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I 5 stelle non sono diversi da Salvini ma semplicemente un’altra faccia della stessa medaglia.

Roberto Giachetti, No caro Franceschini, tra Pd e M5s non ci possono essere intese, il "Foglio", 23 lug 2019.

Salvo clamorose novità stanno per chiudere Radio Radicale. Mandante il Movimento 5 Stelle e il suo ignobile spirito giustizialista, vendicativo, sospettoso; autore materiale un omino di nome Vito Crimi. 12 righe di biografia sulla Wikipedia perché c’è zero spaccato da dire. Qualche anno di lavoro da impiegato, poi la fulminante carriera nella corte dei miracoli grillina. Uomo senz’arte né parte, senza alcuna esperienza nel campo dell’editoria (né ovviamente in quasi qualunque altro campo), fedelissimo esecutore delle direttive della Casaleggio Associati. Basta questo esempio, e ne avanza, per essere disperati per chi, il popolo italiano, ha mandato al Governo.

Avaaz raccoglie prove, formula l’accusa, presenta la sua richiesta e Facebook valuta la richiesta, esamina le prove e condanna al sempiterno oblio 23 pagine, con 2 milioni e mezzo di follower e 2,44 milioni di interazioni solo negli ultimi tre mesi. L’accusa è quella di inquinamento delle elezioni politiche alle porte. Il Tribunale, teatro del processo surreale, è il nuovo Tribunale della verità al quale abbiamo spalancato le porte quasi senza accorgersene.” (Guido Scorza, Facebook chiude 23 pagine di fake news. Questa è la morte della democrazia, “il Fatto Quotidiano”, 14 maggio 2019).

Morte della democrazia!, scrive Scorza. Perché, secondo lui, «Il processo che si è appena celebrato non ha nessuna delle garanzie attorno alle quali abbiamo costruito le nostre democrazie, non è un giusto processo, non è un processo terzo, non è un processo celebrato in nome della legge e, soprattutto, non è un processo celebrato dalle Autorità competenti».
C’è da chiedersi, onestamente, se Scorza abbia mai visitato uno spazio gestito da grande azienda (non grande come Facebook, intendiamoci), ma se non gli fosse capitato posso raccontargli io come funziona. Di solito, c’è del personale di vigilanza privata che controlla un documento di identità, e a volte c’è anche un rivelatore di metalli per impedire che vengano introdotte armi. Se qualcosa non quadra, viene negato l’accesso, o si viene accompagnati fuori.
Anche in posti come i grandi centri commerciali esiste una vigilanza privata, che è lì per prevenire reati e allontanare eventuali disturbatori (o peggio). Se qualcuno si comporta in modo inaccettabile (non c’è bisogno di rubare), chi ha la responsabilità di garantire la fruibilità di quegli spazi da parte di tutti lo mette alla porta.

E la democrazia? Come, qualcuno che non è “un’Autorità competente” si permette di controllare un documento d’identità? E magari, se si disturba il prossimo, lo si insulta e minaccia, si urlano slogan ingiuriosi, questo qualcuno accompagna l’ospite non gradito alla porta? Eh, già, accade proprio questo: senza “un giusto processo”, addirittura. Perché chi gestisce quegli spazi sa che essi ospitano molte persone che hanno la legittima aspettativa di non essere insultate, molestate o sottoposte a indottrinamenti; e perché visitare quegli spazi e usarli per scopi propri e incompatibili con le regole fissate da chi li gestisce non è un diritto costituzionale. I processi e la democrazia, ci perdoni Scorza, non c’entrano un tubo; c’entra invece la libertà, ma la libertà di frequentare per libera scelta spazi privati di interazione e comunicazione con gli altri senza essere presi di mira da autentici “delinquenti” digitali. Ed è proprio contro questa libertà sostanziale che si schiera chi, in nome di una falsa ideologia da “vietato vietare”, fa finta di proteggere la “democrazia”, proteggendo in realtà i manipolatori e i diffamatori e lasciandoli “lavorare” in pace a danno appunto della democrazia. Scorza mi ricorda il vecchio sketch di Totò in cui, preso a ceffoni da un passante, ridacchia senza reagire, chiedendosi tra sé “chissà questo dove vuole arrivare…”.

Questo anno racconta del più grande spostamento a destra della storia recente, realizzato grazie alla subalternità, ma – diciamolo pure – grazie a una sintonia di fondo di Di Maio con Salvini, al netto delle chiacchiere buone per la campagna elettorale: la svolta securitaria sui provvedimenti, il clima xenofobo sull'immigrazione, lo strapotere degli Interni sui porti chiusi, con circolari mai contestate nelle sedi formali e con atti concreti.

Alessandro De Angelis, Il provvidenziale casino, HuffPost, 29 aprile 2019

i grillini sono il primo movimento politico fondato sul ricatto come strumento ordinario di gestione dei rapporti interni ed esterni [...]. Per i grillini questi metodi al limite del lecito, lungi dall’essere un’eccezione, rappresentano la regola: non sono un incidente patologico ma la normale conduzione della vita di un partito che, in nome di una concezione totalitaria della democrazia, pretende il controllo assoluto sui propri eletti e, a tale scopo, inserisce nel codice etico una multa da 100mila euro per il parlamentare che osi dissentire. Una sanzione salata che, se non è un palese ricatto, denota tuttavia una forma mentis, una sorta di disciplina estorsiva che punta alla coazione morale dietro l’ombra della minaccia, più o meno esplicita. Se non ti attieni agli ordini impartiti, vieni fatto fuori e devi pagare (poco importa che il valore giuridico di questa clausola sia pari a zero).

Annalisa Chirico, M5s, il partito fondato sul ricatto (articolo tutto da leggere), Il Foglio, 21 marzo 2019.

Al di là di quattro cosette (reddito di cittadinanza e poco altro) nel Movimento non esiste una linea o una visione politica. Tutto va avanti u po’ per caso, mischiando il marketing (sbagliato, spesso) con quella che dovrebbe essere la politica.

Il risultato si condensa in scelte che fanno pensare a un automobilista che viaggi con un tasso alcolico ben oltre i limiti consentiti.

Giuseppe Turani su Uomini e Business, 12 feb 2019

... comunque vada a finire la sfida della Tav si lascerà dietro strascichi pesanti. Se a cedere sarà la Lega, dovrà alzare quanto più possibile il prezzo in materia di grandi opere e modello di sviluppo per recuperare la base delusa. Se invece i nudi conti in termini di penali costringeranno i 5S a ingoiare anche solo una parziale ripresa dei lavori, il malumore interno arriverà alle stelle. È l’incubo che tormenta in questi giorni Di Maio: essere costretto alla resa non da Salvini ma dalle cruda realtà delle cifre. Proprio come nel rovinoso caso dell’Ilva.

Andrea Colombo, Tav, lo scontro che i duellanti non possono perdere, "il manifesto", 13 gen 2019.