Accorpare le regioni. Un passo fondamentale ma…

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Due parlamentari PD, il deputato Morassut e il senatore Ranucci, hanno presentato un disegno di legge di modifica costituzionale per la riduzione delle Regioni, dalle attuali 20 a 12. La stampa ne ha brevemente parlato mostrando la mappa di come sarebbe ridisegnata la nostra geografia regionale, e chi ha buttato almeno un occhio sulla notizia sarà andato a vedere che fine potrebbe fare con questa riforma. A occhio e croce la prima proposta di cui mi ricordi era della Fondazione Agnelli più o meno, direi, trent’anni fa, e da allora di quando in quando il tema è stato sollevato diventando probabilmente più forte nella coscienza collettiva e più urgente oggi, sia perché si sta discutendo di riforma del Titolo V della Costituzione (che ha parecchio a che fare con qualunque manovra sull’architettura regionale) sia per il discredito che questa Istituzione ha presso i cittadini, per i troppi sprechi e scandali di cui molte Regioni si sono rese colpevoli. Chi ci segue su HR sa che siamo estremamente favorevoli a un accorpamento (non necessariamente questo proposto da Morassut e Ranucci, che come vedremo non ci pare esente da critiche) e vogliamo spiegare perché tale accorpamento va fatto segnalando, nel contempo, quante e quali difficoltà ci siano.

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Macroregioni secondo Morassut e Ranucci

Per prima cosa: perché accorpare e non abolire? Nel dibattito sull’abolizione delle Province, per esempio, c’è stato qualcuno che sosteneva la maggior inutilità delle Regioni rispetto all’altro Ente, ma io mi permetto di dissentire. L’articolazione dello Stato ha un senso (oppure no) non già guardando come malamente funzionano oggi, ma riflettendo sul ruolo che hanno o che dovrebbero avere, sulle funzioni che sono chiamate a svolgere; il senso primario delle Regioni, alla loro nascita, era essenzialmente di programmazione; una programmazione specifica, locale, attenta alle peculiarità sociali, economiche ma anche ambientali dei tanti diversi contesti in cui si articola il nostro Paese. Un’attenzione delimitata, una possibilità di interlocuzione, una disponibilità operativa che lo Stato centrale non può assolutamente avere, tanto più nell’epoca attuale dominata dalla complessità. Un’articolazione diversa e inferiore è quella dei Comuni erogatori di servizi ai cittadini (anche i Comuni andrebbero accorpati!). L’abolizione delle Province (un’abolizione vera, non la mezza riforma al momento realizzata) costituisce semplicemente l’eliminazione di un Ente erogatore di servizi non necessario, vista la presenza dei Comuni, storicamente nate per altre funzioni di controllo del territorio, non più attuali. Quindi tre livelli (semplificando): 1) lo Stato che promulga leggi, detta le linee generali delle politiche (economica, fiscale, sanitaria, territoriale, del lavoro…) e agisce sugli scenari internazionali; 2) le Regioni che adattano – secondo le loro competenze – le linee programmatorie nazionali a livello locale, legiferando su questioni circoscritte; 3) i Comuni che erogano i servizi ai cittadini.

Seconda questione: programmare va bene, ma come e cosa? Qui non vorrei dilungarmi perché è materia in discussione assieme alla riforma del Senato. Dal mio punto di vista è chiaro che la poco meditata riforma del Titolo V del 2001 è stata fallimentare, e l’attuale proposta governativa mira a tornare a una situazione di “normalità” che non può che far bene al Paese, ai cittadini e all’organizzazione dello Stato (qui il disegno di legge originario); poiché il dibattito è in corso, con proposte diverse, mi astengo dai commenti salvo sostenere caldamente il superamento della potestà legislativa concorrente, specie in materia sanitaria, che ha creato solo un pazzesco groviglio di “autorità” titolate a intervenire sulle stesse materie (Stato e Regioni) con un deprecabile rallentamento dell’azione pubblica.

