La scomparsa del Medio Oriente. E dell’Europa. E anche…

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In queste ore si sta combattendo in Yemen quella che De Giovannangeli sull’Huff Post chiama “la madre di tutte le guerre”. Da un lato Arabia Saudita alla guida di una grande coalizione che vede Egitto, Giordania, Sudan, Pakistan, Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Marocco, oltre ai lealisti yemeniti, con l’appoggio turco (per ora solo politico) e quello logistico americano; dall’altro lato l’Iran, che sostiene i ribelli sciiti yemeniti e un appoggio siriano che vale per quel che vale date le condizioni del paese di Assad. De Giovannangeli (come molti altri commentatori) spiega bene come il conflitto sia fra sciiti e sunniti, ma celi anche il tentativo di controllare punti chiave dello scacchiere mediorientale dai quali controllare risorse e loro flussi; ma cela anche la guerra “per procura” fra Russia (che sostiene l’Iran) e Arabia Saudita per il controllo dei mercati del petrolio e, sullo sfondo ma non poi tanto, gli Stati Uniti che assieme ai sauditi hanno voluto quel crollo del prezzo del greggio che ha messo in ginocchio l’economia russa. Potrei continuare, se non dovessi tirare il fiato, per aggiungere come la crisi interna russa porti Putin a cercare nemici esterni e animare il panslavismo distraendo il suo popolo con la guerra in Ucraina, subendo conseguentemente sanzioni (anche dall’Europa) che l’hanno messa ancor più in difficoltà irritando lo zar russo al punto di minacciare più volte il ricorso alle armi nucleari (l’ultima pochi giorni fa contro la Danimarca). Armi nucleari che la Russia detiene in maniera impressionante, proprio come l’America, malgrado trattati, disarmi, disgeli e così via.

Se quindi sapete a malapena dove sia lo Yemen, e comunque sia vi appare, quello in corso, uno dei tanti conflitti lontani, vedete come il mondo sia un piccolo villaggio di relazioni intrecciate, dove le piccole faide finiscono per coinvolgere tutti, i fratelli, gli zii, i compari e gli affiliati. Naturalmente la storia non è finita neppure col bozzetto fornito sopra perché occorre aggiungere la variabile ISIS, sunnita sì ma di altro tipo, come abbiamo spiegato in un altro articolo, capace di destabilizzare già una discreta area di Medio Oriente e – con l’affiliata Boko Haram – una parte crescente di Africa. E di Israele ne vogliamo parlare? Il conflitto Israelo-palestinese non è per niente fuori dalla partita, sia come origine di una storica infezione anti-occidentale e pro-radicalismo islamista, sia come componente di possibili futuri scenari inquietanti: un Iran nucleare, per esempio (un’ipotesi da non escludere); o una Turchia sempre più islamizzata e fattrice ulteriore di destabilizzazione; o un’ISIS vittoriosa nella prossima imminente offensiva in Libano; molti fattori possono portare a una concreta reazione militare israeliana (tanto più dopo la vittoria di Netanyahu) e occorre ricordare che sia pure nel mutato quadro di relazioni con gli Stati Uniti difficilmente la Casa Bianca potrebbe essere indifferente a una sua sconfitta.

Ora sì, possiamo tirare il fiato; ormai le pedine in campo le abbiamo messe tutte, come in una partita a Go, e possiamo studiare il goban (il tavoliere) per cercare di capire quale siano i possibili scenari. Come dite? Manca l’Europa? Che discorso, certo che manca! Manca anche la Cina? Di questo ne sono meno convinto. La Cina ha motivi diversi per assistere da lontano al conflitto fra suoi competitor (Russia e America), avvantaggiarsi per il basso costo dell’energia, e utilizzare se del caso il suo diritto di veto all’Assemblea Onu, come ha fatto più volte assieme alla Russia, per sostenere posizioni che a noi occidentali sembrano eticamente ingiuste ma che ovviamente sono geopoliticamente razionali. Per lei. E già che parliamo di Onu diciamo così, di passaggio, che conta poco e solo come copertura retorica e solo a volte e con scarsa efficacia. Il mondo di oggi non funziona più neppure lontanamente come quello disegnato nel secondo dopoguerra, di cui l’Onu era una cristallizzazione (ciò vale come promemoria per coloro che “si interviene solo sotto l’egida dell’Onu”).

