Il declino dell’Università e l’accettazione della mediocrità

grad-dropoutCi sono alcuni temi che noi di Hic Rhodus seguiamo con una certa costanza, perché riteniamo che siano determinanti per il presente e il futuro del nostro paese. Uno di questi è il deficit che l’Italia accusa in termini di cultura e di conoscenza, e a quello che si può fare per contrastarlo a partire dalla scuola, fino all’Università, ai luoghi di lavoro, alla ricerca scientifica.

Non potevamo quindi non commentare un’ennesima notizia che evidenzia questo deficit, e cioè il fatto che negli ultimi anni il numero degli studenti che si immatricolano all’Università in Italia sta diminuendo. Ne parla con efficacia, sul Corriere, Ernesto Galli della Loggia, ma non è forse superfluo aggiungere qualche nostra considerazione.

I dati questa volta provengono da un’ampia ricerca condotta dalla Fondazione RES (Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia), di cui è disponibile in rete una sintesi piuttosto eloquente. In primo luogo, il dato che ha suscitato il maggior numero di commenti è appunto quello relativo al numero assoluto di studenti che si rivolgono agli studi universitari, numero che su scala nazionale sarebbe calato, rispetto ai massimi di una decina di anni fa, di oltre il 20%, con punte del 30% nelle isole; analoghe riduzioni si sono verificate relativamente al personale docente (-17%) e tecnico-amministrativo (-18%). In secondo luogo, il rapporto si concentra su quelli che fin dal titolo chiama Nuovi Divari, ossia l’allargarsi delle differenze tra Nord e Sud, sotto tutti i punti di vista: come abbiamo visto in altre occasioni relativamente ai fattori più strettamente economici, il settore universitario del Meridione sembra entrato in una spirale negativa, in cui gli scarsi risultati scientifici penalizzano gli atenei nella distribuzione dei finanziamenti, nell’attrazione degli studenti (un notevole numero di studenti meridionali si iscrive a università del Nord o del Centro), nella stabilità e nella qualità dei docenti.

Peraltro, la riduzione complessiva del numero di studenti non dipende da fenomeni demografici: è in realtà in calo la percentuale di giovani diplomati che scelgono di immatricolarsi, come si vede dal grafico qui sotto, incluso in una pubblicazione del MIUR, che riporta la percentuale di giovani che dopo il diploma s’immatricolano all’università (nello stesso anno):

Diplomati che s'immatricolano - Fonte: MIUR, Ufficio di Statistica

Tasso di diplomati che s’immatricolano – Fonte: MIUR, Ufficio di Statistica

Come si vede, anche solo negli ultimi anni il calo è notevole (il numero di coloro che “proseguono” è calato di circa il 10% in quattro anni), e riguarda in particolare i diplomati degli istituti tecnici. A peggiorare le cose, ovviamente, contribuisce il fenomeno degli abbandoni, che, molto alto in tutta Italia, è particolarmente forte nei corsi di laurea del comparto scientifico e tra i giovani del Sud. Secondo il Rapporto RES il tasso di abbandono dopo il primo anno al Sud è del 17,5%, contro il 15,1% al Centro e il 12,6% al Nord, e un’analoga differenza tra aree geografiche vale per i ritardi nel completamento degli esami; tra le cause viene indicata come predominante la disomogenea presenza e qualità dei servizi di tutoring per gli studenti, e la scadente preparazione di molti studenti usciti dalle scuole superiori, fenomeno ancora una volta più accentuato al Sud. In particolare sull’abbandono è piuttosto eloquente la tavola qui sotto, prelevata dal documento del MIUR già citato.

Fonte: MIUR, Ufficio di Statistica

Fonte: MIUR, Ufficio di Statistica

A fronte di questi (e molti altri) dati, il rapporto della Fondazione RES segnala con preoccupazione appunto una tendenza all’allargarsi del divario Nord-Sud e (anche alla luce dei tagli ai fondi per borse di studio, residenze universitarie, ecc.) all’effettiva indisponibilità per i giovani meridionali di quel diritto allo studio sancito dalla Costituzione che afferma che i  “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. La prospettiva, sulla scia di una distinzione tipica del sistema USA, sarebbe verso un sistema “a due livelli”: research universities e teaching universities, le quali ultime sarebbero destinate a una formazione non di eccellenza mentre le prime sarebbero praticamente inaccessibili a una larga parte degli studenti. Neanche a dirlo, le evidenze di fatto stanno a indicare chiaramente che le Università di eccellenza sarebbero collocate essenzialmente al Nord, con qualche isolata eccezione nel Centro Italia.

Fin qui, i dati. Diverse, invece, possono risultare le interpretazioni e le ricette per un malato certamente piuttosto grave. Il Rapporto RES, che dedica comprensibilmente una particolare attenzione alle Università meridionali, punta il dito sulla penuria di fondi, dovuta a una politica restrittiva che ha in pochi anni tagliato i finanziamenti del 21% in termini reali, conducendo l’Italia lontanissimo dagli altri paesi avanzati: “una stima della spesa pubblica per l’istruzione universitaria per abitante mostra che essa ammonta, in anni recenti, a 332 euro in Germania, a 305 in Francia e a 157 in Spagna, a fronte di un valore di 117 euro per il Centro-Nord e di soli 99 euro per il Mezzogiorno”. Certamente è difficile negare che in Italia il livello degli investimenti in conoscenza sia bassissimo, in stridente contrasto con le lacune più volte evidenziate anche da noi in particolare nella cultura in campo scientifico ed economico (ma, ahimè, anche nelle competenze di base) e con una densità di laureati inferiore a quella di quasi tutti i paesi avanzati. Un paese che non voglia ulteriormente perdere terreno rispetto alla concorrenza internazionale deve finanziare scuola, università e ricerca: si tratta degli investimenti più produttivi che possiamo fare.

