Pornografia della parola e nuovo fascismo

PornografParola

Le parole non hanno più lo stesso significato di una volta (Raymond Queneau, Zazie nel metró)

Dacia Maraini sul Corriere si lamenta dello scontro verbale ingiurioso che domina la scena, politica e sociale, e auspica regole più severe, censure, condanne. Mi fa un po’ pena questa signora della scrittura, premio Strega, figlia di studiosi, cosmopolita, cresciuta in un periodo in cui la parola di grandi intellettuali, in Italia, contava eccome; ed era una parola raffinata, cesellata, tagliente ma ordinata, nel senso che Pasolini, Sciascia, Moravia (per citare autori più apertamente “politici”), oltre che Maraini, conoscevano il potere della parola, la sua necessità nella costruzione del mondo assieme alla necessità di misurarne l’uso, di essere parchi nella produzione di parole che poi finiscono col restare. “Le parole sono pietre”, ricorda Maraini citando Carlo Levi, ma quanti capiscono cosa ciò significhi? Oggi una Maraini si trova spaesata nel mare della logorrea massmediale e dei social network, confusa dalla pornografia della parola dei politici, dei giornalisti, dei blogger, dei lettori/commentatori di tutti i precedenti, ciascuno che parla, straparla, ingiuria, irride, precisa sbagliando, puntualizza mistificando, aizza, denuncia, inveisce con parole, parole, parole per lo più false e inutili.

004357847-8c7cccf0-760b-462b-baaa-b92e9ad16151Le parole costruiscono il mondo; è questo che si intende quando si ricorda che “sono pietre”. Le parole sono lo strumento fondamentale attraverso il quale le persone determinano come il mondo deve essere, come può essere trasformato. In fondo a questo articolo troverete una piccola rassegna di testi già apparsi da tempo su Hic Rhodus, alcuni abbastanza tecnici, tramite i quali potrete approfondire gli aspetti linguistici e sociologici di questa affermazione: le parole costruiscono il mondo. Non è una metafora. Vi bastino qui un paio di esempi (nei testi che segnalerò in fondo ne troverete altri):

  • se dico, al culmine di una lite: “Mi hai stancato, ho sempre pensato tu fossi un fallito!”, posso poi fare la pace, chiedere scusa e provare a dire che non lo pensavo realmente, ma avrò prodotto una frattura permanente nei miei rapporti col mio interlocutore e forse un segno indelebile nella sua autostima. Quelle parole non saranno state solo onde sonore, informazioni, espressione momentanea di uno stato d’animo, ma momento topico di una relazione, costruzione – in questo caso in negativo – di una relazione che si trascinerà nel tempo;
  • Commento-razzista-di-Fulvio-Bressan-su-Facebookse apostrofo un immigrato africano definendolo “scimmia” (come ha fatto l’omicida di Fermo) non sto dando un’informazione, non sto proponendo un dibattito scientifico sulla corrispondenza genetica uomo-scimmia ma sto cercando di annullare la dignità di una persona ricorrendo a un odioso artificio retorico con antiche origini e sicuro effetto: chi usa questo epiteto sa perfettamente che ferirà nel profondo il suo bersaglio, e in questa profonda ferita (prima ancora che nell’eventuale reazione fisica, come a Fermo) c’è quella trasformazione del mondo di cui dicevo; una persona si trasforma in qualcosa meno di una persona, almeno agli occhi del provocatore, in qualcosa con minore dignità, certamente con meno diritti.

150027864-1422c6bf-b676-4d73-a327-2673af9df509Una volta la parola era il regno degli intellettuali, che l’utilizzavano consapevolmente come strumento di potere; oggi la parola ha infranto i confini, ha dilagato nelle praterie del Web 2.0, è diventato potere nelle mani di chiunque. La parola ha significato e senso per gli intellettuali ma rimane per molti solo segno di cui si esalta l’elemento significante a scapito del significato: la parole come graffio nell’universo di Qfwfq, come un graffito indistinto fra gli altri, pronto a sovrapporsi, cancellarsi, mescolarsi con altri. Il significato è un dettaglio, le conseguenze ignote. Ciò che viene significato può essere vero, quasi vero, plausibile, probabile, fantasioso ma ritenuto “giusto” in nome di una qualunque verità, non ha più importanza. Una quantità di persone costruisce quotidianamente fotomontaggi e notizie false che dilagano su Facebook e Twitter utilizzando la parola come arma di disinformazione; pensate che siano realmente consapevoli, questi epigoni di Orwell? Un discreto numero di politici pronuncia quotidianamente dichiarazioni false, o quasi false, o tendenziose, atte a sollecitare sentimenti di odio e malessere nel grande pubblico poco o malamente informato. Un buon numero di giornalisti scrive palesi falsità su quotidiani, o conduce furbi programmi televisivi dove la parola viene sapientemente incanalata in format stereotipati produttori di concetti convenzionali, cliché razzisti, pregiudizi infondati.

Schermata 2016-07-12 alle 18.20.12Non si può mettere un argine a questa pornografia della parola. Certamente non “censure” come invoca Maraini. Gli imbecilli del Web, gli opportunisti dei talk show, i troll sui social, i politici della paura devono essere isolati da noi, da ciascuno di noi che non deve tollerare la pornolalia politica. ‘Politica’, va sottolineato, perché ciò di cui parlo sono atti trasformativi della realtà sociale, collettiva, che riguarda noi; menzogne per indignare, invettive per infiammare, insulti per diminuire, in una contabilità del piccolo cabotaggio politico, del voto in più, del sodale in più, della vaga strategia, sempre nebulosa in realtà, che finisce coll’assomigliare a un’interminabile partita a weichi; questo porta ad azioni in Parlamento e a razzismo in strada; a disinformazione inquinante sui social e a formazione di gruppi oscuri di pressione. Siamo noi che dobbiamo combattere la battaglia della parola, una battaglia fatta di significati chiari, di argomentazioni trasparenti, di giudizi moderati, di certezze relative.

2-zangrillo02L’ignoranza oggi non può essere giustificata in nome di una vaga buona fede. L’ignoranza è eversiva e alleata al fascismo conclamato dei bulli della parola. ‘Fascismo’ non è aggettivo esagerato se già l’utilizzò, in questo medesimo significato, Roland Barthes: il fascismo della parola che obbliga a dire, che omologa, che obnubila la coscienza sostenuta dall’ignoranza e dall’impossibilità, oggi, di una veloce ed equilibrata informazione. Il fascismo degli slogan – novelle parole d’ordine – costruiti sapientemente a tavolino da esperti della comunicazione e ripetuti all’infinito sui social (tristissima evidenza del pensiero omologato). Il fascismo del disprezzo dell’altro, della diminuzione dell’avversario, dell’annullamento della persona, costante fissa della sceneggiatura dei talk show, strumenti di punta dell’omologazione politica, con buona pace di Giannini.

Non c’è via d’uscita. La battaglia riguarda ciascuno di noi.

Intanto, facendo buon uso delle parole, #nonomologatevi!

1468350963307.jpg--Risorse:

Il potere del linguaggio come agente di trasformazione della realtà è stato trattato in tre articoli, abbastanza tecnici, da leggere in quest’ordine:

Conseguenze di varia natura del linguaggio (su Internet, nella politica, e così via) sono state trattate in molteplici testi fra i quali:

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