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Vorrei rispolverare un vecchio slogan ambientalista: “pensare globalmente e agire localmente”. Anche in questo scenario pre-apocalittico mi sembra ben centrato:

  • pensare globalmente significa non ignorare gli intrecci accennati in apertura, non illudersi sulla lontana specificità del conflitto, non pensare insomma che siano “affari loro”. Il disfacimento del Medio Oriente come disegnato dagli occidentali dopo la caduta dell’impero ottomano riguarda anche l’Europa (via Turchia e via Russia) e l’Africa nostra dirimpettaia con l’avanzamento dell’islamismo più fanatico, affiliato oppure no a Isis;
  • agire localmente significa che ci sono risposte differenti a situazioni locali differenti. Tutto l’intrecciato ginepraio appena tratteggiato in questo post non ha un’unica origine, non ha un solo leader, non ha un solo obiettivo. L’Occidente deve saper distinguere le diverse situazione e agire in fretta e con strumenti diversi.

In Libia per esempio non si può escludere l’opzione militare; in Tunisia bisogna investire a sostegno del governo democratico; in Turchia realizzare una forte pressione diplomatica per limitare l’ambiguità di Erdogan; in Israele agire con una moral suasion internazionale per sconfiggere la politica reazionaria ed espansionista di Netanyahu obbligando (sì: “obbligando”) alla formazione di due stati con controllo e interposizione internazionale; il Libano va aiutato militarmente per non soccombere all’Isis; i negoziati con l’Iran devono garantire rispetto per quel popolo ma vigilare contro la possibilità di sviluppo del nucleare militare; la Russia deve essere fermata nel suo bullismo internazionale ma con realismo: ovvero senza mortificarla e senza chiuderla in un angolo, e quindi l’America deve smettere il suo pressing via Arabia e la Nato rivedere la sua politica nell’Europa Orientale; il conflitto siriano deve cessare anche senza l’ormai improbabile (o troppo lontana e sanguinosa) sconfitta di Assad e una conferenza internazionale fra le parti aiuterebbe a cessare i massacri e dedicarsi a sconfiggere l’Isis.

Ognuna di queste azioni impone sforzi eccezionali. Nessuna è secondaria, nessuna è facile, nessuna è capace di assicurare il successo complessivo del ristabilimento di una pacifica convivenza. Il mondo, in questi anni, ha parlato molto di economia, moltissimo di finanza ma pochissimo di pace, di cooperazione, di diritto internazionale, di diritti dei popoli. Eppure un collasso mediorientale coinvolgerebbe anche l’Europa e la Russia e, in modi diversi, il resto del mondo; quale economia sulle macerie? Quale finanza? Mi sembra che ci sia un crescente gap culturale fra le grandi discussioni economiche, che rinviano in qualche modo agli stati nazionali (la finanza è un discorso diverso ovviamente) e il mondo globale che sta implodendo. Ovvio che dobbiamo occuparci di economia, di sviluppo, di lavoro, ma la sfida dei prossimi anni riguarda lo stare insieme in questo condominio litigioso. Non pare prossimo il momento in cui poter cambiare casa; qui siamo e qui dobbiamo abitare: gli italiani assieme ai tedeschi, gli europei assieme agli arabi, e tutti questi assieme ai cinesi e ai papuasi. Così come non si può consentire a Putin di fare il bullo non si può permettere ad Assad di trucidare il suo popolo, all’Isis di tagliare teste di innocenti, a Israele di occupare le terre palestinesi… Ma neppure ai palestinesi di ammazzare israeliani, a Poroshenko di fare il dittatorello, alla Nato di calpestare accordi e all’America di esportare le sue guerre.

Ma purtroppo l’Europa, che avrebbe enormi interessi nella pacificazione di questa porzione di mondo e che per vari motivi è la parte forse meno compromessa e più credibile, è assolutamente fuori dai giochi diplomatici e militari. L’Europa non si interessa concretamente e seriamente di quanto accade in Nord Africa (l’Italia almeno cerca di indicare il problema) e questo è davvero stupefacente considerando che oltre a ovvi interessi economici e commerciali ne avremmo di enormi in termini di contenimento dell’immigrazione e di contrasto all’Isis. Non si interessa di quanto accade in Medio Oriente, quadrante totalmente lasciato in mano agli americani coi risultati a tutti visibili; e dire che qui, non poi tantissimi decenni fa, comandavano gli inglesi… Neppure verso la Turchia, che tanto a lungo a bussato alle porte dell’Europa fino a stancarsi, neppure verso la Turchia abbiamo una politica chiara. L’Europa non c’è nell’opera laboriosa di seminare pace. Ma purtroppo sarà in prima fila quando arriverà l’uragano.

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