Sulla tortura in Italia. A margine di una sentenza più da sculacciata di babbo severo e spazientito che giuridica

torquemada

Sembra che gli Italiani abbiano vissuto alcune migliaia di anni imbavagliati e improvvisamente abbiano scoperto la libertà di parola, non importa se priva di senso, purché sia urlata, possibilmente in TV ma anche sui blog e sui social. Uno degli argomenti più (mal)trattati è stato quello della tortura. O meglio, della reprimenda della Corte europea dei diritti dell’uomo sfociata nella sentenza di condanna economica, giuridica e morale che i giudici di Strasburgo ci hanno con gran (e poco buon) gusto appioppato. La questione nasce 14 anni fa a Genova in occasione del G8 turbato da una serie di disordini e scontri causati da black-block indisturbati, scontri dei quali il conto più salato fu pagato dagli altri manifestanti, in gran parte (non tutti) incolpevoli. Oltre alla morte di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda gli episodi più gravi si verificarono con l’incursione della Mobile alla scuola Diaz e il successivo trasferimento di 63 feriti in ospedale e 93 fermati alla caserma di Bolzaneto.

La sentenza in questione, a seguito del ricorso di uno dei feriti, si occupa solo dell’incursione alla scuola Diaz giungendo alla conclusione che in essa la polizia commise un delitto di tortura rimasto impunito a causa dell’assenza di tale fattispecie di reato nel Codice Penale italiano. Per tale carenza giuridica veniamo sanzionati. In realtà non è che l’Italia pratichi normalmente la tortura e neppure che non la condanni ufficialmente poiché questa condanna è scritta a chiare lettere nell’art.13 della nostra amata e strumentalizzata Costituzione. CEDUMa, come per altri aspetti, anche qui il dettato costituzionale non ha trovato la realizzazione concreta e ciò è in violazione dell’art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (annoto di sfuggita che in alcune zone della penisola si praticano la schiavitù e il lavoro forzato, di cui all’art.7 senza suscitare le stesse accorate proteste).

Di questa sentenza si è parlato e in parte cianciato, ma non tanto della sentenza quanto dei rigurgiti di quei fatti di 14 anni fa e soprattutto della vacua e acida questione delle (non) dimissioni di De Gennaro da presidente di Finmeccanica per il fatto di essere stato il Capo della Polizia dell’epoca. Argomento che lascio ai tanti manichei con la coscienza degli altri ma benevoli e assolutori con la propria. Poi si è parlato di tortura, portando anche esempi non tutti appropriati, e della legge che abbiamo messo in votazione su due piedi per far vedere che sotto tortura facciamo anche i compiti. Di questa legge, che al momento in cui scrivo non è ancora approvata in forma definitiva, posso solo dire che provvede a) ad istituire la categoria delittuosa; b) a statuire pene consistenti se da comminare a pubblici ufficiali; c) ad aumentare i tempi di prescrizione. Sembra anche, tuttavia, aprire il varco alle consuete incertezze giurisdizionali nella definizione (e dunque nella prova) degli elementi che differenziano il nuovo reato da altri meno gravi. Due punti particolarmente incerti: la vittima deve essere “affidata” al torturatore (il che lascia perplessi nei casi di tortura “privata”) e la sofferenza inferta dovrà essere “acuta” (misurata in Hertz?). E aggiungo che la sua utilità sarà più facilmente riscontrabile se la normativa riuscirà a tener conto del fatto che la tortura come l’abbiamo descritta si pratica quotidianamente da persone “normali” in ambito privato e nascosto più che pubblico e denunciato.

A me interessa però in questa sede spendere poche parole di commento su un aspetto specifico della sentenza della Corte di Strasburgo che non mi trova del tutto convinto. Essa si può grossolanamente dividere in tre momenti:

  1. La notte del 21 Luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova il ricorrente (e molti altri) fu oggetto di un comportamento delittuoso da parte della Polizia definibile non come lesioni gravi ma in modo specifico come tortura.
  2. L’ordinamento giuridico penale italiano, in violazione della Convenzione, non contempla né il delitto specifico né le conseguenti e congrue pene.
  3. Le Istituzioni italiane frapposero ostacoli all’opera di identificazione dei colpevoli da parte della magistratura e resero più lunghi i tempi processuali talché non poterono essere applicate agli agenti neppure le pene previste per le lesioni gravi per intervenuta prescrizione, ma solo a 17 funzionari quelle per falso aggravato nei verbali dell’irruzione e di calunnia per le presunte azioni criminali dei presenti nella scuola.

