Razzismo, brutta bestia

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La morte di Emmanuel a Fermo ha scosso un po’ più del solito la coscienza di molti italiani ma non preoccupatevi, passerà presto. Siamo tutti razionalmente consapevoli che in una società sempre più aperta occorre imparare a convivere, ma grattando un pochino sotto la patina politicamente corretta della nostra rappresentazione ufficiale del mondo, beh, diciamolo… non siamo razzisti ma non vogliamo mica mescolarci troppo! La xenofobia (che credo termine assai più corretto e generale, di cui il vero e proprio razzismo rappresenta una specificità) è universale ed è sempre esistita, sin dal mondo classico e dalla rappresentazione greca degli “altri”, i barbari, nati per essere schiavi. Saltellate lungo la storia: il razzismo antisemita della cristianità, quello colonialista e schiavista distruttore di civiltà americane fino ovviamente alla tragedia nazista. Inutile discutere anche una qualunque sociologia del razzismo, tanto ovvia essa si presenta alla ragione: difesa e supervalutazione del gruppo contro gli altri (gli stranieri che non sanno parlare come noi, che non sanno fare che le cose che sappiamo fare noi…); schiavismo e suo superamento (come segnala Geiss è la fine dello schiavismo che lascia il posto all’ideologia dell’inferiorità di quei medesimi ex schiavi); successiva e conseguente nascita di teorie razziali (dalla fine del XVIII secolo), in grado di giustificare politiche coloniali, di segregazione, di guerra. Che poi in Occidente l’intensità maggiore dei sentimenti razzisti si rivolga ai neri e agli ebrei discende da questa sua storia e dalle relazioni fra i “bianchi” e gli altri nei secoli: i neri selvaggi, subumani, dalla sessualità animalesca, bestie da soma, che vivono in capanne, buoni giusto per i campi di cotone delle Americhe; gli ebrei assassini di Gesù, presuntuosi, usurai, infidi… È tutto molto più torbido, naturalmente, complicato da fattori religiosi ed economici, ma il senso è questo: l’ostilità verso il diverso (non solo lo straniero) è una componente della nostra difficile umanità che viene smussata, contenuta (a fatica) e neutralizzata (solo a tratti) attraverso un percorso culturale, di emancipazione morale, se mi lasciate dire così, ben lontano dall’essere compiuto.

Secondo Hatecrime.osce.org la situazione italiana è in rapido peggioramento rispetto ai “crimini d’odio” passando dai 50-60 a inizio decennio ai 472 del 2013 e 596 del 2014 (ultimo dato al momento disponibile; fonti di polizia); anche se il dato comprende aggressioni di varia natura a sfondo omofobo e religioso, la stragrande parte riguarda il razzismo (e comunque l’aggressione religiosa è qualcosa di estremamente simile).

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L’associazione Lunaria, che cura un periodico “Libro Bianco sul razzismo in Italia”, nel terzo rapporto 2014 offre un’articolata analisi sociologica e dati di fonte differente dai precedenti, in un certo senso meno “certa” ma probabilmente più inclusiva dei casi, in un contesto di difficilissima rilevazione:

La rappresentazione statistica del razzismo incontra infatti un formidabile ostacolo innanzitutto nella reticenza delle vittime a denunciare le violenze o le discriminazioni subìte (Terzo rapporto, p. 156).

Dal 2011 al 2014, secondo Lunaria, le violenze razziste sono cresciute di 16 volte; molto più quelle verbali di quelle fisiche, certo, ma anche le violenze contro le persone sono cresciute in maniera intollerabile.

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Dei 2.566 casi totali, 1.809 hanno origini nazionali o etniche, 330 di appartenenza religiosa e 381 sono dovute alla differenza di tratti somatici. Un dato del rapporto Lunaria mi colpisce particolarmente: 1.063 casi sono imputati a “Attori istituzionali”; 215 a personaggi sportivi e tifoserie e 399 a operatori dei media.

Questi attori istituzionali, sportivi e giornalisti che compiono atti razzisti sono evidentemente artefici di ingiurie, commenti sul web, tweet xenofobi, e non sarà per caso che il rapporto includa un’intera sezione dedicata a “Migranti e media”. Se avete tempo e voglia leggete quei capitoli, ben documentati e ricchi di riflessioni.

