L’incauto uso del sarcasmo retorico nel web 2.0

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Non molto tempo fa abbiamo pubblicato un articolo dal titolo Soluzioni praticabili al problema dell’immigrazione attirando alcune critiche. Poche, per la verità, ma non sempre i critici hanno voglia di esprimersi con una protesta esplicita e quindi potremmo avere urtato la suscettibilità di più persone. L’oggetto del contendere – per chi non avesse letto il testo – è che le “soluzioni” da me proposte appaiono eccessive e ciniche: o un lassismo cieco che consenta agli emigrati una miserabile vita di carità pubblica o un’azione muscolare con ferreo presidio delle coste, respingimenti in mare e, qualora servisse, l’uso delle armi. C’era di più, e c’era specialmente un ultimo paragrafo “serio” sormontato da questa frase esplicita:

Qualora qualche lettore non avesse del tutto colto il triste sarcasmo di questo articolo finirò con qualcosa di più serio.

Ciò che è accaduto è quindi questo:

  1. alcuni lettori si sono fermati a metà lettura, disturbati dal cinismo del mio testo, senza arrivare a questa avvertenza disvelatrice, oppure:
  2. qualcuno ha letto, sì, fino alla fine, ma velocemente e alla luce di una cecità dovuta al pregiudizievole cinismo che ha indotto una lettura distorta di tutto il testo.

La questione a mio avviso è estremamente interessante per una riflessione sull’uso del Web 2.0, argomento già ampiamente trattato su HR (vedi in fondo all’articolo).

cancellLe figure retoriche sono utilizzate da sempre per connotare in maniera particolare certi passaggi cruciali di un testo, sottolineare i sentimenti dell’autore, indurre riflessioni specifiche. Se anziché dire (su un piano razionale e argomentativo): “il senatore Pippo – già noto per i numerosi processi e indagini in cui è coinvolto – non è il migliore rappresentante di quella pulizia politica che i cittadini invocano da tempo”, scrivessi: “quel galantuomo di Pippo, celebrato dal popolo come paladino degli onesti” utilizzerei la figura retorica chiamata antifrasi (una parola usata per esprimere il concetto contrario) e quella dell’ironia (scrivere il contrario di ciò che si intende in maniera percepibile al lettore); nel mio testo c’è poi un certo uso di enfasi, eufemismi, litoti e specialmente iperboli e sarcasmo. Sicuramente anche altro ma poi si esagera e chiudo qui. Perché usare questi sotterfugi retorici? Perché il loro uso, se sapiente (quindi probabilmente non nel mio caso), connota maggiormente il testo, lo carica di senso, oltre che di significato. Nel caso che stiamo discutendo: io ho scritto diversi articoli sul dramma degli emigrati e sull’assurdità delle posizioni (per esempio) leghiste, tutti espressi su un piano razionale, con dati e argomentazioni abbastanza serie. Non c’è proprio niente da aggiungere. Se qualcuno continua a ignorare la realtà, ragionare con la pancia, credere alle frottole, cedere a sciocche paure, l’unica cosa è far loro il verso, usare i loro stessi argomenti ricomposti in maniera da mostrarne la ridicolaggine, l’impraticabilità e anche – nel nostro caso – la disumanità.

Naturalmente la comunicazione è un processo complesso non unidirezionale: io posso credere di avere fatta ironia laddove invece potrei avere scritto stupidaggini non gradevoli. È il rischio che corre chi scrive e tanto più chi utilizza queste forme retoriche. C’è anche da dire che qualunque testo deve essere interpretato (dalle istruzioni Ikea alla Divina Commedia), e l’interpretazione non risiede in chi scrive ma in chi legge. Io sono sempre responsabile di ciò che scrivo (anche del fatto di indulgere eccessivamente in figure retoriche) ma non posso essere responsabile di ciò che i miei lettori capiscono. Quello che io credevo era di essere stato chiaramente sarcastico ben prima dell’avviso finale già menzionato; quando ho scritto di intasare le latrine nei centri di accoglienza per rendere difficile la vita dei migranti e indurli a varcare la frontiera, o quando ho protestato per le possibili ingerenze ecclesiastiche e “di patetici comunisti internazionalisti” contro una soluzione militare del problema militare (per fare solo due esempi a caso) o mi era andato in pappa il cervello o stavo esasperando sarcasticamente concetti e posizioni politiche che si trovano facilmente nei social e che più volte abbiamo denunciato (e poi c’erano molti altri indizi, a partire dalla foto di copertina che ritrae una nave di migranti italiani diretto in America a inizio secolo).

