Ripresa, occupazione e Jobs Act: com’è andata nel 2015, come va nel 2016

Executive Keeping Head Above Water

Negli ultimi giorni, l’INPS e l’Istat hanno pubblicato importanti rapporti sull’andamento dell’economia e dell’occupazione in Italia. In particolare, ha suscitato un certo scalpore la notizia che, in base ai dati dell’Osservatorio sul Precariato INPS, il numero di nuovi posti di lavoro creato nel primo trimestre del 2016 è stato di circa 51mila unità, inferiore di ben il 77% rispetto allo stesso periodo del 2015. Ovviamente, le opposizioni ne hanno tratto l’occasione per concludere che il Jobs Act renziano è in realtà un “Flop Act”, per usare le parole del sempre colorito Renato Brunetta; da parte sua, il premier  ha definito queste critiche “clamorose balle”. Come stanno davvero le cose?

Innanzitutto, vorrei chiarire che il nostro obiettivo qui non è dare ragione all’uno o all’altro, e anzi confesso che il linguaggio e lo stile di queste dichiarazioni mi sembra fuori luogo e certamente non fatto per aiutare i cittadini a capire come stanno le cose. Quindi, vorrei partire dai freddi dati, anche perché alcuni di essi sono davvero interessanti.

Le pubblicazioni a cui mi riferivo, e che citerò in varia forma nel seguito, sono:

  1. Il report mensile di marzo dell’Osservatorio sul Precariato dell’INPS;
  2. L’edizione 2016 del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat;
  3. Il Rapporto annuale 2016 dell’Istat sulla situazione generale del paese.

Questi tre documenti, e in particolare l’ultimo, sono di grande interesse per diversi argomenti, ed è impossibile sintetizzarli qui; oltre a raccomandare di scaricarli, mi riservo di riprenderne alcuni temi in post futuri. Limitandoci quindi all’occupazione, cosa ci dicono i dati? Vale la pena di premettere che le metodologie dei due istituti sono diverse, e quindi i dati che presentano, pur convergenti, non sono identici.

Nel 2015 in Italia è terminata la recessione e si è avuta una moderata ripresa. Nonostante un rallentamento delle esportazioni, il PIL italiano ha visto finalmente un incremento seppur lieve, prevalentemente dovuto a una crescita della domanda interna, come si vede (con un po’ di fatica) nel grafico qui sotto:

pil 2015

Fonte: Istat, rif. 3 citato

Nel 2015, infatti, è leggermente ma apprezzabilmente cresciuto il reddito disponibile delle famiglie (v. grafico qui sotto), il che, anche per la stagnazione dei prezzi, ha appunto consentito un incremento dei consumi.

reddito disponibile

Fonte: Istat, rif. 3 citato

A questa (molto) moderata ripresa ha fatto riscontro un più rilevante incremento dei posti di lavoro, grazie prevalentemente agli incentivi previsti dalla Legge di Stabilità 2015, e in misura minore al molto discusso Jobs Act. Abbiamo già analizzato i relativi dati in un post a cui rinvio chi volesse approfondire questo punto; aggiungerei solo che nel 2015 è anche calato drasticamente il ricorso alla Cassa Integrazione, e che l’aumento dell’occupazione non è stato territorialmente omogeneo: nel diagramma qui sotto si vede che le aree dove la situazione occupazionale è migliorata (sfumature di verde) sono distribuite piuttosto irregolarmente, stavolta non unicamente a beneficio del Nord.

occupazione per zona

Fonte: Istat, rif. 3 citato

Dato che l’occupazione è aumentata più del PIL, ai nuovi posti di lavoro non corrisponde un aumento di produttività, anzi. Leggendo il Rapporto annuale, per converso, troviamo che l’incremento di occupazione è più legato ai settori in cui le aziende operano che ai loro livelli di produttività. Per usare le parole del documento, “l’effetto della produttività sulla dinamica occupazionale appare complessivamente debole”.  Insomma, la correlazione tra occupazione e produttività esiste ma non appare determinante come dovrebbe.

Infine, la “staffetta generazionale” s’è bloccata. Forse il dato peggiore tra quelli raccolti nei rapporti che ho citato è che l’occupazione giovanile continua a soffrire. Come si vede dai grafici qui sotto, uno degli effetti dell’attuale normativa sulle pensioni (che io non considero una iattura, a differenza di quasi tutti) è stato il “sorpasso” degli anziani sui giovani in termini di tasso di occupazione. Che si tratti di uomini o di donne, del Nord o del Sud, è più probabile avere un lavoro se si ha tra i 55 e i 64 anni che tra i 15 e i 34 (il che non toglie che sia poi difficilissimo ritrovarlo se si ricade nella prima di queste fasce di età).

occupazione per eta

Fonte: Istat, rif. 3 citato

Fin qui il 2015. E il 2016? Qui sta il busillis. I dati dell’INPS dicono che la creazione di posti di lavoro nel settore privato, dopo il picco di dicembre 2015, ha subito una brusca frenata, scendendo anche sotto il livelli dello stesso periodo del 2014, come sottolinea questo grafico tratto dal Sole 24 Ore:

Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati INPS

Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati INPS

Questi e altri dati si trovano appunto nel Rapporto sul Precariato che citavo, dal quale ad esempio è possibile rilevare che questo effetto è diffuso su tutto il territorio nazionale. Insomma, i dati dicono che, una volta terminati (o drasticamente ridimensionati) gli incentivi, i nuovi posti di lavoro che vengono creati sono molto pochi, il che in un certo modo conferma che il sostanzioso incremento del 2015 era dovuto in grandissima parte agli incentivi. Continua invece a crescere senza sosta l’uso dei voucher di cui tanto si è parlato come una forma di “sommerso”.