La stampa ha enormi responsabilità nella costruzione dell’immaginario collettivo sui migranti, per esempio:

La scelta dei media di riportare la nazionalità di chi compie il reato – se straniero – è prassi ordinaria ed è privilegiata una modalità di riportare la notizia “sensazionalistica e voyeuristica, di solito riservata ai fatti di sangue che si ritiene possano appassionare il pubblico”, in linea con le logiche di mercato: “la cronaca vende di più. L’immigrazione, che trova spazio quasi esclusivamente nella cronaca, finisce per essere sovrarappresentata”. Nella ricerca del sensazionalismo, i media mainstream da una parte solleticano i pregiudizi diffusi nella società e dall’altra li orientano, a discapito di un’analisi attenta e di una descrizione puntuale degli avvenimenti: al lettore vengono spesso proposte come realtà ipotesi e suggestioni non comprovate dai fatti, in nome di categorie stereotipiche utilizzate spesso per individuare dei “nemici pubblici” (Terzo Rapporto, pp. 106-107).

Ma una più grave fonte di alimentazione e diffusione di stereotipi razzisti è naturalmente la Rete:

In questi ultimi anni, le forme di istigazione all’odio razzista in rete sono divenute sempre più diffuse e multiformi, con gravi conseguenze sia nel mondo virtuale sia in quello reale. Nell’epoca della rete, regolata da velocità, incisività, interconnessioni, il pericolo di una germinazione incontrollata e gratuita di insulti, di una riproduzione e propagazione di stereotipi e comportamenti razzisti indirizzati all’alterità, a chiunque sia considerato diverso, è di gran lunga superiore rispetto al passato. Oggi, è tutto molto più anonimo, e dunque falsificabile: perché si può facilmente occultare la propria identità dietro un “fake”; perché ci si può associare a un discorso d’odio, semplicemente cliccando su “mi piace”; o, ancora, perché ci si può nascondere attraverso un banale consenso a siti che praticano ogni giorno l’odio telematico. Nella società 2.0, l’odio si propaga, dunque, alla velocità di un “clic” o un di “tweet” (Terzo rapporto, p. 115).

E ancora:

Il razzismo on line sembra aver conosciuto in Italia un particolare impulso dopo la nomina di Cecile Kyenge come ministra dell’Integrazione nel 2013, da quel momento in poi oggetto continuo di insulti razzisti, soprattutto attraverso i social network, da parte di esponenti delle istituzioni (basti pensare a tutti quelli della Lega Nord) e dei movimenti politici di estrema destra, come Forza Nuova e CasaPound. I social network sono ormai, del resto, uno dei principali strumenti della propaganda politica, consentono di intervenire nel dibattito pubblico e di condizionarlo in maniera rapida ed efficace (Terzo rapporto, p. 117).

Ci sono altre ricerche e studi che documentano il razzismo e l’intolleranza in Rete. Un’analisi dei tweet razzisti la potete per esempio trovare QUI.

In questi dati si legge molto odio (e ignoranza) e un numero assai più limitato di vere e proprie aggressioni fisiche, comunque troppe e in troppa rapida crescita. Ma solo uno sciocco può disconoscere la strettissima relazione fra linguaggio e comportamento, fra dichiarazioni infuocate e istigazione, fra parola e conseguente trasformazione del mondo (abbiamo dedicato diversi articoli a questo tema, tempo fa; li troverete facilmente). L’insulto razzista continuamente proposto dal politico spregiudicato, e poi ripetuto dai suoi seguaci, e poi ripreso dalla stampa (per diritto di cronaca, perbacco), e quindi rimbalzato su Twitter e Facebook, col codazzo di commenti indignati (che altro non fanno che amplificare l’insulto) e repliche ancor più pesanti, ecco: tutto questo crea un ambiente culturalmente disponibile all’odio. Se quel politico, anzi: quelle forze politiche, peraltro così attente alle nostre esigenze, così sincere nel giudicare il marcio, così odiate dal Palazzo (perché evidentemente sincere e buone), se costoro dicono quelle cose, se anche i miei amici le dicono, se ci sono bellissimi gruppi Facebook dove la gente arrabbiata e frustrata come me dice le stesse cose, non è ovvio che siano vere? E il dirlo in forma urlata non è un mio diritto di persona indignata? E perché non dovrei essere incazzato se a quei negri lo Stato dà soldi, alberghi gratis, carte prepagate, poi a quelli non piace neppure il nostro cibo e lo buttano, e basta, cazzo! Prima gli italiani, Kyenge negra, via i musulmani terroristi, Boldrini a casa!

Non vi annoio con dati internazionali. Sapete già, anche senza dati, che il problema dell’intolleranza è in vistosa crescita in Europa (ne abbiamo già parlato) e un po’ in tutto il mondo. Non stiamo diventando più razzisti noi italiani, stiamo diventando più razzisti noi umani, man mano che le barriere crollano, le guerre producono sfollati e politici che dell’odio fan professione continuano a stazionare nel talk show per uno zero-virgola di audience in più (non credete alla buona fede dei conduttori, venderebbero loro madre).

