Immigrazione, invasione, disperazione, desolazione

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Non mi sarebbe parso necessario un post sulle tragedie dei barconi nel Mediterraneo se non mi fosse salita, più forte della pietà per le vittime, la rabbia per gli sciacalli che speculano politicamente: Salvini, Meloni, Santanché in un crescendo di cinica imbecillità propongono soluzioni improponibili raccogliendo i loro pochi miserabili applausi dal popolo di pancia che costituisce la base del loro elettorato. Niente pensiero, niente cultura, niente logica prima ancora di nessuna pietà. Non stupitevi se assegno così poco rilievo, in questo testo, alla pietà verso le vittime; è voluto, è necessario. Il sentimento della pietà, per quanto nobile, è frutto di sentimenti, di modi di intendere l’altro, il diverso, lo straniero, in questo caso l’immigrato; riguarda il senso che hai della vita e la tua concezione dei destini dell’umanità… qualcosa di troppo variabile e impalpabile. Non si può discutere in termini di pietà con Salvini e i suoi uomini di pancia. Io vorrei proporre un discorso freddo, tutto di testa, basato su questioni puramente logiche e razionali. Se riusciamo a restare in questi binari forse vediamo la natura dei problemi e intravvediamo qualche barlume di soluzione. Praticabile.

Punto di partenza per capire: cos’è oggi il fenomeno dell’immigrazione dal Nord Africa. Bisogna partire dalle parole: se iniziamo a chiamarli da subito ‘clandestini’ commettiamo un errore fatale; lo status (negativo) di clandestino ha a che fare con norme giuridiche che definiscono in un determinato modo (restrittivo) l’immigrazione regolare rispetto a quella irregolare. Tale status viene acquisito dopo l’accertamento sul diritto o meno dei migranti di soggiornare sul suolo italiano ed europeo. Se tali diritti sussistono nessuno può respingerli; se tali diritti non sussistono occorrerebbe (il condizionale è d’obbligo, come vedremo) rimandarli in patria. Sbagliato è anche chiamarli – se non per comodità e brevità espressiva – ‘migranti’. I fenomeni migratori da decenni noti e studiati hanno riguardato sostanzialmente la fuga dalla povertà e la ricerca di condizioni di lavoro migliori all’estero; da qui l’accostamento molte volte proposto da alcuni commentatori, “Anche noi italiani, un tempo…”. Un accostamento solo in parte legittimo. Una grande parte dei migranti sui barconi arriva in quanto fuggitiva da situazioni di guerra: dall’Irak, dalla Siria, dalla Libia, dall’Africa subsahariana invasa dal dilagare di Boko Haram… La prospettiva di morte, schiavitù e (in aggiunta) certamente anche la miseria conduce fiumi di persone a fuggire verso l’unico approdo realistico: l’Europa.

152059874-3c0ea4a2-49be-4656-b292-836f9c09d5cfAnche se non tutti i migranti sono rifugiati, una certa parte sì. Una parte crescente in questi mesi e anni (sostanzialmente: dalla guerra civile siriana e dalle cosiddette “primavere arabe”). Un |rifugiato| è colui che

a seguito di avvenimenti verificatisi […], temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova al di fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese, ovvero che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra (Convenzione di Ginevra del ’51, esecutiva in Italia dal ’54 e resa operativa da norme europee; fonte).

E comunque il diritto d’asilo è chiaramente contemplato nella nostra Costituzione (art. 10), che non possiamo impugnare solo quando fa comodo:

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

L’UNHCR ha recentemente dichiarato come le richieste d’asilo (solo in parte all’Italia) abbiano recentemente subito un’impennata con cifre che non si vedevano dall’epoca della guerra in Bosnia. Quindi una prima conclusione è questa: in quei barconi c’è gente che scappa e che ha diritto ad essere accolta. Altri vengono indubbiamente per fuggire la fame e per lavorare; è assolutamente falso che gli immigrati che vengono con un progetto lavorativo siano dannosi: i dati mostrano il contrario, come documentato anche da Hic Rhodus e anzi ci sono evidenze che proprio le difficoltà legislative e restrittive italiane della pessima legge Bossi-Fini spingono molti alla clandestinità e alla malavita. Il fatto poi che in quei barconi ci sia gente che non ha diritto (secondo le nostre leggi) o addirittura viene in Italia allo scopo di delinquere è accertabile solo a posteriori e caso per caso.

