L’Italia è bipartitica da settant’anni. E sempre moderata

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Guardate che non è mica vero che l’Italia sia un disastro pluripartitico, e non è vero neppure che ci sia alternanza, com’è vero che il pericolo dei comunisti è sempre stata solo una fortunata gag di Berlusconi. Se guardate il quadro da un pochino più di distanza, diciamo da un paio di passi indietro, vedete che le cose appaiono caotiche solo nominalmente, che i colpi di scena, le crisi di governo, i rimpasti e i tradimenti sono sempre e solo stati un gioco complicato, a volte perverso, giocato per ragioni diversissime da quelle della normale lotta politica di ideali, forze sociali contrapposte, obiettivi alternativi sostenuti da forze diverse. Al massimo si è trattato di compravendite, vendette, avvisi mafiosi, ambizioni personali, ripicche e altre tipiche sciocchezze condominiali. Provo a convincervi.

Partiamo dal bipolarismo. Nominalmente non è così, ovviamente, e la pluralità di sigle volte a frammentare il voto politico e rendere difficilmente governabile il Paese è una tipica critica al nostro sistema politico cui si cerca di mettere un argine con gli sbarramenti. Assolutamente fasulli, come si vede anche nella nuova proposta di Italicum. Però vanno considerati due elementi: i partiti dominanti e capaci di governare sono sempre stati due, e alcuni piccoli partiti sono sempre stati semplicemente dei satelliti dei maggiori. Prendiamo gli operosi anni del dopoguerra fino agli ‘80; si fronteggiava una grossa DC coi suoi partiti satellite (PLI, PRI e PSDI) e un più piccolo PCI col suo satellite PSIUP (da metà anni ’60) e l’alleato PSI (fino ai primi anni ’60). Mi scuserete se vado un po’ all’ingrosso perché in realtà succedevano alcune cose, c’erano alcune scissioni, qualche volta qualcuno non governava, più spesso sì (trovate tutto sul sito Governo Italiano) ma la situazione era un continuo dominio elettorale (e quindi governativo) dei moderati democristiani (con alleati) e un’opposizione comunista (anche i neofascisti del MSI erano all’opposizione ma non contavano nulla). Vorrei rappresentare così la situazione (in maniera puramente simbolica, anche le aree dei cerchi non vogliono esprimere esatte quantità di voti).

partiti e governi 1

La situazione viene repentinamente sbloccata negli anni ’90 dall’inchiesta “Mani pulite”, il crollo dei vecchi partiti, la “discesa in campo” di Berlusconi, la trasformazione del PCI prima in PDS (1991), poi DS (1998) e infine l’attuale PD (2007). Un ventennio dominato nei fatti da Berlusconi; non perché il suo partito e le sue alleanze abbiano realmente governato con continuità, ma perché l’orizzonte politico e culturale è stato interamente dominato dalla sua presenza, il linguaggio politico è stato da lui trasformato e le esperienze di governo della sinistra sono state gravemente funestate e depotenziate da liti interne, scissioni e sostanziale miopia. Sempre con grandi semplificazioni credo di potere così rappresentare l’epoca berlusconiana.

partiti e governi 1 - Versione 2

Gli ultimissimi anni vedono il declino rapido di Berlusconi e l’avvento di Matteo Renzi alla guida del PD. A destra la fine del vecchio ras consente una (al momento) rapida ascesa di Matteo Salvini che ha spostata la Lega su posizioni chiaramente lepeniste. Al momento il PD governa (con NCD) ma di quale PD si tratta? Un partito assai diverso da quello rappresentato nella precedente figura, di sinistra riformista interessata a dialogare con Rifondazione prima e con SEL dopo; il PD di Renzi è un partito liberal-socialista e quindi sostanzialmente “moderato”; assolutamente non disponibile al dialogo con la sinistra radicale (inclusa quella interna) e a proprio agio a discutere con moderati del centro-destra, sempre e solo fin quando ciò è possibile e conviene. A destra il lepenismo di Salvini trova facile gioco nell’alleanza con frammenti post-fascisti destinati a diventarne satelliti. Forza Italia è ondivaga e lacerata all’interno fra coloro – al momento perdenti – che vorrebbero continuare il dialogo con Renzi e coloro – non solo vincenti ma capaci di convincere Berlusconi – che inseguono un gioco a destra che rischia di farli risucchiare nell’orbita della Lega.