Terza questione (fondamentale): con quale criterio accorpare? Supponendo una reale volontà politica a perseguire questo obiettivo tutto si giocherà su questo: chi mettere assieme a chi, quali regioni eventualmente smembrare in più parti, ciascuna destinata a una nuova macroregione, come nella proposta di Morassut e Ranucci. Ci conosciamo abbastanza come popolo dei mille campanili e immagino i mugugni che diventeranno pressioni, pressioni che diverranno veti, trasformando un progetto necessario in un polpettone indigeribile. Io penso che fino a un certo punto sia giusto tener conto delle affinità culturali e linguistiche, generalmente correlate con trascorsi storici comuni. Ma solo fino a un certo punto. La vera sfida è la semplificazione amministrativa e, conseguentemente, l’efficienza burocratica e l’efficacia delle politiche; dovremo allora pensare a territori che, sia pure nella vastità “macro”, presentino delle affinità economico-sociali, in modo da essere oggetto di politiche concentrate e mirate; e che siano di ampiezza almeno vagamente simile (non macroregioni enormi e finte macroregioni piccole) in modo da contare in maniera simile nel dibattito nazionale. In questo senso la proposta di Morassut e Ranucci mi sembra abbastanza logica nel quadrante settentrionale ma molto meno in quello meridionale. La “Regione del ponente”, per esempio, formata da Calabria più provincia di Potenza, arriva a circa 2.390.000 abitanti, laddove la Lombardia sfiora i 10 milioni, il Triveneto 7 milioni e 200.000, la regione Apenninica quasi 5 e così via. Ha senso? Una Calabria per tanti versi penalizzata nel quadro nazionale non migliorerebbe in nulla per l’aggiunta di Potenza, mentre si potrebbe considerare una più ampia regione meridionale con Calabria, Basilicata e Puglia (ed eventualmente Molise), che malgrado alcune storiche rivalità (fra le tante che percorrono l’Italia) potrebbe meglio ottimizzare la diversificazione delle risorse in un quadro storicamente e socio-economico abbastanza omogeneo.

Le sette Italie secondo Limes

Le sette Italie secondo Limes

Quarta questione: e delle Regioni a Statuto speciale che ne facciamo? Difficile pensare ad accorpamenti senza finire la stagione degli Statuti speciali, un retaggio ormai inaccettabile di un’Italia che non esiste più, come abbiamo già avuto modo di argomentare qui su HR. Certamente quelle del Nord (si veda la mappa sopra) ma anche Sicilia e Sardegna dovrebbero rinunciare a esosi privilegi. Credete sia possibile? Io credo che questo sarà in realtà l’ostacolo maggiore; immagino la nobile coalizione siculo-sarda-friul-trentin-valdostana pronta alle barricate pur di non toccare la benedizione della loro “specialità”. E sarà questa la cartina di tornasole della riforma, la capacità di rinunciare a privilegi di parte a favore di un beneficio collettivo; l’assunzione di responsabilità lungimiranti anziché perseguire il solito piccolo cabotaggio dei diritti acquisiti.

Quinta e ultima questione: l’architettura istituzionale deve tenere in conto le modalità di assunzione delle decisioni in seno a future commissioni, conferenze Stato-Regioni e via discorrendo; l’accorpamento potrebbe ridurre il peso di alcuni comparti geografici, in conseguenza alla sparizione di molte Regioni, rendendoli meno influenti laddove si votasse “per testa”. Problemi facilmente risolvibili se ci si pensa per tempo, riducendo nel contempo la resistenza degli esponenti di quei territori.

La conclusione mia personale è chiara al lettore: sì l’accorpamento va fatto; probabilmente in maniera più ampia della proposta Morassut e Ranucci (8-9 Regioni probabilmente sarebbero più che sufficienti); abolendo definitivamente gli Statuti speciali; riducendo molte funzioni e abolendo la concorrenza. Fra questo pio desiderio e il risultato finale c’è di mezzo un mare di errori, compromessi, veti, proteste locali furiose quanto insulse, appelli politici, azioni di magistrati, fiumi di inchiostro e voti contrari delle minoranze PD. Ma si può sempre sperare su un fatto statistico: dai e dai, una la dobbiamo azzeccare per forza.

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