Le Banche, gli stress test e il Barone di Münchhausen

statua

Ebbene, il giorno tanto atteso è giunto: sono stati pubblicati i risultati degli stress test effettuati dall’autorità di vigilanza sulle principali banche europee. I risultati erano peraltro, almeno in una certa misura, attesi, ma ora certificano nero su bianco che in Europa c’è una banca che non è minimamente in grado di sostenersi in uno scenario di crisi, e si tratta del Monte dei Paschi di Siena.

Niente panico, però: proprio in vista di questa scadenza, le migliori menti politiche e finanziarie d’Italia hanno già messo a punto un piano per il “salvataggio” del MPS, che è anche stato approvato dalla BCE nella sua impostazione. Tutto sotto controllo…

…ma diamo comunque un’occhiata, tanto per capire un po’ meglio la situazione.

Innanzitutto: cosa sono gli stress test? Molto in sintesi, l’idea è che, sotto la supervisione dell’Autorità Bancaria Europea, si effettuano delle simulazioni di scenari macroeconomici negativi, e si determina come ogni banca “reagirebbe” a queste condizioni ipotetiche, per capire quanto le banche siano stabili in un contesto economico incerto.

Nel caso specifico degli stress test appena realizzati, lo scenario simulato è quello di una recessione su scala europea, che nel periodo 2016-2018 comporti variazioni del PIL dell’UE in termini reali del -1,2% nel 2016, -1,3% nel 2017 e +0,7% nel 2018, con una perdita complessiva del 7,1% nel triennio rispetto alle previsioni. A fronte di questo scenario, e sulla base della situazione patrimoniale e degli impieghi delle 51 banche esaminate alla data del 31 dicembre 2015, sono state realizzate le proiezioni i cui risultati sono stati pubblicati appunto il 29 luglio.

Come sono andate le cose? In realtà, nel complesso, non troppo male: anche in questo scenario certamente più pessimistico di quello realisticamente prevedibile, il patrimonio delle banche, accresciuto negli ultimi anni appunto per ridurre i rischi, dovrebbe essere sufficiente a evitare situazioni di grave insolvenza. Questo vale più o meno per tutte le banche, tranne una, come mostra in modo molto “plastico” il grafico qui sotto, nel quale appunto una sola banca vede andare in negativo il suo capitale alla fine della simulazione, e quella banca è il MPS.

risultati

Fonte: 2016 EU-wide stress test results, EBA

Questo però non vuol dire che tutte le altre banche possano dormire sonni tranquilli: alcune, in particolare, sarebbero comunque colpite piuttosto duramente (v. elenco qui sotto); non a caso, Unicredit (che sarebbe tra esse) ha subito emanato una nota in cui comunica che valuterà insieme al regolatore “fino a che punto azioni manageriali credibili possano compensare parte dell’impatto dello scenario avverso”. Insomma, alcuni giganti come Barclays, Deutsche Bank e appunto Unicredit non sono invulnerabili.

banche vulnerabili

Banche che in condizioni “avverse” avrebbero una situazione patrimoniale meno solida

Fin qui, gli esiti degli stress test. In realtà, che MPS non fosse in grado di superarli era ampiamente noto, e infatti nelle ultime settimane è stato messo a punto un “piano di salvataggio” che permetta di ridurre drasticamente i crediti in sofferenza e di aumentare il capitale della banca. Come tutti sappiamo, non è certo la prima volta che si gettano nuovi soldi nella fornace del MPS: già altri aumenti di capitale sono stati realizzati, senza però riuscire a ricondurre la banca in condizioni di reggere sul mercato.

Vediamo quindi in che consista il piano di salvataggio, che nasce con due obiettivi sostanziali che lo trasformano in un esercizio fortemente acrobatico:

  1. Evitare il temutissimo bail-in, e più in generale evitare che l’operazione comporti perdite per gli obbligazionisti “privati” e per i correntisti;
  2. Evitare un esplicito impiego di capitale pubblico, perché, secondo appunto le nuove regole europee del bail-in, un impiego di denaro pubblico costringerebbe ad addossare parte del costo dell’operazione appunto agli obbligazionisti ed eventualmente ai correntisti.

