L’ Italia, gli Europei e perché tutti amano il calcio

tribuCon la partita di sabato scorso contro i campioni del mondo della Germania s’è purtroppo chiusa la spedizione azzurra agli Europei di Francia, che ha comunque riservato agli appassionati momenti entusiasmanti. Le inattese vittorie contro Belgio e Spagna, entrambe contro i pronostici e le classifiche internazionali, sono state certamente frutto di acume tattico e determinazione, ma l’Italia non è stata autrice delle uniche né delle maggiori sorprese nel torneo, visti i risultati ad esempio dell’Islanda, che ha eliminato l’Inghilterra prima di essere battuta dalla Francia. E a proposito dell’Inghilterra, quest’anno il campionato inglese ha registrato la sorpresa forse più grande della storia, con la vittoria del Leicester.

Ma è una sorpresa che il calcio sia ricco di sorprese? E c’è qualcosa che le collega col fascino universale del calcio? Forse sì. 

Partiamo da un presupposto: Hic Rhodus non è esattamente un blog per fan del calcio. Le poche volte che ce ne siamo occupati abbiamo messo in evidenza gli aspetti discutibili o addirittura criminali del mondo che ruota intorno alle partite di calcio, e non a caso in un post molto tranchant il nostro Bezzicante si è chiesto senza mezzi termini e se smettessimo di seguire il calcio? : razionalmente parlando, sembra davvero che non ci siano molti buoni motivi per riservare al calcio l’attenzione e la passione con cui gli italiani lo seguono. Anch’io ho sottolineato alcuni dei fenomeni deplorevoli che accompagnano lo “spettacolo” calcistico e ne sfruttano la presa popolare a beneficio di soggetti e attività non proprio encomiabili, in un contesto di profonda arretratezza culturale rispetto ad altre nazioni dove lo sport ha una dimensione “industriale” seria. Dal tempo di quei post, abbiamo semmai dovuto constatare che le istituzioni del calcio europeo e mondiale non erano meno vulnerabili di quelle italiane alla corruzione e all’ “occupazione” delle poltrone.

Eppure, dobbiamo prendere atto dell’imbarazzante fatto che, nonostante gli autorevoli moniti di Hic Rhodus, il pubblico di tutto il mondo e quello italiano in particolare non dà segno di voler abbandonare il calcio. I campionati Europei in corso hanno ottenuto ascolti record in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e hanno persino suscitato un fenomeno di passione collettiva in Islanda (che pure non sembrerebbe il paese più indicato per alimentare la febbre del tifo calcistico), dove i recenti successi della nazionale hanno mobilitato l’intero paese e trasformato il telecronista Gudmundur Benediktsson in una star per via delle sue esultanze ai limiti del delirio.

Forse è quindi giusto non solo riconoscere che lo sport, e tra tutti gli sport il calcio, esercita un’attrattiva indipendente dalle generazioni, dalle latitudini, dalle condizioni sociali e dalle convinzioni politiche, ma anche considerare che se il tifo calcistico è una follia, in essa può ben esservi del metodo. Certo, è inevitabile ricordare l’ormai classica trattazione di Desmond Morris nel suo libro La tribù del calcio, che ricollega i riti calcistici a quelli delle comunità primitive, con la capacità di evocare e mobilitare forme di comportamento ancestrali, anche grazie alla forza di simboli, colori, gruppi organizzati, e così via: “Il calcio, considerato obiettivamente, è una delle più strane costanti di comportamento umano della società moderna. Spinto da questa considerazione ho deciso di fare le mie indagini. E mi è stato subito chiaro che ogni centro di attività calcistica, ogni football club, è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, anziani della tribù, stregoni, eroi: entrando nei loro domini mi sono sentito come un esploratore del passato intento a esaminare per la prima volta una vera cultura primitiva…”. Come si vede, Morris, che è zoologo, etologo e autore di importanti saggi di sociobiologia (il più famoso è probabilmente La scimmia nuda), si pone proprio la questione di cui parlavamo, ossia dell’universalità primigenia del fascino del calcio, la sua connotazione archetipica.Morris La tribù del calcio

Eppure, anche accettando l’analisi di Morris (che è stato il capostipite di tutte le analoghe analisi antropologiche e sociologiche del calcio), rimane la domanda perché proprio il calcio? E perché il calcio “funziona” ovunque? Esistono mille sport di squadra e individuali, più spettacolari (Basket), cavallereschi (Rugby), faticosi (Ciclismo), virtuosistici (Ginnastica), atletici (Atletica Leggera), brutali (Football Americano)… cos’ha il calcio di così speciale? Senza ovviamente volermi mettere in concorrenza con Morris & C., vorrei proporre qualche spunto che sottolinea l’unicità del calcio:

  1. Al calcio possono giocare tutti. Nonostante alcuni esempi particolarissimi, è difficile vedere un piccoletto emergere nel campionato NBA di Basket, o uno spilungone diventare un campione di ginnastica artistica, e, anche quando questo accade, si tratta dell’eccezione che conferma la regola. Nella maggioranza degli sport esiste un tipo fisico ideale (per statura, peso, lunghezza degli arti, ecc.) che rappresenta un modello “ottimale” e che pone quindi inevitabilmente un limite all’identificazione del pubblico. Il più forte calciatore del mondo, invece, può essere, a seconda dei casi, un olandese dal fisico longilineo e nervoso come Johan Cruyff, un elegante normotipo come Pelè, un piccoletto scattante come Diego Maradona, ognuno con uno stile personale e perfettamente adeguato al proprio fisico. Non esiste un tipo fisico standard per un calciatore, e nessuno è in partenza “inadatto” a diventare un campione.
  2. Il calcio lascia ampio spazio all’interpretazione. Se è vero che il calcio si gioca ovunque, è altrettanto vero che il calcio si può giocare in mille modi diversi. In nessun altro sport a mia conoscenza esiste tanta variabilità nelle scuole di gioco, nazionali o di squadra. Addirittura, si può dire che nel calcio esistano dei caratteri nazionali quasi costanti e riconoscibili, con appunto una scuola brasiliana, una tedesca, una argentina, una inglese e, certamente, una italiana, ciascuna delle quali assimila in modo riconoscibile caratteristiche anche extrasportive del popolo che ciascuna squadra rappresenta. Non troveremmo “naturale” una nazionale tedesca composta da undici individualisti, né una inglese difensivista e antisportiva. L’identificazione di una “tribù” con la sua squadra non è solo una questione di colori o di magliette.
  3. Infine, il calcio è intrinsecamente aperto alle sorprese, e ogni sorpresa è una storia. Considerato quanto il calcio sia “industrializzato”, ci si potrebbe …sorprendere delle sorprese che ancora ci offre con buona frequenza. Questi Europei ne hanno registrate numerose, dalle sconfitte del Belgio, che era forse la favorita numero uno, ai successi dell’Islanda e, in misura minore ma per noi significativa, dell’Italia. Non è un caso: esiste un motivo matematico per cui nel calcio le sorprese sono più frequenti. Il calcio è infatti probabilmente lo sport di squadra in cui si segna di meno, e in cui quindi un solo gol può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta, ed essendo giocato …con i piedi, su un terreno irregolare, presenta elementi di casualità ineliminabili. Ecco quindi che questi fattori casuali, che in sport ad alto punteggio come il basket contano poco, possono risultare decisivi anche in partite tra squadre di forza piuttosto diversa. Un tiro sbilenco, un ciuffo d’erba, una mezza scivolata di un portiere, una prestazione brillante o mediocre, possono condurre la nazionale di un’isoletta di poco più di trecentomila abitanti, senza tradizioni, senza soldi e senza campioni, a sconfiggere quella che rappresenta gli “inventori del gioco” e la lega più importante del mondo, che produce incassi complessivi per oltre tre miliardi di sterline l’anno. E una grande sorpresa è sempre accompagnata da una storia, che sia quella del piccolo Leicester, guidato da un allenatore straniero di seconda scelta e pieno di calciatori considerati “brocchi”, o quella appunto dell’Islanda, che improvvisamente diventa la patria del calcio e si trasferisce in massa in Francia per fare il tifo per una squadra allenata da un dentista part-time. E lo sappiamo, non c’è niente che tutti noi amiamo più di una buona storia.

Come dicevo, non è certo qui che daremo la spiegazione definitiva del fascino del calcio; però è forse opportuno convincerci che la passione universale che esso suscita non è semplicemente una forma di irrazionalità rinforzata dal consumismo, o da una politica di panem et circenses. Il calcio ha una profonda e reale corrispondenza con la nostra psicologia e, fintanto che non ce ne facciamo dominare, non sono sicuro che sia poi così sciocco seguirlo e fare il tifo per l’Italia. Ai prossimi mondiali, ormai.

La foto di apertura mostra alcuni indigeni della tribù Tatuyo in Brasile che giocano a calcio. Fonte: http://www.panamericanworld.com/

One comment

  • L’ha ribloggato su e ha commentato:
    Interessante articolo anche per chi, come me, non è particolarmente attratto dal calcio. In ogni caso quando gioca la Nazionale siamo tutti un po’ coinvolti eh…😉

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