Quanto sopra per dire che non possiamo fare blocchi ai barconi, chiudere le frontiere o altre sciocche idee massimaliste. A parte il dovere del soccorso in mare, a parte il fatto che ci sono altre frontiere (certo con flussi assai minori), a parte i problemi morali e a parte l’illegittimità della proposta rispetto alle regole europee e alla Costituzione italiana. A questo punto le idee mirabolanti dei pensatori di pancia riguardano interventi da fare sulle coste nordafricane, specialmente libiche; questi interventi vanno – dicono loro – dall’istituzione in loco di aree di smistamento preventivo dei migranti all’abbattimento dei barconi. Idee geniali. Poiché la Libia è un terreno di scontro fra governi sedicenti legittimi ma antagonisti, ribelli, tribù, infiltrazioni jihadiste, in un intricato puzzle dove si fatica non poco a trovare il bandolo, capire chi ha “ragione” (rispetto a cosa, poi?), dove chi ha ragione oggi potrebbe avere torto domani e via discorrendo, occorre chiedere:

  1. a chi legittimamente chiedere “il permesso” di operare in Libia? Il “governo” riconosciuto dagli occidentali (quello di Tobruk) non è privo di ambiguità, governa su una porzione minoritaria della Libia e non sarebbe in grado di proteggere nostri funzionari né di avallare operazioni di questo genere presso altri contendenti locali;
  2. Chi proteggerà i nostri connazionali impegnati in ipotetiche operazioni di controllo preventivo su chi ha diritto di asilo e chi no, chi può immigrare per motivi di lavoro e chi no? Gli italiani sul suolo libico dopo non così tanti decenni dall’avventura coloniale, in una temperie di conflitto gravissimo con componenti anche religiose, sarebbero sicuri? O diventerebbero facili trofei per la propaganda jihadista o comunque anti-occidentale?
  3. Ma supponiamo pure di andarci armati fino ai denti (con mandato Onu? Senza? Da soli?) cosa pensiamo di fare? Sparare ai libici e aprire la guerra contro di loro? Farci ammazzare da regole d’ingaggio troppo deboli e vaghe? E il primo morto italiano di ritorno a Ciampino avvolto dalla gagliarda bandiera italica, chi se ne assume la responsabilità?
  4. Infine non resta che fare un cordone navale davanti alla Libia e sparare cannonate da debita distanza, con protezione dell’aviazione. È questo che stiamo pensando?

Poiché l’immigrazione, la fuga, la disperazione da questa crescente area di devastazione non è un evento temporaneo ed emergenziale ma strutturale, bisognerà cercare soluzioni altrettanto strutturali, organiche, tendenzialmente definitive (‘tendenzialmente’ significa che comunque avranno lunga e complessa gestione e che i fenomeni non cesseranno mai del tutto). E poiché in questa crisi – come in tutte quelle complesse – gli attori in gioco sono molteplici, la possibilità di trovare una soluzione eccellente e applicarla in poco tempo è sostanzialmente una chimera. Qualunque soluzione che appaia ragionevole, addirittura ovvia a noi italiani, va certamente a confliggere con interessi altrui. Prendiamo per esempio le bande criminali che gestiscono il flusso: sarebbe ingenuo pensare che non abbiano svariati legami con ambienti governativi, dei ribelli, con l’Isis e forse con un po’ tutti questi contemporaneamente, e che sforzi ragionevoli a favore della Libia non siano ferocemente contrastati proprio da fazioni locali. La gestione dei flussi in Europa, poi, malgrado gli strilli italiani, come pensate siano visti nel Nord Europa? Questa Europa ha perso ogni elemento di solidarietà politica a favore di un antagonismo fondato sulla burocrazia e la finanza e le oggettive difficoltà italiane non sono prese in carico da nessuno.

Uno dei problemi fondamentali è il Regolamento di Dublino che tratta a livello europeo il diritto d’asilo e che fra le altre cose impone un carico eccessivo di responsabilità al paese di primo ingresso. Anche se moltissimi migranti approdano in Italia col desiderio di proseguire per il Nord Europa, una serie di regole (maliziosamente pensate ad arte?) rendono difficile e a volte impossibile procedere con le richieste d’asilo, lasciando stazionare migliaia di persone nei pessimi centri di accoglienza e consegnandone molti alla clandestinità e alla malavita. È probabilmente da qui che occorre partire: una politica europea che sappia rispondere adeguatamente ai flussi a partire dalla revisione del regolamento di Dublino.

Chi comanda in Libia?

Chi comanda in Libia?

Ma poi è di immediata evidenza che vogliamo regimentare i flussi all’origine (non solo gestire i migranti una volta arrivati), e che ci occorrono quindi degli interlocutori affidabili, stabili. Ecco quindi che uno sforzo in Libia deve significare sforzo diplomatico e forse anche militare (almeno in funzione di peacekeeping); pacificare le tribù; sconfiggere l’attivismo jihadista; arrivare a un governo vero e riconosciuto; aiutare economicamente. Senza questa serie di interventi (nessuno escluso), qualunque intervento sporadico sarebbe vanificato. Ciò impiegherà molti anni, molti soldi e forse, sciaguratamente, qualche vittima. Ma il caos armato è un buco nero che risucchia territori e popolazioni, si ingrandisce e diventa sempre più minaccioso. Guardare il buco nero e lamentarsi scioccamente per i morti in mare o per le migliaia di migranti che sbarcano da noi non serve, ci rende ridicoli ed esposti al biasimo (per la cattiva gestione dell’emergenza che stiamo comunque mostrando al mondo), ci porterà a un numero sempre crescente di disgraziati clandestini in giro per l’Italia e disgraziatissimi annegati in fondo al mare.