Il motivo di queste condizioni è molteplice: da un lato si teme che colpendo gli investitori “retail”, in quantità che sarebbero ben superiori a quelle modestissime delle “quattro banche” salvate a fine 2015, si scatenerebbe sfiducia e anche panico, con ondate di vendite di obbligazioni bancarie e magari anche una corsa al ritiro dei capitali dai conti correnti. Dall’altro lato, più prosaicamente, il nostro governo, col referendum istituzionale alle porte, non è disposto a compiere azioni impopolari. O almeno, azioni impopolari di cui il “popolo” si accorga.

Quindi l’acrobazia cui facevo cenno consiste nel realizzare un piano di risanamento del MPS senza usare apertamente denaro pubblico e senza deprezzare le obbligazioni. Questo esercizio è arduo semplicemente perché l’unica altra fonte possibile di finanziamento teoricamente è il mercato, e nessun operatore di mercato ovviamente investirebbe un euro nel MPS prima che sia risanato. E allora?

Allora, l’acrobazia consiste nell’addossare a cittadini e contribuenti i costi dell’operazione senza mostrarla esplicitamente come una manovra pubblica. Come vi sarà facile credere, l’ingegnosità dei nostri politici e finanzieri si è dimostrata anche questa volta all’altezza della sfida. Vediamo cosa si sono inventati (per maggiori dettagli potete leggere il comunicato stampa del MPS o un’ottima sintesi del Sole24Ore).

Il cuore dell’operazione consiste nella vendita di 10,2 miliardi “netti” o 27,7 “lordi” di non performing loans (i crediti “deteriorati” che rappresentano il grande problema del MPS e in misura minore di UniCredit). 10,2 miliardi è il valore a cui questi crediti sono iscritti a bilancio, mentre quello che il MPS si aspetta di incassare è 9,2 miliardi, ossia il 33% del valore nominale dei crediti. Ora, diciamolo subito: il 33% è una quotazione che non sta né in cielo né in terra; se ci si rivolgesse davvero al mercato, si potrebbe forse ottenere una quotazione del 20%, considerando che chi investe in questo tipo di asset di solito è uno speculatore puro. Ma se una quantità così ingente di crediti fosse venduta a prezzi di mercato, MPS sarebbe semplicemente dichiarata fallita, e ci ritroveremmo appunto alle prese con l’intollerabile bail-in. Quindi, bisogna che qualcuno s’accolli il rischio (io direi: la perdita certa) che corrisponde alla differenza tra il valore di mercato di quei crediti e il valore che occorre riconoscere al MPS per tenerlo in piedi.

Trovare questo “qualcuno” e fare in modo che fosse almeno formalmente un soggetto privato è stato il grande problema di Padoan nelle ultime settimane. La parte “migliore” dei npl potrà essere sottoscritta da investitori “istituzionali” con la garanzia dello Stato (quindi nostra); una seconda fetta sarà invece acquistata dal costituendo Atlante 2, con il contributo di Atlante 1 per un ammontare fino a 1,2 miliardi. E mentre Atlante 1 era essenzialmente a carico delle principali banche italiane, Atlante 2 dovrebbe essere finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti (formalmente privata, ma praticamente gestita e garantita dallo Stato) e dalle Casse Previdenziali private, cosa ovviamente priva di senso, visto che i fondi previdenziali dovrebbero scegliere investimenti a basso rischio, e non azzardi come Atlante 2. E infatti, nonostante l’endorsement dell’associazione di categoria delle Casse, diverse di esse stanno rispondendo picche: scommettiamo che alla fine sarà la Cdp a metterci praticamente tutti i soldi?

La verità è che pretendere di far fare al mercato un’operazione a prezzi fuori mercato, e magari chiedere al sistema bancario di garantire i crediti deteriorati che mettono a rischio la solidità del sistema bancario stesso, è come pensare di liberarsi da un pantano, con tanto di cavallo appeso alle staffe, tirandosi su per i capelli come raccontava di aver fatto l’ineffabile Barone di Münchhausen. È una storia che si può raccontare, a patto che non ci si aspetti di essere creduti.

