Tag: Linguaggio

Il linguaggio poetico non può mentire

nulla si compie se non s’apre bocca.

(Euripide, Supplici)

In questo post vorrei sostenere che, a differenza del linguaggio ordinario, quello poetico non può mentire. Ciò significa, naturalmente, che quello ordinario può farlo, è adatto, è quasi programmato per la menzogna e la simulazione, e devo necessariamente prima argomentare quest’affermazione così radicale. Anche per discutere sulla mendacità del linguaggio dovrei spiegare molte cose su come funziona, e in particolare su quella che si chiama funzione perlocutoria, ma fortunatamente su questo ho già scritto diverse cose cui rinvio gli interessati:

Come smascherare i mistificatori su Internet

“E’ confuso quello che dici.”

“Perché è vero”

(Daniel Pennac, Ecco la storia)

Sulla questione della verità e dintorni sono intervenuto più volte qui su Hic Rhodus, ma la lettera di un utente mi sollecita a mettere un po’ d’ordine su questioni davvero complicate.

Prima di tutto devo riportarvi la lettera, che fa riferimento a un mio post sul complottismo.

Posto che la realtà è complessa e consente la coesistenza di diverse “province di significato”, sta di fatto che talora il confine tra complottismo e “informazione libera da condizionamenti” mi appare di difficile discernimento. A tal proposito le allego le affermazioni di un amico per le quali non riesco a capire dove finisce uno degli aspetti sopra citati e comincia l’altro. Parliamo di un marxista antiamericano. Le chiederei un commento sull’insieme e, se le va, anche su singoli punti. La ringrazio in ogni caso e cortesi saluti.

Dall’uguaglianza al populismo

fascismo  non  è  impedire  di dire, ma obbligare a dire

(Roland Barthes, Lezione, 1977)

Uno dei concetti più evocati dal pensiero politico moderno e contemporaneo è quello di uguaglianza. Anche se presente nel pensiero greco classico (nello stoicismo) e ovviamente nel Cristianesimo, volendo qui parlare di temi politici non è utile andare più in là del ‘6-‘700 e in particolare, per abbreviare questo incipit, delle due grandi rivoluzioni che caratterizzarono il XVIII Secolo, quella americana (1776) e quella francese (1789). Il concetto di uguaglianza è stato declinato in molti modi, e quell’uguaglianza additata dai ribelli americani e dai rivoluzionari francesi ha per esempio pochissimo a che fare con l’uguaglianza invocata da Marx e da Lenin (la voce “Uguaglianza” del Dizionario di filosofia Treccani citato in fondo è sufficientemente chiaro e ad esso rimando).

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Il giusto equilibrio (con alcune risposte su Verità e Bene)

 

stavamo giusto sforzandoci di definire il concetto di verità e facevamo pure dei progressi

Günter Grass, Il tamburo di latta

Il terzo articolo del trittico, dopo quelli sulla Verità e il Bene riguarda, come già annunciato, il |Giusto|. E già dal titolo avrete capito che non intendo certo “Il Giusto” in un suo possibile significato assoluto (come “la Giustizia Divina”) ma in uno, assai più modesto, che per sua natura impone immediatamente la domanda “giusto per chi?”, “giusto in che senso?”, “giusto in quali circostanze?”. Insomma, un “giusto relativo”, o se preferite ciò che è adeguato, opportuno, necessario alla luce delle conoscenze e possibilità… Se, come spero, avete letto i testi precedenti, avrete capito che tutta la discussione da me posta ha a che fare con due concetti semplici da enunciare ma complessi da comprendere appieno nelle loro devastanti conseguenze pratiche:

Internet e il linguaggio: metafore a catinelle

In post precedenti abbiamo suggerito l’idea che “abitare” Internet possa significare, già oggi o più verosimilmente in un prossimo futuro, acquisire un nuovo tipo di cittadinanza, la cittadinanza digitale, e abbiamo cominciato a esplorare alcuni degli aspetti che inevitabilmente una simile cittadinanza dovrebbe avere, per capire se e come ci stiamo avvicinando a un’ipotesi di questo tipo.

Dopo aver parlato di diritti fondamentali e di valuta digitale di scambio, oggi vorremmo toccare, sia pure superficialmente, il tema del linguaggio: esiste un linguaggio di Internet, con delle sue specificità e una sua riconoscibilità, delle convenzioni e dei costituenti  non riducibili a quelli delle lingue ordinarie che parliamo nel mondo “reale”? E, più importante di tutto, queste caratteristiche sono integrate nell’esperienza di comunicazione digitale dei Netizen in modo da essere naturali e coerenti con il mondo digitale in cui essi sono immersi?

Le parole sono pietre. Ma non è detto che siano chiare

Le parole, in fondo, non servono. Tenersi a lungo per mano, questa era una vera consolazione, perché sono poche le persone che sanno davvero parlare, e ancora meno sono quelle che hanno veramente qualcosa da dire.

Zhang Ailing, La storia del giogo d’oro

In un post precedente ho mostrato come le parole possano ingannare, anche in relazione ai valori dominanti dell’epoca che veicolano determinate parole e concetti. Negli ambiti professionali di cui mi occupo (programmazione e valutazione delle politiche pubbliche) ci sono tantissimi esempi eclatanti di concetti dai significati ambigui e molteplici (|Obiettivo|, |Qualità|, |Partecipazione|, |Indicatore|…) che vengono impiegati comunemente nella costruzione di importanti politiche sociali ed economiche ma che sono oggetto di interpretazione piuttosto diversa (ne ho parlato altrove, e non mi dilungherò).

Qui vorrei proporre le ragioni complesse dell’ambiguità del linguaggio perché le conseguenze di tale ambiguità non riguardano solo ambiti tecnici e professionali, ma la nostra vita quotidiana, e quindi le nostre relazioni, la politica, il giornalismo, l’interpretazione dei fatti quotidiani.

Le parole e il potere

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Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti

Karl Marx e Friedrich Engels, Ideologia tedesca

Come avranno capito i lettori di Hic Rhodus mi piace ragionare sul significato di ciò che diciamo, considerando che ciò che diciamo è spesso ambiguo e impreciso. Vi propongo allora un primo post – di due – su quale sia la forza del linguaggio nella costruzione del nostro mondo sociale e, assieme, su quale sia la sua debolezza.

Questo primo post racconta di come le parole ingannino, ma non in maniera casuale bensì in funzione della cultura dominante della quale siamo permeati. Siete pronti?

Verità e relativismo

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Pierre fu colpito dall’infinita varietà degli intelletti umani, la quale fa sì che nessuna verità appaia in modo eguale a due persone diverse.

Lev Nikolaevic Tolstoj, Guerra e pace

Questo post parla del concetto di |verità| per sostenere che il concetto è pericoloso e probabilmente la verità non esiste. Fa parte di un trittico noiosissimo che includerà anche |Bene| e |Giusto| e che scrivo per mettere, anche qui su Hic Rhodus, i tasselli fondamentali della comprensione del nostro agire sociale ideologico; e quindi limitato ed eterodiretto. Ciò che sosterrò in questo trittico è che siamo spesso legati a preconcetti, idee demagogiche, retoriche quando non irreali ma molto potenti, che limitano fortemente la nostra capacità di giudizio e, conseguentemente, d’azione. Oltre che di una qualche utilità pratica quando andiamo a fare la spesa o guardiamo la TV, mettere in discussione in concetto di verità ha molta importanza quando parliamo di grandi scelte collettive (cosa sia meglio fare per aumentare il benessere della popolazione) e quando esercitiamo il nostro agire politico. In politica tutti siamo “di parte”; ma si può essere di parte contrapponendo argomenti oppure brandendo una qualsivoglia verità. Ed è chiaro che nessun argomento ha una probabilità minima di scalfire una Potente Verità Assoluta. Ecco perché affronto questo argomento. Perché siamo un popolo molto innamorato della verità, anche se ne sposiamo una diversa ogni qualche decennio, e questo ci rende immobili, vecchi, stanchi, astiosi.

Gli americani non sanno cosa sia il bidè, e altri 100 cliché che ci impediscono di pensare

 

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nulla si compie se non s’apre bocca.

Euripide, Supplici

Il linguaggio descrive, trasmette informazioni, ma soprattutto costruisce il mondo. È quella che i linguisti chiamano funzione “perlocutoria” del linguaggio che ha livelli differenti di pregnanza in Autori diversi ma, semplificando assai, significa quanto meno che la parola (detta, scritta) ha conseguenze pratiche sulla realtà. Non una semplice “descrizione” del mondo, qualcosa a margine del mondo, un suo simulacro verbale; piuttosto un’azione sul mondo; parlare, dire, scrivere, agisce sul mondo e lo cambia. Ci sono infiniti possibili esempi per mostrare questa azione trasformatrice del linguaggio: