No alla violenza contro le donne

36 No alla violenza contro le donne

[I dati qui presentati sono stati aggiornati con un post del 27 Gennaio 2016 e con uno successivo del 21 Marzo 2018]

Troppo di frequente piangiamo donne uccise da mariti gelosi, fidanzati abbandonati, padri-padroni che non accettano l’indipendenza della figlia, e chiamiamo questo “femminicidio”, come nel recente caso di Motta Visconti, ultimo di una serie destinata a durare. Il problema è emerso a livello di coscienza collettiva da pochi anni, tanto che il legislatore è dovuto intervenire col decreto legge 14 Agosto 2013, n° 93 convertito con modifiche dalla Legge 15 Ottobre 2013, n° 119; la legge interviene sostanzialmente sul Codice penale con ampliamento dell’intervento dell’autorità, della casistica oggetto di tutela e inasprimento delle pene; nell’incipit del DL si può leggere:

Dei diritti e dei doveri

Dichiaro subito che la mia massima aspirazione è fare assolutamente tutto ciò che mi pare. Credo che questo sia il migliore incipit al presente articolo perché sono certo di essere in buona compagnia, e in questo modo spero di avere catturato la vostra attenzione e benevolenza perché purtroppo, a partire da tale aspirazione, dovrò condividere con tutti voi l’impossibilità di realizzarla completamente. Poiché siete amici vi risparmio tutta la pletora di teorie socio-antropologiche su come siamo finiti, nei millenni, a costruirci una gabbia sempre più fitta di regole (che hanno molto a che fare coi doveri e un po’ coi diritti); sapete, io non uccido voi e voi non uccidete me, io non vengo a rubare la tua mucca e tu non provi a stuprare mia sorella… dopodiché se qualcosa va storto (succede spesso) c’è un giudice che chiarisce le colpe e le pene conseguenti… Poiché Hic Rhodus è un blog sostanzialmente politico salto anche tutta la parte giuridica, o meglio: di filosofia del diritto, e arrivo al nocciolo della questione che esprimerò in questo modo: perché così pochi diritti?

L’Alitalia cambia finalmente rotta?

Alcuni giorni fa, è cominciata la trattativa relativa al piano di riduzione del personale annunciato come parte necessaria della proposta avanzata da Etihad per il “salvataggio” dell’Alitalia. Il piano prevede 2.251 esuberi, e certamente si tratta di un boccone piuttosto indigesto per i dipendenti e i sindacati. Questi ultimi, fedeli al copione che si impone in queste situazioni, hanno dichiarato «Siamo ancora in una fase in cui cerchiamo di capire come nascono questi esuberi. Pretendiamo una trattativa seria con l’obiettivo di tutelare tutti, il nostro obiettivo è disoccupazione zero» e «Gli strumenti per gli ammortizzatori sociali non mancano ma non siamo ancora arrivati a quello».

Che non manchino, almeno per l’Alitalia (perché anche da questo punto di vista non tutte le aziende sono uguali), è poco ma sicuro; e i costi che la collettività sostiene da anni per i cosiddetti “salvataggi” dell’Alitalia stanno lì a testimoniarlo.

Lo spazio del dissenso individuale nelle organizzazioni politiche

In che modo gestire il dissenso di un parlamentare, o di pochi, dentro un’organizzazione politica? Se un leader politico propone una linea, e la maggioranza degli aventi diritto nell’organo decisionale preposto l’avvalla, quanto è tollerabile un successivo dissenso esplicito da parte di membri della minoranza? Il problema è spinosissimo perché da un lato abbiamo ben chiari i concetti di libertà, coscienza, responsabilità, e dall’altro lato quelli di decisione, democrazia maggioritaria e funzionalità organizzativa. Supponiamo, per esempio, che il leader di un partito – Renzi, diciamo – abbia in animo di riformare in un certo modo il Senato e che la sua proposta raccolga una paio di proteste, qualche mugugno e poi un bel po’ di consensi, certificati da una votazione alla Direzione nazionale. A quel punto l’azione parlamentare di questo partito e dei suoi parlamentari dovrebbe essere di sostegno all’iniziativa, sempre e comunque, oppure no? Mi riferisco in particolare ai contrari e mugugnatori, ovviamente. Costoro hanno seriamente, sinceramente, democraticamente espresso il loro diverso avviso, hanno partecipato alla discussione ma sono risultati pochi e non hanno potuto far cambiare la linea del partito. Devono allinearsi? Sono liberi di continuare per l’eternità a distinguersi? Qualunque sia la vostra risposta ha almeno un elemento di debolezza.

Viva la RAI? No, non è la BBC

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In questo post, vorrei dedicare qualche riflessione a una vicenda emblematica: la controversia sul taglio di 150 milioni di Euro “imposto” dal Presidente del Consiglio Renzi alla Rai. Si sono infatti visti all’opera tutti insieme fenomeni di cui abbiamo parlato in diverse occasioni: l’inclinazione del Governo ad annunciare tagli di spesa “virtuali”, il coalizzarsi delle diverse forze che contrastano qualsiasi richiesta di maggiore efficienza della cosa pubblica, la consolidata abitudine dei sindacati di schierarsi dalla parte di una categoria e non della collettività, il tutto praticamente senza mai entrare nel merito. Vediamo quindi se davvero Renzi stia chiedendo alla Rai un sacrificio sproporzionato, magari per arrivare a “svendere” RaiWay come sostiene Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza della Rai.

Ma Grillo è fascista o no? E Renzi è democristiano o cosa? Berlusconi è davvero un liberale? Il problema delle etichette e la loro inadeguatezza nella semplificazione politica

L’esigenza di questo post nasce dal fatto che sono colpito da un dibattito davvero sotterraneo e non molto rilevante in sé, ma che continua a presentarsi come importante nel dibattito pubblico, e continuamente riproposto semmai nella forma abbreviata dell’invettiva (“Grillo fascista!”) e, più raramente, nelle analisi filosofico-psicologico-social-politologiche come quella recente di Galli della Loggia che dichiara che no, Grillo non è fascista. Naturalmente possiamo infischiarcene di questo problema e decidere di usare le etichette (di questo si tratta, i sociologi così le chiamano) come ci pare; a me Grillo sta proprio sulle balle e gli urlo dietro “Fascista!”, mentre a te sta simpatico e – non essendo tu un fascista – neghi recisamente che meriti tale stigma.

Il grande, vergognoso, incredibile spreco dei fondi europei

Che lo spreco miliardario di cui sto per parlare emerga nel dibattito pubblico solo sporadicamente, e con articoli di pagine interne, mi sembra incredibile. Che non ci siano continue interrogazioni parlamentari, rivoluzioni nei consigli regionali, manifestazioni di piazza per questi soldi nostri che buttiamo dalla finestra da decenni, non è spiegabile neppure con l’allegra ignoranza, col pressapochismo provinciale, con la burbanza di politici di quarta serie. Ultimamente Renzi ha sottolineato il problema durante un suo tour al Sud, ma non mi sembra che qualcuno sia sobbalzato. Stiamo cercando risorse da qualunque parte, discutiamo se ci sono le coperture per gli 80 Euro, ci allarmiamo per le ruberie all’Expo ma non solleviamo un sopracciglio per il fatto che dei 21 miliardi di fondi europei destinati all’Italia nel periodo 2007-2013 ne abbiamo spesi meno del 46%. Ora abbiamo due anni di tempi supplementari per rimediare e spendere gli 11 miliardi e 407 milioni rimasti sul tavolo, mentre stanno arrivando i soldi del nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 che ingolferanno Ministeri e Regioni (specialmente le Regioni) che dovranno inventarsi una capacità di spesa superlativa, mai vista, per spendere tutti i soldi.

Un futuro senza antibiotici?

empty blisterLasciando (almeno apparentemente) i temi di politica ed economia, oggi ci occupiamo di un argomento di importanza, letteralmente, vitale: il progressivo ridursi dell’efficacia delle cure “standard” contro le infezioni microbiche, e in particolare degli antibiotici. L’occasione è data da un recente rapporto dell’OMS, che presenta una rassegna della situazione a livello mondiale, evidenziando fin dalla prefazione che l’aprirsi di “un’epoca post-antibiotici, nella quale anche comuni infezioni e piccole ferite possano uccidere, lungi dall’essere una fantasia apocalittica, è invece una possibilità molto concreta per il 21° secolo”. Questo scenario, che dovrebbe coinvolgerci tutti molto più di certe questioni di bottega politica, richiede azioni immediate da parte di tutti, sia a livello globale che individuale.

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L’India terra di stupri?

 

L’India ha bisogno di recuperare valori morali prima di fare sogni da superpotenza

(Vandana Shiva)

Oltre l’India da cartolina, del Taj Mahal e della cucina tandoori, dei santoni e del sitar che conquistò George Harrison esiste un’India tragica, violenta, povera e spaventosa. L’India in cui un terzo del territorio è in mano a guerriglieri sedicenti maoisti, dove il governo non arriva e dove non c’è legalità, delle violenze religiose fra induisti e altre religioni, delle violenze domestiche contro i bambini (un sommario e testimonianze le trovate QUI) ma soprattutto della violenza contro le donne. È di pochi giorni fa la notizia delle due adolescenti stuprate e impiccate da un branco che comprendeva due poliziotti, orrore che segue a ripetute analoghe notizie che arrivano alla nostra attenzione periodicamente e che spesso associano la violenza sessuale all’omicidio.

Su Patria, Popolo, Nazione e altri concetti fuori moda

Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. (Enc. Treccani)

A cosa vi fa pensare questa definizione? Sì, può essere il bar sottocasa, ma sarebbe anche una definizione di “Nazione”. Dico “sarebbe una” perché il concetto di nazione è ancora incerto, o quantomeno variabile nel tempo e nei tempi.

Di solito ci soccorre l’etimologia, che – etimologicamente parlando – sarebbe all’incirca lo studio del vero senso (etymon in greco). Ma in questo caso ci soccorre poco. Il termine trova un primo riferimento storico nel latino “natio” cioè nascita, dunque sarebbe lecito pensare che fosse riferito semplicemente a persone (o gentes, che è qualcosa di più di “persone”) che avevano in comune luogo di nascita e stirpe, dando poi al termine un senso estensivo connesso anche a lingua, religione e costumi. Dunque il concetto che abbiamo citato sarebbe simile a quello antico romano, ma se pensiamo che loro stessi non consideravano invece la romana una “natio” ma una “civitas” in quanto regolata da istituzioni e quindi di più elevato livello sociale, si comprende che parliamo di un concetto in continuo divenire che ha avuto nei tempi diverse definizioni e diverse accezioni, motivate, da un certo momento in poi, anche da esigenze “politiche”.

Reddito di cittadinanza, reddito minimo… facciamo chiarezza

Nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni europee, tra gli argomenti toccati dalla campagna elettorale c’è stato quello del reddito di cittadinanza, una proposta che, a onor del vero, era già stata avanzata dal M5S sia alle scorse politiche che, in modo circostanziato, alcuni mesi fa, e che alle scorse elezioni politiche, in una forma o nell’altra e con maggiore o minore enfasi, aveva trovato spazio nei programmi di Scelta Civica (“reddito di sostentamento minimo”) e del PD (“reddito minimo”). In quel periodo, alcuni giornali tentarono di aiutare gli elettori a districarsi tra queste diverse proposte in ambito di welfare, ma mi sembra che tuttora ci sia parecchia confusione in materia. Proviamo quindi a fare un po’ di chiarezza.

Dall’Europa di oggi all’Italia di domani. Analisi post elettorale di Hic Rhodus

European Flags

Abbiamo chiesto ad alcuni amici di Hic Rhodus di affiancarci nell’analisi post elettorale. Cosa cambierà in Europa? Cosa in Italia? Qual è il risultato più eclatante? Ecco le loro risposte (e le nostre); ciascuno ha scritto a titolo personale senza un confronto preliminare; le opinioni non riflettono necessariamente quelle di Hic Rhodus.

Attenti! I leghisti portano l’Ebola e stuprano le nostre donne

28 Attenti I leghisti portano l’Ebola

Cerco di essere realista e di accettare che tutti i leader politici dicano qualche bugia. O meglio: non le balle colossali ampiamente documentate di Grillo o quelle ormai ripetute fino alla noia da Berlusconi, e neppure quelle, oggettivamente più modeste ma patetiche, di esponenti della sinistra; diciamo che ritengo accettabile qualche mezza verità, qualche eccesso descrittivo, qualche conveniente imprecisione… Il politico non sempre conosce perfettamente ciò di cui parla, a volte è anche in difficoltà a doversi comunque esprimere su qualunque argomento e, quel che più conta, deve far apparire la sua parte come la migliore e più saggia a scapito degli avversari. Specie in vista delle elezioni (cioè quasi sempre, almeno in Italia). Ma solo un popolo di idioti prende per oro colato ogni parola del proprio leader, esattamente così come l’ha detta, senza operare un minimo (dico: UN MINIMO) di senso critico.

Gli espatriati italiani scelgono Londra

Se è vero che la crisi di questi ultimi anni ha messo particolarmente in difficoltà le famiglie italiane, come abbiamo già discusso in precedenti post sull’impoverimento dei lavoratori della classe media e sull’incremento della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, non può sorprendere la notizia del rilevante aumento degli italiani che decidono di espatriare. Molti di noi, penso, conoscono persone che negli ultimi anni hanno deciso di trasferirsi all’estero, per un periodo o per sempre.

La conferma viene dai dati dell’AIRE, che gestisce l’anagrafica degli italiani residenti all’estero, e che ha rilevato un fortissimo incremento degli espatriati (+19% nel 2013). Se il fenomeno è piuttosto impressionante da un punto di vista quantitativo ma non sorprendente, analizzando i dati in maggior dettaglio emergono elementi tutt’altro che scontati e che invitano a una riflessione.