L’Europa si muoverà? Poiché tutto, tutto questo, significa più Europa diplomatica, più Europa politica, più Europa solidale… È presto per dirlo ma onestamente credo che la pressione dal confine Sud stia raggiungendo confini di guardia che costringerà l’Europa a muoversi, e qualche primo segnale si vede grazie alla presidenza lettone e assai meno alla capacità diplomatica italiana o alla signora Mogherini. In caso contrario, in caso di inazione o di ipocrita pseudo intervento, non solo la frizione nel Mediterraneo aumenterà (una cosa che ai più cinici interessa poco) ma le sue conseguenze alimenteranno le espressioni fasciste, xenofobe, lepeniste nel continente; una prospettiva politica che travolgerebbe tutta l’impalcatura europea.

One comment

  • Claudio Antonelli

    Immigrati, migranti, rifugiati, disperati…
    Una questione non solo di vocabolario

    Oso proporre questo mio commento, anteriore all’ultima immane tragedia. Il che rischia di ammantarlo di un cinismo che io sono invece lungi dal provare. Ma questa tragedia, secondo me, è dovuta anche alla faciloneria dimostrata dall’Italia nell’abolire le proprie frontiere e nello spingere le navi militari italiane ad accogliere in alto mare gli “immigrati”. Perché cio’ non ha fatto che attrarre nuovi migranti. Inoltre il dire e il ripetere ad nauseam, come ha fatto il governo italiano, che l’Europa doveva intervenire, senza pero’ che si specificasse cosa l’Europa avrebbe dovuto in concreto fare, non è stato altro che il solito “parlare per parlare” in cui noi eccelliamo. E l’italiano parla e straparla, non solo per risolvere i problemi dell’umanità intera (abolendo, oltre ai confini nazionali, anche la guerra) ma soprattutto per accusare gli avversari di partito e di fazione, che l’italiano, anche se mondialista, ecumenista e amante del “diverso”, sanamente invece odia, perché italiano come lui (ma della fazione avversa).

    Fare questioni di semplice vocabolario ossia di pertinenza dei termini usati, in riferimento ai cosiddetti “immigrati” di Lampedusa, può apparire cinico. Ma è necessario. Infatti, se li definiamo “immigrati”, “rifugiati”, “profughi” prima ancora che sbarchino, poi non potremo più fare marcia e dare loro una nuova qualifica. Qualcuno, timidamente, comincia ad usare la parola “migranti”. Speriamo solo che non venga processato per revisionismo. In inglese vi è una varietà di termini: “migrants”, “asylum seekers”, “refugee claimants”, “asylum claimants” , etc. Lo stesso in francese. Nella Svizzera italiana è stato persino coniato il lemma “asilante”. In Italia, terra di San Francesco, l’attributo che fa unanimità è “disperati”. E quindi “chiedete e vi sarà dato”, anzi “prima che voi parliate vi diamo subito un permesso temporaneo di soggiorno, ma poi cercate di andare altrove.” E ancora: “Solidarietà con voi, ma vi scaricheremo sul gobbo degli altri europei, obbligati ad essere solidali con noi dal trattato di Schengen”.
    E così si incoraggiano tantissimi a venire nel paese dei balocchi (dove il balocco per eccellenza non è usato più per fare figli…) Esaminiamo ora con un esempio concreto la conseguenza dell’uso di certi termini al posto di altri. François Fillon (primo ministro francese dal 2007 al 2012) oso’ dichiarare che coloro che in provenienza dalla Tunisia sbarcavano a Lampedusa (ben dopo il ristabilimento della democrazia), non erano né immigrati né profughi, ma nella quasi totalità “immigranti economici clandestini” che bisognava rispedire nel paese di provenienza.
    La nozione di frontiere nazionali ha per gli italiani una connotazione diversa da quella in vigore in Francia, in Germania e negli altri paesi europei, i cui governi, infatti, divergono dalla posizione “universalistica”italiana, e secondo la quale: “Siamo tutti esseri umani”; “Ieri eravamo noi italiani ad emigrare in America…”
    A questi italiani giungerà come una forte sorpresa il fatto che i critici più impietosi del caos e dell’abusivismo immigratorio italiano, siamo proprio noi emigrati italiani –”emigranti” come ci chiamano in Italia. Noi infatti, per esperienza diretta, abbiamo una chiara idea delle regole che ogni terra d’immigrazione deve imporre – per non precipitare nel caos (o, nel caso italiano, per non aggravarlo) – sia ai candidati allo status di rifugiato sia ai “migranti-immigranti-immigrati” economici.

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