retorica

È colpa mia, comunque, perché mi era già capitato un incidente simile quasi due anni fa quando scrissi con un collega, in altro blog, un testo satirico sull’Euro e sulla necessità di intraprendere manovre economiche e finanziarie coraggiose (uscita dall’Euro, abolizione dello Stato, detassazione totale delle imprese, etc.). Fra i numerosi commenti diversi furono di apprezzamento delle nostre assurde proposte, tanto che ci affrettammo – inutilmente – a concludere con un disclaimer:

P.S. Poiché l’ironia non è un bene molto diffuso: sì, questo è un testo satirico.

L’anno successivo, a ridosso dell’ennesimo crollo a Pompei, scrissi un pezzo evidentemente paradossale dove proponevo di radere al suolo il sito, ricostruirlo in plexiglas ché tanto i turisti giapponesi non capiscono nulla e mettere anche un laghetto coi pedalò; anche in questo caso ci fu chi si scandalizzò e protestò per la mia mancanza di sensibilità culturale.

Quindi sono recidivo, e onestamente non credo di non ricaderci in futuro.

Perché accadono questi equivoci? Perché il Web ci ha abituati a consumare tutto enormemente in fretta e pensando pochissimo. Clicchiamo i “mi piace” su Facebook solo per compiacere gli amici, o per vaga simpatia verso l’argomento generico proposto, ma senza controllare i contenuti; di un articolo non breve (e quelli di HR sono tutti o medi o lunghi) si legge l’incipit, si scorre con lo sguardo il resto (figure, titoli, parole in grassetto…) e si ricostruisce un senso complessivo adattandolo ai nostri schemi mentali, a quanto parzialmente capito fin lì, al contesto e così via; si può quindi intendere superficialmente il mio articolo come un “bombardiamo i barconi degli immigrati” e precipitarsi a protestare per questo orrore. D’altronde questo modo abbastanza superficiale di usare i social è noto da tempo; vi rinvio per esempio a questo breve e divertente testo di Federico Sbandi: riguarda Facebook ma potrete facilmente estendere le sue riflessioni anche ai blog, ai quotidiani e così via.

Purtroppo Hic Rhodus è esplicitamente nato per proporre una politica della parola; il nostro “manifesto” recita, fra l’altro:

Vediamo attorno noi che la discussione è più spesso rissa, la costruzione di dialogo un pretesto per l’affermazione personale, l’argomentazione spesso inesistente e la demagogia imperante. Vogliamo fare una cosa diversa. Crediamo nelle parole e nella capacità delle parole di cambiare il mondo, e intendiamo Hic Rhodus come il nostro modo per impegnarci politicamente, socialmente e culturalmente. […] sul Web girano troppe notizie infondate, troppe opinioni non argomentate, troppe sciocchezze velocemente “condivise” su Facebook o Twitter senza vederne la palese infondatezza; noi cercheremo di sottrarci a questi errori, dalle eccessive semplificazioni, dalle idee radicali fieramente sostenute anche quando palesemente insostenibili.

3486263367_ca90be77bcHR è per lettori pazienti. Che amano soppesare le parole che dicono e anche quelle che leggono. Che sanno indubbiamente criticarci se scriviamo cose inesatte, che possono prendere le distanze da nostre posizioni che non condividono ma che ci accreditano di un minimo di intelligenza. Quindi no, non vogliamo bombardare i barconi, facevamo solo il verso a chi vorrebbe provarci.

Su Hic Rhodus abbiamo scritto, a proposito dei migranti:

Sui pericoli di Internet abbiamo scritto: