Autore: ottonieri

Middle-manager prematuramente sottratto agli studi scientifici, sono strenuo paladino della lingua italiana più ortodossa, implacabile dispensatore del pessimismo della ragione e spassionatamente appassionato di dati e numeri.

Uscire dall’Euro: un lancio senza paracadute

lanciosenzaparacadute

Basta Euro! è un grido che in questo periodo di campagna elettorale europea si ode risuonare da più parti; se la Lega candida nelle sue liste Claudio Borghi, che insieme ad Alberto Bagnai è tra i principali economisti sostenitori di un’uscita dall’Euro, il M5S non resta certo a guardare, e Beppe Grillo ripropone la prospettiva di un referendum popolare per decidere dell’uscita dall’Euro. Ma ci sono davvero buoni motivi per voler uscire dall’Euro? E sarebbe così semplice farlo? In questo post proveremo ad approfondire un po’. Una premessa è necessaria: anche se cercherò di esporre le cose in modo obiettivo, io ho ovviamente una mia opinione: sono favorevole all’Euro e desidero che l’Euro funzioni, con l’Italia a farne parte. Fatta questa “confessione”, entriamo nel merito.

I giapponesi sanno benissimo cosa sia il bidet, e altri 10 cliché veri o falsi

toilette acustica 2

Di ritorno da una breve vacanza a Tokyo, e anche dietro affettuosa sollecitazione del buon Bezzicante che mi ha descritto come “in missione per conto di Hic Rhodus”, ho deciso di scrivere un breve e (per una volta) disimpegnato post “di viaggio”, e nel farlo ho pensato di ispirarmi al titolo di un fortunato post dello stesso Bezzicante. Il Giappone infatti è così lontano ed estraneo da essere oggetto, nel nostro immaginario, di numerosi luoghi comuni, alcuni veri e altri meno. Piuttosto che annoiarvi con una specie di diario o di guida alla capitale del Giappone, vi inviterei invece a ripercorrere con me dieci + uno cliché sul Giappone, per verificare se, in questa mia breve esperienza, si siano dimostrati fondati o no. Ovviamente, i luoghi comuni che sceglierò saranno quelli che io stesso, in qualche modo, portavo con me nel mio bagaglio di preconcetti, come è in fondo inevitabile, e le osservazioni che riferirò sono relative alla mia piccolissima esperienza pratica raccolta in pochi giorni nella sola Tokyo (il resto del Giappone è certamente molto diverso dalla capitale). Cominciamo?

Il programma economico di Renzi: diverse buone idee, ora servono i fatti

Con un comunicato dell’8 aprile scorso, il Governo Renzi ha annunciato l’approvazione del DEF, il Documento di Economia e Finanza che rappresenta di fatto il programma economico della nuova squadra capitanata da Renzi, Padoan e Delrio. Dal momento che si tratta del primo documento del genere elaborato dall’insediamento dell’attuale Governo, il suo valore sta ovviamente anche nelle linee strategiche che traccia per i prossimi anni, sempre che si dimostri possibile a Renzi dare continuità alla sua linea di governo. Analizzare il lungo documento in tutti i suoi aspetti, e verificare la coerenza del programma in esso tracciato con i provvedimenti legislativi ed esecutivi che saranno realizzati, richiederà tempo e potrà essere argomento di più di un post; in questo vorrei esporre qualche considerazione “a volo d’uccello”, anche in virtù del fatto che di molti dei temi al centro del documento ci siamo già occupati anche qui su Hic Rhodus.

L’Italia e l’eccellenza possibile

Per una volta, in questo post non mi addentrerò in un’analisi di numeri e statistiche, anche se qua e là non potrò evitare di inframmezzare il discorso con qualche cifra. L’argomento di questo post infatti è ispirato ad alcune trasmissioni radiofoniche e televisive degli ultimi mesi, in cui ho ascoltato Brunello Cucinelli esporre la sua filosofia imprenditoriale.

Per chi, come me, ha una competenza sottozero nel settore del fashion, Cucinelli può essere un emerito sconosciuto. In realtà è un imprenditore di notevole successo, azionista di maggioranza dell’impresa che porta il suo nome e che produce capi di lusso principalmente in cashmere. Per quanto si possa considerarla una produzione di nicchia, fatto sta che la valutazione di Borsa dell’azienda colloca Cucinelli, secondo Bloomberg, nel ristretto novero dei miliardari. Buon per lui, direte, ma cosa c’è da imparare da un simile caso di successo in un Paese in cui la crisi investe settori con centinaia di migliaia di addetti? Li mettiamo tutti a fare maglioni da duemila Euro l’uno?

