Divorzio breve, malafede lunga

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Il cosiddetto divorzio breve (ma non brevissimo) è legge e va segnalata la grande convergenza politica su un testo che poteva essere migliore ma che deve essere computato come una vittoria democratica e liberale. “Democratica e liberale”, e quindi non della destra estrema (Meloni) e non della Chiesa cattolica. Onestamente io sono lieto della legge e potrei infischiarmene della Meloni e dei cattolici più oltranzisti, ma a partire da quello che loro sostengono, nella loro contrarietà, si può fare un esercizio interessante di carattere antropologico.

Se non riusciamo neppure ad accorpare i piccoli Comuni…

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Fra le diverse misure di snellimento dell’apparato pubblico, capace di fornire servizi con più efficacia e minori costi, c’è indubbiamente anche l’accorpamento dei piccoli comuni, che va ad aggiungersi all’abolizione delle Province, a un ridisegno complessivo delle Regioni e ad altre iniziative di cui abbiamo più volte parlato su queste pagine.

Immigrazione, invasione, disperazione, desolazione

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Non mi sarebbe parso necessario un post sulle tragedie dei barconi nel Mediterraneo se non mi fosse salita, più forte della pietà per le vittime, la rabbia per gli sciacalli che speculano politicamente: Salvini, Meloni, Santanché in un crescendo di cinica imbecillità propongono soluzioni improponibili raccogliendo i loro pochi miserabili applausi dal popolo di pancia che costituisce la base del loro elettorato. Niente pensiero, niente cultura, niente logica prima ancora di nessuna pietà. Non stupitevi se assegno così poco rilievo, in questo testo, alla pietà verso le vittime; è voluto, è necessario. Il sentimento della pietà, per quanto nobile, è frutto di sentimenti, di modi di intendere l’altro, il diverso, lo straniero, in questo caso l’immigrato; riguarda il senso che hai della vita e la tua concezione dei destini dell’umanità… qualcosa di troppo variabile e impalpabile. Non si può discutere in termini di pietà con Salvini e i suoi uomini di pancia. Io vorrei proporre un discorso freddo, tutto di testa, basato su questioni puramente logiche e razionali. Se riusciamo a restare in questi binari forse vediamo la natura dei problemi e intravvediamo qualche barlume di soluzione. Praticabile.

Sulla tortura in Italia. A margine di una sentenza più da sculacciata di babbo severo e spazientito che giuridica

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Sembra che gli Italiani abbiano vissuto alcune migliaia di anni imbavagliati e improvvisamente abbiano scoperto la libertà di parola, non importa se priva di senso, purché sia urlata, possibilmente in TV ma anche sui blog e sui social. Uno degli argomenti più (mal)trattati è stato quello della tortura. O meglio, della reprimenda della Corte europea dei diritti dell’uomo sfociata nella sentenza di condanna economica, giuridica e morale che i giudici di Strasburgo ci hanno con gran (e poco buon) gusto appioppato. La questione nasce 14 anni fa a Genova in occasione del G8 turbato da una serie di disordini e scontri causati da black-block indisturbati, scontri dei quali il conto più salato fu pagato dagli altri manifestanti, in gran parte (non tutti) incolpevoli. Oltre alla morte di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda gli episodi più gravi si verificarono con l’incursione della Mobile alla scuola Diaz e il successivo trasferimento di 63 feriti in ospedale e 93 fermati alla caserma di Bolzaneto.

I sociologi ci raccontano il destino del mondo (con una conclusione sul ruolo degli intellettuali)

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Questo articolo è parte di un ciclo di tre in cui un gruppo qualificato di sociologi ci ha raccontato la sua visione dei problemi attuali e dei possibili sviluppi. I tre articoli sono così organizzati:

  1. l’Europa (il primo articolo); per precisazioni sul metodo di intervista e un’introduzione generale (con link all’elenco dei sociologi partecipanti) rinvio a questo;
  2. l’Italia (il secondo articolo);
  3. il mondo, e conclusioni sul ruolo degli intellettuali (il presente articolo, che conclude la serie).

Va da sé che una domanda sui “destini del mondo” non è semplicemente complessa quanto impossibile. Benché abbia una discreta stima del pensiero sociologico non pretendevo di avere, dal gruppo interpellato, un breviario dei problemi mondiali e semmai le loro soluzioni. Ma dopo “Italia” ed “Europa” ho voluto provocare i miei partecipanti per cercare di cogliere sostanzialmente alcune dimensioni generale entro le quali collocare le precedenti risposte più “locali”. Insomma: i problemi dell’Italia, l’affanno europeo, sono collocati in uno scenario più ampio di cui volevo almeno la segnalazione delle principali dimensioni.

