascita, dunque sarebbe lecito pensare che fosse riferito semplicemente a persone (o gentes, che è qualcosa di più di “persone”) che avevano in comune luogo di nascita e stirpe, dando poi al termine un senso estensivo connesso anche a lingua, religione e costumi. Dunque il concetto che abbiamo citato sarebbe simile a quello antico romano, ma se pensiamo che loro stessi non consideravano invece la romana una “natio” ma una “civitas” in quanto regolata da istituzioni e quindi di più elevato livello sociale, si comprende che parliamo di un concetto in continuo divenire che ha avuto nei tempi diverse definizioni e diverse accezioni, motivate, da un certo momento in poi, anche da esigenze “politiche”.