Ma, direte voi, si poteva fare altrimenti? Sì, si poteva, ma non rispettando i “paletti” politici di cui abbiamo parlato. Senza entrare nel merito, esiste una procedura alternativa (descritta bene qui) che prevede un contributo pubblico esplicito, attraverso il fondo salva-stati europeo, ma che ha due “gravissimi difetti”: non salva gli obbligazionisti subordinati, e impone di ridisegnare la governance della banca “salvata”, per evitare che, come accaduto più volte per MPS, i soldi raccolti servano solo ad alimentare un’emorragia sulle cui cause non si interviene, come in quell’altra storia del Barone di Münchhausen il cui cavallo era afflitto da una sete inesauribile perchè era stato tagliato a metà e l’acqua che ingeriva zampillava fuori dalla parte posteriore. Peraltro, quella procedura, dal punto di vista del contribuente, ha il vantaggio che almeno i soldi versati dallo Stato non sono semplicemente buttati, ma sono convertiti in quote della “nuova” banca, quindi con un valore.

Infine: il problema delle banche non è semplicemente legato a una fase di crisi, o ai non performing loans. Il vero problema delle banche è che i loro profitti sono pesantemente calati, (anche) perché la “rivoluzione digitale” ha reso obsoleti certi servizi e insostenibili le tariffe che le banche erano solite imporre per altri. Le agenzie sul territorio, proliferate sino all’inverosimile, sono sempre meno necessarie: personalmente non metto piede in banca da mesi e spero di non doverlo fare per parecchi dei prossimi mesi. Spostare denaro è una cosa che oggi si fa con un click, e nessuno di noi è disposto a spendere cifre esorbitanti per poter fare click: le banche, minacciate dalla concorrenza delle FinTech, semplicemente non possono più fare i soldi che facevano una volta, o, come si dice, devono cambiare modello di business. Tutte, ma soprattutto quelle tradizionali come la maggioranza delle nostre, che oggi sembrino solide o meno. Ma questa è materia per un altro post.

4 commenti

  • Pingback: un pericolo pubblico di nome Renzi il Bomba – 385 – cor-pus 15

  • Grazie dottore per la chiarezza. Le passo un link che magari le interessa e capisce certo meglio di me. Saluti
    http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/07/26/gli-stress-test-e-la-realta-del-mercato/?uuid=uJCG9vAV

  • Sempre chiaro e lucido. Rimangono comunque alcuni punti aperti:
    – La soluzione spagnola presenterebbe un problema di fondo: l’accesso all’ESM e’ comunque subordinato al bail in (di almeno 8% del passivo, quindi potenzialmente ad impatto molto elevato). Un accesso indiretto all’ESM (cioe’ via prestito al governo poi girato agli istituti) invece vorrebbe sostanzialmente dire abdicare per un certo periodo la politica economica (se questo sia un bene o un male e’ opinabile ovviamente).
    – Il problema della profittabilita’ delle banche non e’ solo italiano, e se la concorrenza delle fintech e del settore bancario ombra (shadow banking) da una parte riduce i costi per il cliente dall’altra aumenta i rischi per la stabilita’, visto che gli operatori in questi ambiti sono scarsamente regolamentati e non sottoposti ai vincoli di capitale, governance e trasparenza delle banche (e’ vero, si sono fatte le cose a buoi scappati dalla stalla, ma tant’e’). Come agire sullo shadow banking e’ infatti sia sull’agenda del FSB che del G20 e solo due giorni fa Reuters dava l’allarme sulla crescita incontrollata dello shadow banking in Cina.

    Saluti, Marco

    • Sul primo punto, le considerazioni sono esatte, e ovviamente a ciascuno trarne le conseguenze; sul secondo, penso che dovremo tornare, perché il tema della profittabilità delle banche rischia di essere molto costoso per tutti.
      Grazie.

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