La Rai ritorna al futuro?

Il_gattopardo_ballo01Dal 17 maggio scorso, sul sito http://www.cambierai.gov.it/, è stata aperta una consultazione pubblica sul Servizio Pubblico radiofonico, televisivo e multimediale”, insomma sulla Rai del futuro. Questa consultazione, che sarà aperta fino al 30 giugno (quindi non moltissimo), ha lo scopo di raccogliere le opinioni dei cittadini/utenti su quale dovrebbero essere il ruolo e le priorità della Rai, visto che quest’anno scade la Convenzione tra lo Stato e appunto la Rai. In vista del rinnovo della Convenzione, che dovrà definire le nuove linee guida e gli obiettivi del servizio pubblico radiotelevisivo, cosa possiamo chiedere alla Rai del futuro?Innanzitutto, diciamo che l’idea della consultazione è interessante anche perché si ispira abbastanza chiaramente all’analoga iniziativa del BBC Trust, che in occasione del rinnovo del contratto di servizio decennale ha lanciato la consultazione Tomorrow’s BBC. Insomma, almeno nelle forme, la Rai adotta come modello quella che è pressoché universalmente considerata la più autorevole e influente TV pubblica del mondo.

Un’altra considerazione che viene abbastanza spontanea è che, per trattarsi di un’importante e inedita iniziativa relativa al principale operatore di comunicazione in Italia, questa consultazione ha avuto pochissima attenzione mediatica, e la stessa Rai non mi sembra abbia diffuso martellanti inviti a parteciparvi. Sarà insomma una mia impressione sbagliata, ma non mi sembra che ci tengano poi così tanto a raccogliere le opinioni dei cittadini-telespettatori…

In effetti, non credo che si debba faticare molto per convincere gli italiani che la Rai deve cambiare. Il confronto con il modello BBC, che in parte abbiamo affrontato qui su Hic Rhodus già parecchio tempo fa, è impietoso, per quantità e qualità dei contenuti, per credibilità e autorevolezza, per influenza internazionale (che non dipende solo dalla maggiore diffusione dell’inglese), e last but not least, per trasparenza ed efficienza nella gestione del denaro pubblico del canone. La nostra Rai è invischiata in trasmissioni di basso intrattenimento, ha un’offerta ben poco differenziata dalle TV commerciali, e un pubblico “anziano” e in prospettiva in declino.

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Come si vede dalla tabella qui sopra, che riguarda il 2015, la Rai e soprattutto Rai Uno rispetto al totale del pubblico è significativamente più debole nel “target commerciale” 25-54 anni, mentre è più forte nel segmento più anziano del pubblico. In realtà, secondo i dati, è tutta la TV generalista che perde terreno nell’ambito del target commerciale, sia a favore dei canali specializzati che degli altri media come Internet.

Insomma, la Rai ha decisamente bisogno da un lato di recuperare terreno tra i giovani, e dall’altro di differenziarsi dalle TV commerciali. Come farlo? La risposta naturale sarebbe: smettendola di fare competizione con Mediaset sui format clonati l’uno dall’altro, e scegliendo finalmente di puntare sul futuro: futuro tecnologico, con un salto di qualità nella presenza digitale, anche, paradossalmente, facendo leva sull’enorme patrimonio di storia della televisione che solo la Rai può mettere in gioco; futuro nei modelli di coinvolgimento del pubblico, con un uso moderno del second screen e di Internet come “rinforzo” delle trasmissioni via etere; futuro nei contenuti, ripensandoli appositamente come durata e modalità di fruizione per quanto riguarda i new media, e per i media tradizionali adottando format più originali e coraggiosi, anziché replicare all’infinito stagioni di fiction ipercollaudate e di talent show con poco spettacolo e nessun talento. Il nuovo direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto, con il suo passato in MTV e Viacom ha teoricamente le carte in regola per ribaltare le tradizionali logiche di viale Mazzini, e “reingegnerizzare il DNA” della vecchia Rai, come fanno  capire anche alcuni recenti annunci sulle competenze che d’ora in poi sono richieste per occupare ruoli di responsabilità nell’azienda. Sarebbe insomma ora che la Rai tornasse al futuro, ad avere una visione strategica del suo ruolo in un mondo in cui, per strano che possa sembrare, c’è a mio avviso molto spazio da occupare per chi sia in grado di essere leader.

Il mio timore, invece, è che per la Rai questo sia l’ennesimo episodio di “falso movimento”: un modo per superare una scadenza potenzialmente scomoda “facendo ammuina” ma senza incidere i veri nodi che impastoiano Mamma Rai. Se, a proposito della consultazione da cui siamo partiti, leggiamo i documenti preliminari predisposti dai tavoli tecnici da cui dovrebbero emergere le nuove linee guida per la Rai del futuro, l’impressione che ne traiamo è di una preoccupante vaghezza e genericità: si tratta di titoli da quaderno delle buone intenzioni, più che di un piano di azioni attuabili e misurabili da un ente di controllo.

Non a caso, uno dei grandi insegnamenti di cui i gattopardi italiani hanno sempre saputo far tesoro è che se non si vuol cambiare nulla, occorre che tutto cambi, in un eterno “ritorno al futuro” che in realtà sa molto di passato.

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