Partendo dal fondo il punto 3 è, a mio parere, quello che contiene l’accusa più grave che fotografa uno dei peggiori vizi del nostro Paese e della nostra gente e non posso non concordare con questo aspetto accessorio ma determinante della sentenza. Su questo argomento le autorità italiane sarebbero tenute a dare un doveroso contributo di chiarezza anche a tutela della parte sana – preponderante – del corpo della Polizia di Stato.

Il punto 2 è semplicemente un fatto e non necessita commenti.

Il punto 1 “L’irruzione alla Diaz fu tortura” non mi trova punto d’accordo. Intanto dovremmo concordare su una definizione di tortura. Secondo Wikipedia si intende per tortura “un metodo di coercizione fisica o psicologica, talvolta inflitta con il fine di punire o di estorcere delle informazioni o delle confessioni”. La scelta dei termini “metodo” (e dunque non solo violenza in sé ma studiata) e “coercizione” anziché violenza generica dovrebbe farci pensare che la caratteristica della violenza praticata per essere “tortura” deve avere una forma e una finalità specifica. L’etimologia ci soccorre solo parzialmente rammentandoci che il termine deriva dal verbo latino torquere e quindi dalla sua simile, ma non perfettamente utilizzabile, traduzione italiana nel fisico “torcere” cui potrebbe essere aggiunto il supplementare “estorcere”. Tomas_de_TorquemadaNulla c’entra con torquere invece Tomàs Torquemada (nome di un paese) capo dell’Inquisizione religiosa di Ferdinando e Isabella d’Aragona e noto per le maniere non proprio delicate con cui cercava di estorcere le confessioni di finta conversione a marrani (ebrei) e a moriscos (musulmani), con processi sommari che finivano non raramente con condanne a morte. Ho fatto ricorso al riferimento storico della Santa Inquisizione per dare un’idea paradigmatica, ma per chi ha memoria o conoscenza solo recente potrei citare “Abu Ghraib” o “Guantanamo” o Grecia e Argentina dei colonnelli o il Cile di Pinochet. O per la fattispecie “privata”, meno eclatante ma non meno rilevante, il caso emblematico del libro/film “Un borghese piccolo piccolo”.

Se tuttavia è questa la tortura che abbiamo in mente, io – a titolo rigorosamente personale – credo che la Corte dei diritti dell’uomo abbia esagerato forse per pregiudizio nei confronti dell’Italia con la reprimenda “per i fatti della scuola Diaz”. Per la precisione, durante l’irruzione di alcuni reparti della PS alla scuola Diaz vi fu un uso premeditato, organizzato, selvaggio e crudele di una violenza priva di alcuno scopo di ordine pubblico sfogata “in loco et tempore” limitati. Tutto ciò sarebbe stato rilevabile e punibile in applicazione delle esistenti ipotesi di reato di lesioni gravi, con ogni possibile aggravante, previste dal Codice Penale (soprattutto art.583 che presume un dolo specifico nel provocare lesioni gravi) che non poté essere applicato soltanto per intervenuta prescrizione non per assenza di previsione normativa.

Se questo mio pensiero vale per quei fatti non vale invece per i 93 portati dalla Diaz nella caserma di Bolzaneto, dove (e non dunque nella scuola Diaz) fu esercitata veramente nei confronti di molti una tortura (coercizione e violenza fisica e psichica) da persone anche diverse da coloro che fecero l’irruzione alla Diaz ed erano dunque prive anche di quella motivazione (non giustificazione) di grave stress cui le Forze dell’ordine furono obiettivamente sottoposte per due giorni e due notti dai manifestanti (black block ma non solo) mossi non propriamente da sentimenti e intenzioni dialoganti. Il processo penale nei confronti dei presunti autori di queste violenze con coercizione fisica e psicologica è alle fasi finali e potrebbe (come io credo) fornire risultanze pesanti con gli imputati e non in linea con i commenti che stiamo facendo oggi. E mi auguro che possa essere anche un sonoro scappellotto di ritorno alla Corte di Strasburgo.

Risorse:

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Contributo scritto per Hic Rhodus da Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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