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[...] Si tratta dunque di una scelta politica immune dal sindacato dell’autorità giudiziaria. “La si può ritenere deplorevole sul piano etico o religioso ma resta la decisione politica di un governo legittimo: il ministro Salvini ha agito in nome e per conto dell’esecutivo, con una decisione, si suppone, condivisa con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e con il premier Giuseppe Conte” [...]

la questione adesso è squisitamente politica. Il vicepremier fa bene a chiamare il Parlamento di fronte alle sue responsabilità: esiste o no una maggioranza che sostiene la politica del governo sull’immigrazione? Il numero uno del Viminale non agisce a titolo personale, e nel corso di questi mesi sono affiorate, a più riprese, certe scomode ambiguità tra gli esponenti del M5s. Secondo l’articolo 9 della Legge costituzionale, il comportamento di un ministro, ancorché costituente reato, può non essere perseguito se è stato commesso per proteggere un interesse pubblico superiore. Dunque, i grillini non potranno scaricare la responsabilità sulla magistratura: qui non c’entrano le mazzette ma la condivisione o meno della politica sull’immigrazione. Insomma, la decisione catanese mi sembra un favore fatto a Salvini…”

Intervista a Carlo Nordio su il Foglio del 26 gen 2019.

Battisti è stato arrestato perché una serie di protezioni in Sud America sono venute a mancargli a causa di mutati climi politici e convenienze locali. Scarsi i meriti italiani. Questa lezione vale per tutti i problemi con nazioni in quadranti geopolitici distanti e con regimi e culture differenti dalle nostre (si veda il caso Regeni, sul quale la verità si saprà quando e come future autorità egiziane decideranno che fa loro comodo).

Lo show mediatico all’aeroporto di Salvini & Co. sta facendo più chiasso del necessario; se al governo ci fosse ancora Renzi, o Gentiloni, o chi vi pare, avrebbe fatto più o meno lo stesso, con differenze marginali dettate da tratti caratteriali differenti.

La conclusione è sempre quella: non abbiamo una politica estera autorevole. Non abbiamo una classe dirigente seria.

L’Italia sovranista-populista-demagogica che ha legittimato questo governo – peggiore di ogni possibile immaginazione – è, infatti, sull’orlo della bancarotta non solo metaforicamente. Una compagine di governo – improvvisata e ridicola nella componente grillina, arrogante e nevroticamente autoritativa in quella leghista – sta incartando il Paese in una lunare drammaticità iperbolica e irrealistica per affermare, in un continuo braccio di ferro, il prevalere del messaggio demagogico dell’una rispetto a quello, altrettanto demagogico, dell’altra. E poiché la realtà mediatica costituisce il campo di estrinsecazione di tale duello, bisogna riconoscere che la sua gestione da parte leghista è ben più efficace di quella grillIna; tanto ansiosa di essere efficace nello spasmo continuo di rubare il tempo a tutti e primeggiare incurante se si possono creare dei danni. Salvini, l’uomo che le televisioni riprendono sempre in cammino, di felpa vestito o in camicia e sempre con il telefono attaccato all’orecchio, è il vero grande protagonista di questa rappresentazione.

Paolo Bagnoli, Con Salvini e Di Maio hanno vinto la furbizia e la menzogna, "Il Fatto Quotidiano", 22 dic 2018.

Speriamo che siano solo due inetti di successo, due energumeni che non sanno quello che fanno e alla fine litigheranno alla prima incrinatura dei sondaggi e delle pulsioni prepolitiche interne ai loro movimenti. Speriamo. Ma dietro la baldanza maligna forse si nasconde, e nemmeno tanto bene, l’idea che scassata l’Italia se ne fa una nuova, via dall’Europa, il famoso piano B, via dalle vecchie alleanze, via dalla moneta unica, via dalle regole, in una scommessa di distruzione creativa al vertice della quale sta il ritorno ai vecchi caratteri autarchici di una nazione che punta sulla svalutazione come unico mezzo di competizione, come unica risorsa di mercato, e sulla costruzione di un orgoglio di cartone, teatrale, plateale. Con il bottino che stanno portando a casa in tutti i campi, e l’opposizione spaesata e l’Europa dei fatti politici indebolita a favore dell’Europa commissaria e banchiera, per adesso l’unica prospettiva che si può divinare è un tanto peggio, tanto meglio, la versione per illetterati buonsensai del famoso brocardo conservatore dell’aristocrazia siciliana di fronte all’unificazione nazionale dall’alto.

Giuliano Ferrara, Fare del grande disordine una leva per un nuovo ordine, "Il Foglio", 1 nov 2018.