L’atrocissimo iperbolico sopramondo degli eccessi

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Il povero Hyon Yong-chol, che era semplicemente il responsabile della difesa della Democratica Repubblica del Nord Corea, è stato giustiziato per comportamenti giudicati irriverenti verso il capo supremo Kim Jong-un. Il plotone che ha eseguita la sentenza era munito di armi antiaereo, e quindi il povero Hyon è stato bombardato e posso supporre sia morto all’istante, un atto di pietà come lo sterminio dell’intera famiglia (bimbi inclusi) dello zio di Kim, reo – dice lui – di un tentato golpe, giustiziati con un pietoso colpo di pistola alla nuca (e non sbranati da 120 cani come inizialmente detto, questa era una bufala nata “per fare satira”); seguite il link precedente per un riepilogo di altre scomparse, assassinii e deportazioni volute da Kim e dalla frenetica circolazione in Rete di notizie e bufale ai suoi riguardi.

Perché il punto è esattamente questo: l’atrocità ci piace ma ci stanca e deve essere rinnovata. I tagliagole dell’ISIS l’hanno capito bene e hanno iniziato facendo circolare il video di un americano cui tagliavano la gola, poi un altro, poi un gruppo, poi il pilota giordano bruciato vivo, poi gruppi di vittime bruciate o sgozzate collettivamente, poi la distruzione di importanti vestigia storiche e peccato che non abbiano una bombetta atomica perché giuro che l’avrebbero già usata (ma aspettiamo qualche anno che l’Iran possa costruirla grazie all’imminente accordo con gli Stati Uniti e in qualche modo fornirla ad alleati turbolenti dell’area). L’escalation di atrocità è un’escalation comunicativa. Qualunque sciagura aerea, terremoto devastante, guerra funesta scivola immancabilmente dalla prima pagina a quelle interne se non viene rinnovata, presso il pubblico in salotto, con elementi emotivi sensibili. Così sono sparite dai giornali (e tv) la guerra in Siria, l’Ebola, la miseria africana, le dittature spaventose inclusa quella di Kim Jong-un. Non è una critica. È probabilmente normale e necessario sia così, dobbiamo pure difenderci dall’ansia e dalla paura verso un mondo pieno di orrori. Ecco allora che chi di tali orrori vive deve rinnovarsi, rilanciare, tornare in prima pagina, e l’ISIS è veramente un caso esemplare. Ma anche l’atrocità ha pur sempre un limite ultimo nella morte, per quanto orrenda. Kim Jong-un, o l’ISIS, o Boko Haram, possono inventare nuovi spettacolari modi per uccidere le loro prede, ma siamo sostanzialmente arrivati all’assuefazione anche di questa spettacolarizzazione del Male, e le loro novità resistono poco sulle prime pagine, e con taglio basso.

Adesso faccio un salto notevole sotto il profilo fattuale ma non sotto quello logico per parlare del linguaggio politico di casa nostra, perché c’è una forte analogia. Chi ha qualche anno ricorderà antichi dibattiti politici televisivi educatissimi dove acerrimi nemici replicavano con un fermo ma garbato “Non sono d’accordo con lei”; poi la politica è diventata spettacolo grazie anche a pessimi talk show dove regie furbe hanno imparato a cogliere il sopracciglio inarcato, la faccia esasperata, lo sbuffo insofferente, e così siamo passati ai “Lei mente!”, “Sono indignato!”, “È indecente!” e al classico sempreverde “Si vergogni!”, oltre a plateali fughe dallo studio (per eccesso di insopportabile indignazione verso le mendaci parole dell’avversario) e rari, per la verità, tentativi di scazzottamento. Il lessico italiano è ricco anche di iperboli, ma mi pare che abbiamo esaurito l’arco degli aggettivi qualificativi dispregiativi e che gli ospiti professionisti dei talk show abbiano da tempo iniziato a ripetersi. A questo aggiungerei l’uso di nomignoli squalificanti e canzonatori (qui Grillo è un maestro), per cui Berlusconi era lo psiconano, Monti era Rigor Montis e Renzi è tuttora Renzie; spero di non dovere fare lunghi discorsi ai lettori di HR per spiegare come il dileggio dell’avversario equivalga a un suo annullamento come persona, assieme ai suoi argomenti che non vale più la pena di controbattere.

L’analogia con i furori criminali di ISIS o di Kim Jong-un non si ferma però solo al parossismo esasperato. Così come quei banditi trovano nella morte delle loro vittime un limite invalicabile alle loro atrocità, anche i politici specializzati nell’insulto e nell’indignazione trovano analogo limite nella morte del linguaggio, da intendere come argomentazione. Se il mondo – nella ristretta visione di questi burbanti – è costituito dal loro narcisistico, e il resto attorno è tutta una bruttura di mascalzoni, ladri, farabutti, mentitori che dicono il falso, mentono serialmente, giurano il falso sulla tomba delle madri, non vale la pena prendere in considerazione e in conseguenza loro – i politici professionisti del dileggio – non possono che essere indignati, tanto indignati, esasperati, custodi di verità evidenti, defensor fidei, impossibilitati lor malgrado a contrastare tanta onta e falsità proveniente, fra l’altro, da tali caricature di avversari sciocchi, faziosi, disprezzabili, figli bastardi di un Male indefinito, ecco: se la rappresentazione del mondo diventa questa, il discorso è morto. Il linguaggio è morto. L’argomentazione – che costituisce il sale di una sana dialettica politica – non trova luogo.

La rissa politica (di cui già ho trattato sotto un profilo diverso) diventa un non-discorso, dove la verità (presunta) non è più l’obiettivo, e neppure il convincimento (dell’avversario o meglio dello spettatore dello scambio), e neppure la decisione. Un non-discorso non ha altri scopi al di fuori di se stesso, ed è quindi mero spettacolo, autocompiacimento, onanismo. Questo riguarda evidentemente i talk show, come ho detto, dove appare evidente la finalità comunicativa a beneficio degli spettatori, ma anche la rissa politica infinita dentro i partiti. Il non-discorso politico, grazie anche al tessuto narrativo dei media, televisione e Internet, diventa per molti cittadini la norma; si perdono completamente di vista le finalità della politica e ci si nutre dell’aneddotica rissosa fine a se stessa. Qui si trova, naturalmente, un grave vulnus democratico, e la ragione del successo di Grillo e di Salvini (e non per esempio di Meloni, che pure propone un programma lepenista abbastanza simile a quello della nuova Lega Nord).

One comment

  • L’eccesso è una tecnica razionale di comunicazione politica quando/se gran parte dell’elettorato non accetta le argomentazioni, ma anzitutto slogan, etichette, giudizi brevi e se possibile tranchant. Una volta erano i partiti di sinistra, in particolare il PCI, i più attrezzati ad appioppare etichette agli altri o a eventi sgraditi. Una tradizione ancor viva nell’ala sinistra dello schieramento politico italico e nella CGIL, oltre che negli eredi populisti. Un esempio recente? Il “preside sceriffo” di chi assimila ogni forma di autorità all’arbitrio (il Far West). Così si crea il consenso, o si zittiscono gli avversari, nel nostro paese. Il limite è la realtà effettuale, che resiste a etichette e slogan. Gli 80 e passa miliardi di euro (presi anche dalle nostre tasche) necessari per evitare un disastro greco. Vedremo se anche a rilanciare quel paese.

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