Viceversa, per il PIL le notizie sono migliori rispetto alla fiacca chiusura di 2015: nel primo trimestre 2016 è salito dello 0,3%, sulla scia di una buona performance di crescita dell’Eurozona, che quindi può far sperare che il calo delle esportazioni del 2015 possa essere invertito.

Fin qui i dati. Come possiamo interpretarli? Su questo ovviamente le opinioni divergono. La mia opinione è che dovremmo ricordare che il piccolo incremento di posti di lavoro nel primo trimestre 2016 si aggiunge a quelli creati nel 2015, e quindi dovremmo innanzitutto registrare con favore il fatto che l’occupazione continui a crescere, sia pure lentamente, perché non è scontato che sia sempre così. A questo proposito, farei riferimento a un interessante articolo di Bruno Anastasia pubblicato circa tre mesi fa su lavoce.info, nel quale si diceva (grassetto mio): “cosa può accadere prossimamente al mercato del lavoro italiano dopo che le imprese hanno fatto il pieno di occupazione, ben oltre quanto i dati macroeconomici (Pil, aspettative, per esempio) possono spiegare? Appare logico attendersi per il 2016 sostanzialmente un consolidamento del livello raggiunto a fine 2015, che rappresenta un notevolissimo recupero rispetto alle perdite degli anni precedenti: è difficile – per quanto sperabile e necessario – immaginare, in un orizzonte annuale, ulteriori risultati. Mentre si ridurranno certamente i flussi, al netto di quelli dovuti a turnover di lavoratori, a nascita/morte di imprese, a sostituzioni, a stagionalità. In particolare, saranno influenti – e importanti da osservare, per gli effetti non solo sul 2016 ma su tutti i prossimi tre anni – i tassi di sopravvivenza dei rapporti di lavoro che nel 2015 hanno beneficiato dell’esonero”. Da questo punto di vista, un dato confortante tra quelli fornitici dall’INPS c’è: nel primo trimestre 2016 le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono diminuite rispetto al 2015, in valore assoluto e, a maggior ragione, in percentuale sul totale; per ora, insomma, non si vedono segnali negativi sulla “longevità” dei posti di lavoro.

In conclusione: la mia opinione è che stavolta il bicchiere sia mezzo pieno, o meglio che quello che nel bicchiere manca sia inutile pretenderlo dal Governo, e che la contrazione di cui si sta discutendo fosse inevitabile, in assenza di una crescita sostanziale dell’economia produttiva. Consolidare l’incremento di occupazione ottenuto nel 2015 ed estenderlo ulteriormente grazie, finalmente, a una ripresa della produttività è innanzitutto compito delle imprese, che nella produttività dovrebbero investire molto di più. Ulteriori interventi dello Stato che rendano conveniente creare posti di lavoro a bassa produttività, infatti, potrebbero fare più male che bene, e si potrebbe sostenere non del tutto a torto che già i posti di lavoro creati nel 2015 siano costati molto cari ai contribuenti; ma questa critica difficilmente può venire da forze politiche che poi propongono nuove misure a carico della spesa pubblica corrente. Anche le ipotesi che il Governo dichiara di avere allo studio per la prossima Finanziaria mi lasciano onestamente un po’ perplesso, visto che vanno tutte nella direzione di un aumento del deficit. Ma questa è un’altra puntata.

 

3 commenti

  • Già: le imprese il problema sono loro.
    Dopo la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, fatto il superamento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, gli incentivi, le politiche attive di ogni risma ecc. dovrebbero essere ora le imprese a caricarsi della responsabilità di resistere sul mercato. La realtà è che la struttura produttiva delle aziende italiane è ormai fuori mercato, inadatta e incapace di stare al passo con le trasformazioni tecnologiche che si stanno attuando. Certo ci sono le eccellenze, isole felici, ma non in grado di trainare l’intero “sistema-Paese”. La massa delle aziende nazionali non ce la fa, per mentalità, cultura, piccolo cabotaggio, costi insostenibili date le dimensioni ad ammodernanrsi (http://sbilanciamoci.info/industria-il-tarlo-dellinnovazione/); e c’è già chi parla di “messicanizzazione” dell’Italia (http://www.albertoforchielli.com/2016/05/23/forchielli-a-piazzapulita-litalia-verso-il-modello-messico/).
    Grazie Ottonieri.

  • Pingback: Occupazione in Italia e Jobs Act – hookii

  • Già, le imprese italiane: ricatto occupazionale da sempre, oggi più esca che ricatto. Ieri delocalizzavano, oggi si vendono.
    Il disarmo della grande manifattura privata è quasi completo, resiste malamente la grande industria “statale” (avio-spaziale, cantieristica, militare). Sopravvivono eccellenze, principalmente in settori di nicchia e nell’engineering.
    Peraltro, la robotizzazione nel manifatturiero, internet e digitalizzazione nei servizi, assieme alla produttività portano l’eliminazione di innumerevoli posti di lavoro che non sono, se non in piccola misura, rimpiazzabili (in Italia men che meno). Lo sgomento è diffuso. E il governo che fà?
    Spende 32-36mld (distribuendo 80€ a chi ha un reddito medio-basso(?), offrendo una sostanziosa decontribuzione alle aziende, abolendo la tassa su prima casa (la più giusta ed efficace delle tasse) per tutti!
    Che investimenti in infrastrutture, interventi su territori a rischio o di valorizzazione, con creazione di moltissimi posti di lavoro, si sarebbero potuti fare con quella montagnola di soldi?
    Se uno scenario come il nostro porta il governo a partorire provvedimenti come quelli, invidio coloro che riescono a scorgere vino nel bicchiere.

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