Il populismo alla conquista del mondo

Study for 'The Pied Piper of Hamelin': The Children circa 1871 by George John Pinwell 1842-1875

Tutto il mondo è strapaese, e mentre noi inorridiamo per le sparate di Salvini, in America se la devono vedere con quelle di Trump. Come nota Fineman probabilmente Trump non la spunterà alla corsa delle primarie repubblicane ma il trumpismo ha già vinto, nel senso che le sue parole d’ordine estreme e le sue idee becere sono diventate necessariamente parte del dibattito repubblicano e anche i suoi più moderati avversari hanno dovuto tenerne conto. Esattamente come Salvini che difficilmente potrà diventare Presidente del consiglio ma ha imposto agenda e lessico alla destra, di fatto egemonizzandola. Se fino a ieri quindi parlavamo di “lepenismo” di Salvini, oggi potremmo avere bisogno di una categoria più ampia per includere le diverse forme di politica rozza, semplificatrice e ignorante sotto il profilo culturale e xenofoba, militarista e vagamente iperliberista sotto quello ideologico (‘vagamente’ iperliberista perché non c’è, in Trump come in Salvini, una reale scelta di campo fondata su un pensiero economico, ma semplicemente un antistatalismo di principio, un insieme di vaghe idee economiche legate dall’ideologia particolaristica che incarnano).

Il problema è estremamente serio perché il populismo di destra (di questo si tratta) si sta diffondendo rapidamente in molti paesi specie europei e in maniera non transitoria. Come scrive Fargion in un testo di cui raccomando la lettura

il populismo non va visto come fenomeno transitorio, sintomo patologico di una democrazia in crisi, ma va letto in relazione all’indebolimento delle divisioni politiche tradizionali che ha condotto – per così dire – ad uno smottamento dei sistemi partitici costruiti su di esse e al disallineamento tra l’offerta politica da un lato e la struttura degli interessi e delle aspettative dei cittadini dall’altro. In questo contesto e in una prospettiva temporale di ampio respiro, il populismo rappresenterebbe dunque «una costellazione politica stabile (di ideologie, di partiti, di leader) che si articola su nuove divisioni sociopolitiche» (pag. 178).

Il populismo rappresenta la soluzione per gli sconfitti del processo di modernizzazione, che si sentono accerchiati dalle conseguenze dei processi di globalizzazione e non trovano risposte adeguate nei partiti tradizionali (pp. 180-181).

Fonte: Galassi 2011 citato in Fargion 2012

Fonte: Galassi 2011 citato in Fargion 2012

Il testo di Fargion è utile anche perché riassume le linee politiche principali dei vari partiti populisti europei che, in estrema sintesi, si caratterizzano tutti per la xenofobia e – in forme diverse – per l’opposizione all’Unione Europea.

A mio avviso occorre comunque una chiave di analisi a più ampio spettro perché il populismo non è solo un fenomeno della destra; alla radice del concetto di ‘populismo’ non c’è la xenofobia, per esempio (che è caratteristica del populismo di destra) ma l’idealizzazione del popolo come depositario di valori positivi, a cui consegue un rapporto diretto fra leader e masse popolari (per un’esposizione breve si vedano le prime righe dell’Enciclopedia Treccani e per una appena più ampia si legga Toscano). Si può quindi parlare anche di un populismo di sinistra, in Europa ben rappresentato da Syriza e Podemos (su quest’ultimo abbiamo dedicato un post per analizzarne il programma politico denunciandone l’inconsistenza demagogica). Ed esiste un populismo sedicente né di destra né di sinistra come quello di Grillo.

Il populismo è quindi tendenzialmente nazionalista e identitario (con connotazioni diverse fra populismi di destra e di sinistra); è insofferente alla regole democratiche e oppositore – in varie forme – delle Istituzioni; guarda con diffidenza all’Europa “che toglie sovranità”; propugna programmi economico-sociali difficilmente realizzabili in cui il popolo verrebbe tutelato, protetto, garantito contro i rischi di povertà; insiste ideologicamente su ciò che il popolo vuole e si pone come suo diretto rappresentante, per ciò stesso nobile e veritiero. Dopodiché ci sono differenze profonde fra la xenofobia e il militarismo dei populisti di destra e lo statalismo egualitaristico di quello di sinistra, ma la ragione per la quale è necessario vederne la matrice comune è il linguaggio (che rappresenta innanzitutto la cornice dei valori, lo strumento per la rappresentazione di sé, del popolo, degli obiettivi politici); una sorta di riprova empirica sulla sostanziale eguaglianza (sotto il profilo trasversale che stiamo indicando) dei populismi di destra e sinistra è la straordinaria altalena nelle ultime elezioni greche fra i neonazisti di Alba Dorata e la sinistra radicale di Syriza.

È il linguaggio la chiave interpretativa del populismo; il populismo:

  • alimenta la paura delle categorie più deboli della popolazione (gli omosessuali che distruggono la famiglia, gli islamici che ci odiano, gli immigrati che portano via il lavoro, la Troika come moderna Spectre…) alimentando ansia e insicurezza anche con la diffusione di notizie inesatte;
  • semplifica le soluzioni a codeste paure, come il muro che Trump vuole erigere col Messico, come le soluzioni economiche promesse da Syriza e Podemos, come le proposte leghiste contro l’immigrazione; semplificazioni che semplicemente non possono risolvere il problema ma che sono enormemente più efficaci – sotto il profilo comunicativo – delle più complesse argomentazioni che servono per mostrarne la fallacia;
  • sostiene la deriva antidemocratica e anti istituzionale (la politica è marcia, solo il popolo ha ragione) ed è quindi sostanzialmente eversivo; il populismo è eversione;
  • è spregiudicato nei comportamenti, contraddittorio e confuso nella linea politica che adatta alle circostanze e al momento, in quanto l’elettorato di riferimento non ha gli strumenti per coglierne irrazionalità e inconcludenza mentre ne apprezza la baldanza e l’irriverenza (confuse con un generico ribellismo giustificato dall’indignazione verso il Potere).

I leader populisti sanno giocare con questi potenti strumenti comunicativi con una disinvoltura sconcertante, mentre i loro elettori di riferimento non si curano delle palesi contraddizioni, non verificano le fonti, non hanno generalmente la capacità culturale di inserire l’insieme delle proposte in un quadro coerente. La comunicazione di massa, in particolare quella veicolata via Internet, è oggi il più potente alleato del populismo, come più volte scritto qui su HR, e in un’Europa debole e confusa sembra che i populismi siano destinati a un ruolo che potrebbe essere drammatico. Occorre sperare che abbia ragione Jan Werner Müller quando afferma che tutto ciò non segna un declino della democrazia quanto una crisi dei partiti tradizionali (democristiani e – specialmente – socialdemocratici) che non sono in grado di dare risposte adeguate alle sfide europee. Se così fosse, solo una profonda reinvenzione della politica, capace di superare le divisioni e le ideologie del ‘900 e pronta a proporre nuovi orizzonti valoriali, potrà contrastare il morbo populista e salvare l’Europa.

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