Il corpo delle donne, il potere maschile e la crisi della presenza

kabul

 

Poco più di un anno fa ho scritto qui su HR il post intitolato Il corpo delle donne è rivoluzionario dove sostenevo una cosa in fondo abbastanza banale: nella società occidentale secolarizzata c’è una tale inflazione di corpi nudi che riesce ormai difficile leggere come provocatorio il flash mob nudista, la ripetitiva sceneggiata delle Femen o la biciclettata tutti nudi contro il traffico, mentre il corpo nudo femminile riesce ancora a creare provocazione in società patriarcali connotate dalla bigotteria religiosa, e proponevo due esempi specifici: quello delle musulmane Elmahdy e Sboui e quello delle donne mormoni (rimando al mio post precedente per precisazioni e spiegazioni).

Ultimamente ci sono stati fenomeni che mi hanno fatto tornare su quella riflessione; fenomeni antichi, sia chiaro, che la stampa ogni tanto riporta fuggevolmente all’attenzione e che hanno colpito la mia sensibilità e – chissà? – forse anche la vostra. Vorrei partire dall’immagine di copertina di questo articolo che mostra Kubra Khademi girare per Kabul in armatura, fra gli sghignazzi dei maschi, per protestare contro le molestie sessuali (qui altre foto tratte da la Repubblica). A mio avviso la provocazione è estremamente forte, esplicita e coraggiosa, anche se temo che pochi passanti l’abbiano colta a livello conscio. Quell’armatura non è solo uno strumento di difesa del corpo femminile contro una possibile violazione ma credo che rappresenti qualcosa di molto più grave: un diaframma fra due mondi, il modo estremo per segnalare una divisione non voluta fra mondo femminile e mondo maschile, speculare al velo islamico imposto dai maschi che tale divisione vogliono mantenere per sottolineare l’esclusione delle donne dal mondo maschile (potere, politica, cultura, autonomia). Del velo islamico nelle sue diverse forme ho scritto non molto tempo fa citando anche una ricerca americana che mostra come esso sia correlato a culture islamiche intolleranti (non tutti i paesi islamici impongono il velo, non tutti impongono il velo più integrale…). La prima riflessione quindi è questa dell’esclusione, che se nei Paesi occidentali si gioca sulla percentuale di donne manager in molti altri luoghi si definisce come esclusione del corpo, scotomizzazione della presenza, una forma di violenza sociale e culturale inaudita, la negazione completa dell’essere.

Susanna e i vecchioni, di Artemisia Gentileschi

Susanna e i vecchioni, di Artemisia Gentileschi

Naturalmente c’è poi la tragedia della violazione reale, fisica. Due sono i pilastri di questa violazione: lo stupro e l’infibulazione. Sia pure correlati a molteplici altri fenomeni (ignoranza, superstizione, miseria…) queste due atrocità hanno entrambe a che fare con la repressione della sessualità, ovvero con una fondamentale manifestazione della nostra umanità. La donna è oggetto del desiderio ma non deve desiderare; deve essere usata e abusata ma non deve avere alcuna autonomia nella propria sessualità. La ragione dell’infibulazione si irradia da questo centro focale per indossare poi varie ulteriori ragioni sovrastrutturali, onore familiare, integrazione sociale o altro. Oltre al trauma, al dolore, alla mutilazione e al rischio concreto di morire in conseguenza all’infibulazione, ciò che mi preme sottolineare è ancora una volta la scomparsa della persona per lasciare un vuoto automa: una donna che (probabilmente con dolore) sarà oggetto sessuale, madre, lavoratrice piegata però, una volta per tutte, all’annullamento del desiderio, della sessualità e della sua espressione.

Puberty

Edvard Munch, Pubertà

Così lo stupro ovviamente, di assai più facile lettura nella sua immediata brutalità. Ma in qualche modo – mi verrebbe da dire – meno tragico perché episodico. Lascia una ferita profondissima nell’anima che può però essere curata e rimarginata in una relazione autentica d’amore. È violazione e imposizione di un dominio feroce ma non riguarda l’intera vita, non riguarda l’autonomia generale della donna. Almeno in Occidente, certo, perché in altri Paesi come l’India la continua minaccia dello stupro o della sua possibilità diventa, invece, oppressione intollerabile, come già scritto qui su HR. Per fare un discorso più generale, che tratti tutti gli argomenti accennati qui, ho bisogno però di una chiave interpretativa più ampia che includa quella negazione della presenza con la quale ho aperto l’articolo.

Pablo Picasso, Madre e figlio

Pablo Picasso, Madre e figlio

Con presenza intendo qui il concetto elaborato dal grande antropologo italiano Ernesto De Martino riferendosi all’insieme di quegli indicatori di senso che consentono all’individuo di sentirsi parte del fluire storico della propria comunità; De Martino segnala come la modernità (e scriveva fra la fine degli anni ’40 e i ’60) velocizzi i cambiamenti, faccia perdere riferimenti certi e provochi quello spaesamento violento che chiama “crisi della presenza”: ciò può accadere a causa di evento tragico, di una migrazione o comunque di un lutto non elaborato, per utilizzare questa volta un concetto psicologico abbastanza simile. Quello che accade quindi – tornando alla soppressione della presenza femminile da parte del dominio repressivo maschile – è l’induzione della crisi della presenza nelle donne e quindi la loro non presenza nella storia; l’obbligo al lutto non elaborato fra il sé femminile e il mondo maschile e una conseguente separazione antropologica, prima ancora che sociale. Il mondo è degli uomini, che però non possono riprodursi. Questo è un potere femminile immenso in società patriarcali e non c’è modo di strapparlo alle donne se non privandole della loro intera presenza. Col velo, con l’infibulazione, con l’abuso.

Jean-Jacques Henner, Solitudine

Jean-Jacques Henner, Solitudine

Tutto ciò che avviene nelle società occidentali – stupri a parte, diffusi da noi come altrove – è un simulacro, una rappresentazione simbolica, un lascito di antichi e cruenti riti. Donne in posizioni professionali inferiori, donne poco ascoltate, fino alla tragedia nota della violenza domestica. Ma poiché la modernità occidentale si compone di una diversa e più impersonale crisi della presenza, subita indifferentemente da tutti, maschi e femmine, e poiché di converso tutti siamo in lotta per una riaffermazione della presenza collettiva, ecco che sempre più la discriminazione di genere viene stigmatizzata nelle società occidentali e l’affermazione sociale delle donne sempre più velocemente accessibile e non più causa di particolari meraviglie. Questa mi sembra un’ulteriore e importante ragione della mancanza di scandalo del nudo femminile da noi. Mentre in altre parti del pianeta è scandalosa la donna, certamente nuda ma anche vestita e presente.

Le figure che illustrano questo articolo, rappresentazioni diverse del dolore femminile, sono state selezionate da Alessandra Coscino (@alecoscino, #DonneInArte).

2 commenti

  • Claudio Antonelli

    Come spiegare l’aspro carattere “maschio” del mondo islamico? Forse è spiegabile con la “soppressione della donna” attuata in quella civiltà. È quanto ci dice Luigi Barzini – nato e vissuto nella terra di San Francesco – che nella primavera del 1906 compì un viaggio nel Marocco. Ciò che osservò nel corso di quel viaggio lo indusse a una profonda riflessione sulla particolare concezione che hanno i musulmani della donna.
    Ecco cosa scrisse al riguardo: “Non esiste la donna nella società musulmana; l’harem l’ha segregata, cioè radiata; la vista del suo volto è stata decretata pericolo sociale; ogni donna che esce dai suoi recinti è una specie di “maschera di ferro” condannata da una legge inesorabile a celare i suoi lineamenti. Maometto disarmò la donna velando la sua bellezza: le impedì di fare tanto male, ma anche di fare tanto bene.
    La segregazione che trasformò la donna in una proprietà invisibile, in una cosa umile e vile che ha un padrone, ha sottratto gli uomini a una gentile e soave influenza, li ha privati di ogni raffinatezza di sentire, ha tolto loro il palpito della compassione, la dolcezza del perdono, lo slancio della generosità, il senso di una bontà serena, tutti quei sentimenti che la donna insegna senza insegnare vivendo nella stessa vita dell’uomo, essa che è sempre pronta a chiedere grazia per chi soffre. (…)
    La civiltà araba è stata una civiltà dei sensi e della mente, ma il cuore non v’è entrato e non vi ha portato l’idea fondamentale di una giustizia, l’idea che nasce soltanto dalla pietà.
    E con la donna nascosta manca l’amore che fonde le genti e le razze, che fa un solo popolo degli abitanti di una stessa regione, che allarga i vincoli di sangue (…). Questo popolo, diviso, s’è odiato, si è dilaniato, si è demolito, perché non aveva imparato ad amare.
    Le genti dell’Islam pagano aspramente col loro sangue e la loro pace la soppressione della donna.”

    • Grazie per l’interessante citazione. Preciso comunque che il mio articolo propone riferimenti anche al di fuori del mondo islamico.

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