Le pensioni: chi ha versato tanto, chi poco, chi niente

Nell’ultimo post pubblicato dal nostro autore ospite Alba, si parlava esplicitamente delle differenze di equità nella gestione delle pensioni che derivano dal diverso livello di contribuzione sul quale le pensioni stesse si basano. Quando leggiamo proposte di “contributi di solidarietà” (verso chi?) a carico delle pensioni più elevate, o dichiarazioni sibilline come quelle di Padoan secondo cui “le pensioni non si toccano, ma i dettagli andranno discussi”, l’unico elemento che viene preso in considerazione come parametro è l’importo della pensione stessa, e mai quanto quell’importo sia commisurato a quanto effettivamente versato dai lavoratori e dalle imprese. In questo post cerchiamo di riprendere le indicazioni proposte appunto da Alba, e portare avanti il ragionamento sul rapporto tra i ricorrenti “interventi” sulle pensioni (inclusi i tagli all’adeguamento all’inflazione) e la “copertura” contributiva che le pensioni stesse hanno. Al momento, ahimè, questo rapporto è inesistente.

Renzi: spending review sì, tasse occulte no!

Passato qualche giorno dalla vivace presentazione con cui Matteo Renzi ha esposto la ben nota serie di misure che ha in programma, a partire dalla riduzione delle tasse per i redditi più bassi (su questo sono state avanzate valide osservazioni altrove), vorrei concentrare la mia attenzione piuttosto sulle risorse che dovrebbero essere impiegate per coprire i costi del taglio delle tasse annunciato dal Presidente del Consiglio. Era stata infatti prospettata una riduzione “epocale” della spesa, ma poi sui risultati della spending review presentati da Cottarelli al Senato Renzi ha mostrato una notevole prudenza, attirando semmai l’attenzione dei media soprattutto sulla riduzione degli stipendi ai manager pubblici, misura certamente molto popolare. E persino il Presidente della Repubblica è intervenuto contro i “tagli immotivati” alla spesa (chissà se ci è lecito dire che è la spesa a essere spesso immotivata).

Quindi, vediamo: cosa c’è davvero nella famosa spending review? Proviamo ad analizzare meglio le famose 72 slide di Cottarelli.

Internet e il linguaggio: metafore a catinelle

In post precedenti abbiamo suggerito l’idea che “abitare” Internet possa significare, già oggi o più verosimilmente in un prossimo futuro, acquisire un nuovo tipo di cittadinanza, la cittadinanza digitale, e abbiamo cominciato a esplorare alcuni degli aspetti che inevitabilmente una simile cittadinanza dovrebbe avere, per capire se e come ci stiamo avvicinando a un’ipotesi di questo tipo.

Dopo aver parlato di diritti fondamentali e di valuta digitale di scambio, oggi vorremmo toccare, sia pure superficialmente, il tema del linguaggio: esiste un linguaggio di Internet, con delle sue specificità e una sua riconoscibilità, delle convenzioni e dei costituenti  non riducibili a quelli delle lingue ordinarie che parliamo nel mondo “reale”? E, più importante di tutto, queste caratteristiche sono integrate nell’esperienza di comunicazione digitale dei Netizen in modo da essere naturali e coerenti con il mondo digitale in cui essi sono immersi?

Spesa sanitaria e costi standard: lo stiamo facendo sbagliato?

In un precedente post, ho cercato di cominciare a ragionare su se e dove sia possibile (e credibile) ridurre la spesa pubblica, dato che il nostro nuovo Presidente del Consiglio continua ad affermare di voler ridurre drasticamente le tasse sul lavoro. Preferisco per ora non prendere in considerazione l’idea che questo tipo di provvedimento possa essere finanziato da una maxi-patrimoniale, risolvendosi quindi di fatto in un incremento della pressione fiscale, e prendo piuttosto per buone le parole del ministro Alfano che afferma che stiamo per assistere al “più grosso taglio alla spesa pubblica e alle tasse che si ricordi”. Nientemeno. Ma come e dove si può tagliare la spesa?

Spesa pubblica e tasse: evitiamo le illusioni ottiche

Come all’esordio di praticamente ogni governo del passato recente, anche in questi giorni il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi ci propone obiettivi di riduzione delle tasse e della spesa pubblica, indicando anzi come possibile un taglio “a due cifre” del cosiddetto cuneo fiscale. Intenti analoghi, anche se non sempre così ambiziosi, si sono in passato infranti contro la rigidità e la complessità del bilancio pubblico, le resistenze dei centri di spesa, e tutte le mille ottime e pessime ragioni per cui le tasse non scendono mai.

Ovviamente, qui non potrò dare ricette; aiutandomi però con i numeri, come mio solito, cercherò almeno di suggerire che non tutte le percezioni che ci vengono instillate sono esatte. Proveremo insomma a liberarci da alcune illusioni ottiche.

Cittadini di Internet: cosa vuol dire?

Qualche post fa, abbiamo parlato di Network Neutrality, osservando che la “neutralità” della Rete che fino a oggi è bene o male stata garantita, appare ora in pericolo almeno negli USA, dopo una controversa sentenza della Corte di Appello di Washington DC. Molti osservatori hanno manifestato serie preoccupazioni, in nome della “libertà della Rete” e del diritto dei suoi utenti ad accedere con pari facilità a qualsiasi sito e qualsiasi contenuto. Ma esiste un simile diritto? Allo stesso modo, qualche mese fa le rivelazioni sulle intrusioni delle agenzie di intelligence statunitensi nelle comunicazioni telefoniche e telematiche dei cittadini avevano provocato forti reazioni, incluso un appello di oltre 500 scrittori e artisti che chiedeva con forza “alle Nazioni Unite di riconoscere l’importanza centrale di proteggere i diritti civili nell’era digitale, e di creare una Carta  Internazionale dei Diritti Digitali”.