I sociologi ci raccontano il destino dell’Italia

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Questo articolo è parte di un ciclo di tre in cui un gruppo qualificato di sociologi ci ha raccontato la sua visione dei problemi attuali e dei possibili sviluppi. I tre articoli sono così organizzati:

  1. l’Europa (il precedente articolo); per precisazioni sul metodo di intervista e un’introduzione generale (con link all’elenco dei sociologi partecipanti) rinvio a questo;
  2. l’Italia (il presente articolo);
  3. il mondo e il ruolo degli intellettuali (terzo e ultimo articolo).

Se – come visto nell’articolo precedente – i nostri sociologi risultano piuttosto disincantati sulla realtà europea e i suoi destini, parlando d’Italia hanno manifestato tutti dei punti di vista abbastanza critici; tale atteggiamento critico poteva essere atteso, essendo probabilmente comune a tantissimi italiani, e diventano interessanti le ragioni di tale critica, le articolazioni del giudizio che si suddividono in poche e chiare dimensioni della quali la maggiore è – diciamo così – “antropologica”, legata al carattere degli italiani, alla loro etica, all’incapacità di sentirsi comunità assumendosene le responsabilità:

I sociologi ci raccontano il destino dell’Europa

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Questo è il primo di una serie di tre articoli molto particolari; abbiamo chiesto a un gruppo abbastanza ampio di sociologi italiani (tutti piuttosto noti in ambito accademico e professionale) di rispondere a una serie di domande sull’Italia, l’Europa e il mondo: quali siano i problemi principali, quale la loro origine, quali le possibili soluzioni. I sociologi intervistati non sono tutti necessariamente esperti di geopolitica, di questioni europee, etc. (alcuni sì) e sono stati chiamati ad esprimere il loro parere in virtù dello sguardo particolare che i sociologi sanno dare alla complessità del mondo, ai movimenti, alle organizzazioni, al procedere evolutivo del nostro mondo complicato. Persone di cultura, in gran parte accademici, con l’occhio addestrato a cogliere elementi chiave per dare un’interpretazione (non necessariamente univoca) al caos attorno a noi.

ABC – Always Be Connected

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Il problema non è avere “una certa età” e ricordarsi, ma avere voglia di farlo interrompendo per un momento il flusso dell’attualità. Intendo dire che siamo tutti presi dall’adesso, dal qui e soprattutto dall’io, e tutto ciò che resta indietro nel tempo sfuma rapidamente facendoci perdere il fondamentale valore di insegnamento dell’esperienza.

Scrive Borges

ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me… (Jorge Luis Borges, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, in Finzioni).

La frattura fra un presente che ci pone problemi e un passato che ci può fornire suggerimenti è recente, è opera della tecnologia ed è grave e da pochissimi denunciata nella sua drammaticità

Solo chiacchiere e distintivo. I politici che urlano di più sono spesso i peggiori

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Le cronache politiche italiane sono pervase dalle proteste di minoranze più o meno arrembanti: quella del PD tiene banco sostanzialmente ogni giorno con una copertura mediatica che dovrebbe corrispondere, per numerosità di protagonisti, a quella dell’Armata Rossa. In Forza Italia Fitto si agita non poco, e probabilmente ha meno visibilità fuori dagli ambienti politici di destra solo perché un po’ tutto il suo partito è stato avanzato di dissoluzione. Salvini invece, che è minoranza solo nel senso di essere all’opposizione, perché il suo partito l’ha saldamente in mano, ha una vocazione tutta leghista all’insulto e alla corbelleria che vengono puntualmente riprese sulla stampa e sui social network. Queste figure politiche si stagliano sopra tutte le altre travolgendole, oscurandole, cannibalizzandole. Per esempio della Meloni si sente parlare poco: non ha le physique du rôle come Salvini che spara sciocchezze sesquipedali col ghigno e una sicumera che ti fanno veramente venire il dubbio che l’Italia sia ormai sopraffatta da negri stupratori e malati d’Ebola, salvo poi distrarsi un attimo e vederlo seminudo per un servizio gossip. Diamine! Questo sì è uno che ha capito tutto!