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Il M5S, unica vera novità politica che avrebbe potuto cambiare la logica di queste figure, galleggia eterea e ininfluente per buona parte fuori dal disegno…

La conclusione sul bipolarismo è che la situazione italiana è sempre stata dominata da una coalizione moderata di governo formata da un partito leader e piccoli satelliti ininfluenti politicamente (ma elettoralmente sì!), e da una coalizione di opposizione che fino ad anni recenti è stata formata da forze di sinistra e che, con Renzi, è costituita invece da forze di destra e solo in parte minore di sinistra. L’Italia poi ha sempre premiato i riformisti moderati di centro: la Democrazia Cristiana prima; Forza Italia o l’Ulivo dopo (l’Ulivo sarà pur stata una coalizione di sinistra, ma più sulla carta che nella pratica); il PD liberal-socialista di Renzi ora. L’alternanza bipolare c’è stata nelle persone, negli schieramenti formali, ma assai meno nel tipo di politica intrapresa. Con ciò non intendo affatto sostenere che la politica del governo Renzi non si distacchi significativamente da quella di Berlusconi o di Prodi o di Andreotti, e su queste pagine ne abbiamo già parlato più volte: Renzi è un bulldozer riformista, sta cercando di cambiare l’Italia (direte voi se in bene o in male) e la Costituzione con un piglio che nessuno dei suoi predecessori ha avuto. Quel che intendo dire è che nessuna coalizione in Italia ha mai preso il potere con un programma di collettivizzazione sovietica né con uno di restaurazione borbonica. In Italia prendi voti urlando, ma vinci le elezioni se sei moderato. Il lepenismo leghista prenderà parecchi voti, e forse ne prenderà qualcuno anche il prossimo tentativo di sinistra radicale (in Italia c’è sempre un tentativo di sinistra radicale) ma saranno voti ininfluenti. Come lo furono quelli allo PSIUP e a Rifondazione, quelli al MSI e ai Fratelli d’Italia, quelli all’Uomo Qualunque e al M5S. Se il malpancismo e l’estremismo (di destra e di sinistra) hanno sempre accompagnato il percorso politico della Repubblica, consentendo per lo più a personaggi cinici e poco qualificati di permanere sulla scena politica traendone ovvi benefici, il corpo principale degli italiani sembra premiare in definitiva le posizioni moderate (di centro-sinistra o di centro-destra), centrali, non rissose.

Tutto questo porta a una conclusione relativa al ventennio (?) renziano che sembra essersi aperto: la sinistra radicale, che sia fondata sul nuovo progetto di Landini o sulla sinistra PD non avrà alcun successo di massa e rappresenterà l’ennesima bandiera di nostalgici di sinistra con scarsa influenza; bene il suo futuro ruolo di pungolo critico, assolutamente necessario proprio in virtù dello spostamento a destra del PD, ma oltre a essere pungolo non avrà altro ruolo. La destra lepeniana di Salvini e Meloni contribuirà a dare il colpo di grazia a Berlusconi e depotenziare in parte il M5S: il suo successo elettorale sarà interessante e preoccupante, ma sarà destinata a un’opposizione rumorosa, folcloristica quanto ininfluente. Forza Italia è destinata probabilmente a spaccarsi; in alternativa potrebbe allearsi con la Lega per esserne resa ancillare. Quel che resta è un’insieme di frammenti centristi, liberali, riformisti, socialdemocratici destinati a confluire nel PD di Renzi o a rimanere nella sua orbita. Un polo ampio, che si preannuncia forte e capace di governare a lungo. Che logorerà la sinistra come la destra. Occorre solo sperare che per capacità e fortuna questo polo liberal-socialista sia capace di offrire delle reali opportunità di crescita all’Italia: crescita economica, giustizia sociale, sviluppo culturale.

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