Esiste insomma un diffuso orientamento che considera gli utilizzatori di Internet portatori di diritti specifici, in analogia a quelli che competono ai cittadini di uno Stato moderno, e ne richiede la protezione e la tutela. Dall’altra parte, diverse iniziative dei Governi e di alcuni importanti centri di influenza tendono ad accentuare la regolamentazione e la vigilanza sulle attività in Rete, almeno nominalmente per combattere fenomeni come la pirateria, il furto di identità, la diffamazione, il trolling, l’apologia di comportamenti razzisti o sessisti (ai fini del nostro ragionamento poco importa se le proposte di legge che in genere vengono elaborate in questo senso risultano spesso contestabilissime e dimostrano una profonda incomprensione della materia di cui vorrebbero occuparsi; gli esempi in merito sono anche recentissimi).

Disuguaglianza o ingiustizia?

fair-balance

Nel suo recente post sulla distribuzione della ricchezza e sulla sua correlazione con il benessere sociale, SignorSpok ci ha mostrato come storicamente negli ultimi 100-150 anni parallelamente a un aumento delle disuguaglianze economiche (misurate tipicamente dall’Indice di Gini) si sia assistito a un incremento generalizzato del benessere, e in particolare anche del benessere dei meno favoriti. In sostanza, e in un’ottica “macroscopica” (sia temporalmente che geograficamente), la lunga fase espansiva delle economie di stampo occidentale ha sì prodotto una significativa polarizzazione della ricchezza, ma è stata accompagnata da un miglioramento generalizzato delle condizioni di benessere,  pur nelle differenze non irrilevanti tra i modelli sociali dei diversi Paesi. Facendo riferimento al recente rapporto dell’Oxfam che evidenzia il costante crescere delle disuguaglianze, insomma, il nostro Spok ci avverte che non è così scontato che queste disuguaglianze abbiano (e tantomeno abbiano avuto in passato) effetti negativi. In questo post proveremo invece a chiederci, scendendo dagli scenari macroscopici ad altri ben più delimitati, se e quando le disuguaglianze diventino un’ingiustizia e un problema.

Banca d’Italia: tiriamo le somme?

Dopo il nostro precedente post in cui criticavamo il decreto sulla rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, è successo un po’ di tutto. Alla Camera, dove il decreto è stato convertito definitivamente in legge, si è scatenata una furibonda battaglia dalla quale nessuno è uscito in modo particolarmente onorevole. Nel frattempo, la tesi sui “miliardi regalati alle banche” (che, semplificando, avevamo proposto anche noi come chiave di lettura critica del provvedimento) si è fatta sentire sui giornali e sul web, suscitando opposte prese di posizione, fino a indurre il Ministero dell’Economia a pubblicare una nota per confutare quelli che il Ministero chiama “argomenti privi di relazione con la realtà dei fatti”, e la stessa Banca d’Italia a emettere un “chiarimento” più sobrio di quello ministeriale, ma certamente meno algido dello stile abitualmente usato dal sussiegoso istituto di via Nazionale; comunque, delle fonti che difendono il decreto, questa mi appare la più esatta, e farò spesso riferimento ad essa, sebbene io sia nella sostanza di opinione nettamente opposta.

Network Neutrality: democrazia della Rete, l’inizio della fine?

Lo spunto di questo post è una notizia di pochi giorni fa: una Corte di Appello del Distretto di Columbia ha emesso una sentenza nella quale ha giudicato illegittima la normativa emessa dalla Federal Communications Commission (in qualche modo equivalente della nostra Agcom) che imponeva ai provider di servizi internet a banda larga di conformarsi alla cosiddetta Network Neutrality. Si tratta di una decisione chiave su un argomento estremamente controverso e di enorme rilievo economico e civile: la “democrazia” di Internet come la conosciamo, la Open Internet, come molti la chiamano.

Se non siete professionalmente coinvolti nel settore è possibile però che non conosciate i termini della questione, ma sicuramente avete ampiamente esperienza di cosa sia in pratica la Network Neutrality. Per chiarezza, quindi, cominceremo da cosa significhi questo termine.

Di chi è la Banca d’Italia?

Questo post è dedicato a un argomento apparentemente tecnico, eppure molto importante per tutti: l’aumento del capitale della Banca d’Italia (d’ora in poi, anche BI) deciso per decreto legge a novembre 2013 (e già qui viene spontaneo chiedersi perché mai aumentare il capitale della BI rivestisse un carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, come recita la classica clausola del decreto. Scopriremo più avanti forse la vera urgenza…). Purtroppo, la faccenda è un po’ complessa, e per discuterla correttamente dovremo mettere a confronto il nuovo Statuto della BI, inopportunamente emesso a tempo di record per recepire appunto le novità del decreto (e che peraltro dovrà essere modificato per tener conto delle variazioni al decreto che sta approvando il Parlamento), con quelli precedenti. Le differenze sono infatti rilevantissime, in negativo, per le nostre tasche.