Non c’è molto da fare, purtroppo. Certo, cultura, cultura, cultura… Processi lunghi e lenti indispensabili che non offrono risposte immediate. Certo, politiche inclusive (ammesso che un governo abbia abbastanza consenso in Parlamento e nel Paese per politiche di questo genere). Certo, repressione dei reati; ma la repressione avviene a reato compiuto, a offesa consumata, a morto seppellito, e questo non può bastarci. Credo, e lo credo fermamente, che una parte di responsabilità sia in definitiva sulle spalle e sulle coscienze di tutti noi. Non accettiamo l’intolleranza quando la vediamo; interveniamo in difesa dei deboli quando possiamo; allontaniamo dalle nostre comunità, anche e soprattutto quelle virtuali, non solo i razzisti volgari e conclamati, ma anche quella massa di quasi-silenti, appena-intolleranti, che con facilità riciclano bufale, immettono stereotipi, irridono e, naturalmente, non sono razzisti ma…

Una piccola aggiunta sul caso specifico di Emmanuel: in questi giorni i social sono scatenati sulla “colpa” originaria dell’omicidio, se sia vero che l’africano sia stato aggredito o non abbia, invece, lui aggredito per primo l’italiano; e i quotidiani propongono ricostruzioni, si appellano all’autopsia, alle controverse testimonianze, alimentando l’idea, in alcuni, di pesanti colpe della vittima. Lo trovo allucinante. L’italiano aggressore è un noto violento di destra abituato a insultare i neri, come ha fatto in questa circostanza; in relazione a ciò è scoppiata una rissa ed Emmanuel è morto. Indubbiamente occorre una verità giudiziaria che stabilisca delle colpe precise, e può anche darsi che quelle dell’italiano Amedeo Mancini saranno riconosciute inferiori a quanto apparso inizialmente. Ma la verità morale è che Emmanuel è morto in seguito a un’aggressione razzista. Emmanuel è stato insultato pesantemente da un consumato provocatore razzista. Certo, se avesse ingoiato per l’ennesima volta sarebbe ancora vivo; probabile che anche il suo comportamento abbia contribuito al precipitare degli eventi. Ma in nome di quale principio zen se sei nero devi sempre e solo sopportare, e chinare la testa, e girarti dall’altra parte? Chi difende Mancini (con la stessa ignoranza dei fatti di tutti noi, date le indagini in corso) non ha nessuna intenzione di dichiarare qualcosa di “giusto” ma semplicemente di schierarsi a difesa della tribù bianca. Qualunque – e dico qualunque – sia l’esito delle indagini, in qualunque modo sia ricostruita la dinamica della rissa, per quanta parte di responsabilità possa avere avuta Emmanuel, questo è un omicidio di stampo razzista, motivato dall’odio razzista. È il non capire questo che rende la gran parte dei difensori di Mancini dei sostanziali sodali di idee, e comportamenti, discriminatori, e quindi tendenzialmente xenofobi, e quindi in fondo razzisti.

Risorse:

One comment

  • Francesco Vitellini

    Articolo molto interessante e approfondito, come sempre.
    Apprezzo questo luogo anche per la profonda correttezza nel presentare i propri punti di vista.

    Vorrei aggiungere una mia considerazione sul perché la rete abbia questo effetto di amplificatore dell’ignoranza. Parlo, nello specifico, di Facebook, ma credo che anche altri social network funzionino allo stesso modo.
    Facebook usa un algoritmo per decidere cosa mostrare a un utente, il famoso EdgeRank.
    Gli elementi che ne determinano il funzionamento sono i seguenti:
    1 – Affinità con ogni membro della sfera sociale (più interagisci col contenuto di un altro utente, più lo vedrai nel tuo newsfeed)
    2 – Peso delle interazioni (video, foto e link hanno più probabilità di apparire nel newsfeed)
    3 – Fattore Tempo collegato alle interazioni (più è recente l’attività, più è facile che compaia nel newsfeed)

    In poche parole, Facebook decide cosa mostrare nel newsfeed in base a ciò che un utente ricerca, commenta o con cui, più genericamente, interagisce. Più tempo passi in un gruppo o su una pagina, più i contenuti di quella pagina appariranno.
    Si creano così quelle che chiamo “bolle di contenuti” (non ho una definizione migliore) in cui un utente viene, per così dire, rinchiuso. Per fare un esempio, se un utente interagisce solo con altri utenti che pubblicano contenuti xenofobi o razzisti, l’algoritmo di FB gli farà vedere in prevalenza contenuti dello stesso tipo.

    Questo mi fa concludere due cose, tra le altre:
    1 – L’utente si convince che tutti la pensano come lui
    2 – L’utente non è incentivato a verificare le informazioni che legge, dato che esprimono tutte lo stesso concetto (in pratica non esiste il dissenso).

    Ovviamente questo discorso vale per chi forma le proprie opinioni esclusivamente attraverso i social media, ma sono davvero in tantissimi a comportarsi così.

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