Accanto a questa considerazione fondamentale, però, vorrei aggiungerne altre due, che anch’esse proseguono discorsi che abbiamo già avviato:

  1. Dal punto di vista delle conseguenze: difficile non collegare l’eccezionale penuria di studenti universitari e di laureati in Italia con il drammatico calo della produttività che l’Italia attraversa da lunghissimo tempo. Per essere competitivi nel mondo d’oggi non ci si può accontentare della mediocrità nella cultura, nei processi produttivi, nell’innovazione: l’Italia deve coltivare e sviluppare autentiche eccellenze, e ci sono esempi virtuosi a dimostrare che questo è possibile. Per arrivarci, però, occorre poter disporre di persone eccellenti, per competenze e capacità imprenditoriali, e bisogna che il sistema formativo italiano sia in grado di produrre queste eccellenze. Per essere chiaro, anche in riferimento alle osservazioni del Rapporto RES: non è affatto detto che avere atenei “di Serie A” e “di Serie B” sia un male. A patto che la Serie A sia A davvero, e che tutti gli studenti abbiano possibilità eque di accedervi; avere un piccolo numero di università d’élite non solo non è necessariamente negativo, ma date le condizioni attuali potrebbe essere l’unico obiettivo realistico da porsi, insieme con quello di avere un livello dignitoso di didattica (non necessariamente di ricerca) in tutte le altre. Il punto è che questo scenario dovrebbe essere frutto di un progetto e di una governance, e non delle forze “casuali” che stanno modellando in questi anni l’università; come scrive anche della Loggia, “ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente”, senza una strategia, un’analisi degli obiettivi, ecc.
  2. Dal punto di vista delle cause: la carenza di fondi è sicuramente un fattore determinante, che sta però portando allo scoperto delle debolezze strutturali preesistenti e coesistenti. Certamente lo Stato deve investire di più nell’università; tuttavia non condividerei un’analisi che volesse spiegare il calo delle iscrizioni esclusivamente con l’impoverimento dell’offerta formativa o con i maggiori costi a carico delle famiglie degli studenti. La verità, come abbiamo visto in un altro post, è che in un contesto come quello italiano studiare per laurearsi può non essere conveniente. Per quanto pochi siano i nostri laureati, alla fine del loro percorso di studi essi non si ritrovano (salvo alcune eccezioni) a essere contesi dalle aziende a suon di retribuzioni dorate: molti, per ottenere un adeguato ritorno per i loro studi, vanno all’estero, dove nonostante l’handicap di lingua e provenienza spesso ottengono posizioni molto migliori di quelle disponibili in patria. In una simile situazione, in cui il mercato del lavoro premia molto poco le competenze di livello elevato, se non si tratti di vere e proprie eccellenze, la scelta di non iscriversi all’università più che dalla qualità e accessibilità dei corsi può dipendere dall’assenza di incentivi.

In conclusione, pur apprezzandone il valore, andrò in parte controcorrente rispetto allo spirito “egualitario” del Rapporto RES e auspicherò non tanto che tutte le università italiane diventino contemporaneamente più economiche (per gli studenti) e di elevato livello qualitativo da un punto di vista didattico e scientifico, quanto che si creino e si sostengano in Italia alcuni poli di eccellenza, quali oggi sono solo alcune università prevalentemente del Nord, assicurando una ragionevole copertura anche del Mezzogiorno. E auspicherò soprattutto che il nostro sistema di imprese (e la Pubblica Amministrazione) entrino finalmente nel XXI secolo riconoscendo il valore essenziale di competenze specialistiche avanzate, e, forse ancora di più, di competenze di livello medio-alto diffuse e pervasive, tali da consentire un “salto” nel livello dei servizi e dei prodotti che aziende e P.A. offrono. Altrimenti resteremo permanentemente impantanati nella nostra mediocrità, e a poco varrà lamentarsene.

2 commenti

  • paoloeusebi

    Sono assolutamente contrario alle conclusioni dell’articolo. Tra l’altro quanto auspicato dall’autore si sta ampiamente realizzando. Le ultime tendenze (quota premiale Fondo Università, Valutazione della Ricerca, contrazione delle risorse ordinarie e a bando) stanno già alimentando il declino degli atenei del Sud a favore di quelli del Nord. Inoltre l’Università vive in un sistema, un conto è organizzare un’Università a Milano, un latro a Messina. Il titolo dell’articolo è fuorviante, si dovrebbe parlare di Università del Sud e non di tutto il sistema. Mi sembra tra l’altro che in base al ragionamento dell’autore il problema è del sistema produttivo che non richiede competenze elevate … o sbaglio?

    • Sì, il mio ragionamento è che per pochi che siano i nostri laureati, il nostro sistema produttivo complessivo non utilizza al meglio neanche quelli, né per qualità né per quantità, e che questo è un problema più grave della carenza di finanziamenti pubblici. Il calo quantitativo però non è solo del Sud; è invece certamente vero che il rapporto dimostra che il gap Nord-Sud si allarga e che la situazione al Sud è molto peggiore. E’ certamente vero che è molto più difficile organizzare l’Università a Messina che a Milano, soprattutto nei rapporti con il sistema economico allargato, e non mi pare di aver attribuito a incapacità “locale” i problemi strutturali; se l’articolo contiene un auspicio, è che in questo processo di “gerarchizzazione” degli atenei, che ritengo inevitabile, al Sud ci siano un paio di poli di eccellenza che possano attrarre gli studenti meridionali. Non ritengo invece possibile che tutte le università (al Sud e al Nord) possano ambire a essere allo stesso livello.
      Grazie dell’intervento, e apprezzerei un suo ulteriore contributo alla discussione.

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