Muoia Berluscone con tutti i filistei

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E spesso, per farci del male, gli strumenti dell’oscurità ci dicono delle verità, guadagnano la nostra fiducia su delle questioni marginali per tradirci in faccende dalle conseguenze molto più profonde (Shakespeare, Macbeth, I, 3).

Ho sempre trovato morbosamente interessante la solitaria fine di certi dittatori potentissimi nei tempi di gloria che, rapidamente rovesciati da forze oppositrici, non trovano la lucidità per comprendere realmente il volgere negativo degli eventi, non colgono l’occasione per salvare il salvabile (innanzitutto loro stessi) quando ancora ne hanno l’opportunità e, in sostanza, finiscono catturati, umiliati, ammazzati ed esposti col loro corpo martoriato al pubblico disprezzo. I casi più recenti sono stati Saddam Hussein in Irak e Gheddafi in Libia, ma risalendo la storia, pur con diversità ovvie, anche Mussolini, Nicola II, Luigi XVI e un certo numero di imperatori romani.

Il difficile ruolo delle avanguardie politiche nella società dell’omologazione – 2

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2^ parte – Essere avanguardia (o almeno tentare)

E adesso, poste le premesse concettuali nel precedente post, sono pronto per la parte centrale della mia argomentazione dove intendo parlare della difficoltà ad essere avanguardia innovatrice nella società contemporanea.

Il difficile ruolo delle avanguardie politiche nella società dell’omologazione – 1

parte 1

1^ parte – Le avanguardie politiche

È noto che le funzioni delle avanguardie riguardano il progresso (o una sua idea), il superamento del vecchio (o ritenuto tale), l’innovazione. Senza qualcuno che insiste nella sua idea, credendola buona e rischiando per essa, resteremmo perennemente fermi nelle convinzioni, nelle tecnologie, nelle soluzioni che già furono dei nostri padri e nonni, collettivamente rassicurati dal fatto che se hanno funzionato per loro funzioneranno anche per noi. Ed effettivamente, in un certo senso, è proprio così. Quando si moriva a quarant’anni per mancanza di farmaci non si pensava che infilandosi inquietanti aghi nelle vene si sarebbe potuti vivere… chissà? Fino a cinquant’anni, forse addirittura sessanta! E doveva essere pazzo chi si assoggettava a tali punture! La stessa cosa vale per la scienza in generale, per l’arte, la filosofia, la politica e non si creda che non valga anche per i piccoli comportamenti quotidiani che ci riguardano. Il termine |avanguardia| è particolarmente legato ai gruppi sperimentali artistici fra fine ‘800 e ‘900, riprendendo dal linguaggio politico rivoluzionario dell’epoca; qui verrà utilizzato in senso più generale e politicamente neutrale nel senso di individui o gruppi con idee innovatrici contrapposto a mainstream, omologazione, potere culturale costituito. La riflessione che voglio proporre riguarda la necessità delle avanguardie anche politiche, e la difficoltà crescente che possano emergere nell’epoca contemporanea.

L’Italia è bipartitica da settant’anni. E sempre moderata

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Guardate che non è mica vero che l’Italia sia un disastro pluripartitico, e non è vero neppure che ci sia alternanza, com’è vero che il pericolo dei comunisti è sempre stata solo una fortunata gag di Berlusconi. Se guardate il quadro da un pochino più di distanza, diciamo da un paio di passi indietro, vedete che le cose appaiono caotiche solo nominalmente, che i colpi di scena, le crisi di governo, i rimpasti e i tradimenti sono sempre e solo stati un gioco complicato, a volte perverso, giocato per ragioni diversissime da quelle della normale lotta politica di ideali, forze sociali contrapposte, obiettivi alternativi sostenuti da forze diverse. Al massimo si è trattato di compravendite, vendette, avvisi mafiosi, ambizioni personali, ripicche e altre tipiche sciocchezze condominiali. Provo a convincervi.

La scomparsa del Medio Oriente. E dell’Europa. E anche…

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In queste ore si sta combattendo in Yemen quella che De Giovannangeli sull’Huff Post chiama “la madre di tutte le guerre”. Da un lato Arabia Saudita alla guida di una grande coalizione che vede Egitto, Giordania, Sudan, Pakistan, Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Marocco, oltre ai lealisti yemeniti, con l’appoggio turco (per ora solo politico) e quello logistico americano; dall’altro lato l’Iran, che sostiene i ribelli sciiti yemeniti e un appoggio siriano che vale per quel che vale date le condizioni del paese di Assad.