I sociologi ci raccontano il destino dell’Europa

Europa-sociologi

Questo è il primo di una serie di tre articoli molto particolari; abbiamo chiesto a un gruppo abbastanza ampio di sociologi italiani (tutti piuttosto noti in ambito accademico e professionale) di rispondere a una serie di domande sull’Italia, l’Europa e il mondo: quali siano i problemi principali, quale la loro origine, quali le possibili soluzioni. I sociologi intervistati non sono tutti necessariamente esperti di geopolitica, di questioni europee, etc. (alcuni sì) e sono stati chiamati ad esprimere il loro parere in virtù dello sguardo particolare che i sociologi sanno dare alla complessità del mondo, ai movimenti, alle organizzazioni, al procedere evolutivo del nostro mondo complicato. Persone di cultura, in gran parte accademici, con l’occhio addestrato a cogliere elementi chiave per dare un’interpretazione (non necessariamente univoca) al caos attorno a noi. Si è utilizzato un metodo di interrogazione chiamato “Delphi”, che consente di rispondere a successivi turni di domande; una nota metodologica e l’elenco dei 17 sociologi che hanno partecipato la trovate altrove, per non appesantire questo testo. L’indagine è stata realizzata fra la fine di Gennaio e la metà di Marzo 2015; l’analisi è stata da me compiuta nelle settimane successive. I tre articoli che riassumono quanto emerso hanno questa successione:

  1. l’Europa (il presente articolo);
  2. l’Italia (il prossimo articolo);
  3. il mondo e il ruolo degli intellettuali (terzo e ultimo articolo).

Anche se ovviamente molti autori hanno indicato chiari collegamenti fra le parti ho riassunte le loro riflessioni come autonome le une dalle altre per favorire la lettura di singoli articoli e la loro migliore fruizione. Ho infine scelto di lasciare poco spazio alla mia personale interpretazione e di utilizzare ampi stralci delle loro risposte. Per rispetto degli interlocutori tali stralci non sono attribuiti e ho utilizzato solo delle sigle identificative.

I problemi dell’Europa sono visti, dai nostri sociologi, come la sintesi della mancata integrazione politica, dell’eccesso di cultura liberista che ha preso il posto dell’originaria visione europea e di alcuni mali storici. L’elemento politico-culturale è, in un certo senso, quello delle motivazioni, della solidarietà fra i popoli, delle origini assieme diverse ma comuni, che si posero come promessa all’Unione che – ora è visibile – non è stata rispettata. L’Europa non è un’“unione” e i suoi popoli si sento appartenere a identità diverse e non solidali:

Il problema principale è l’abbandono dell’idea di un’economia sociale, o il rapporto schizofrenico tra questa idea, il “modello sociale europeo” di buona memoria e le politiche neoliberiste che si sono affermate sempre più. A parte le difficoltà di un’unione politica che è strutturalmente zoppa, a me sembra che il problema principale sia la mancanza di una visione, o la presenza di una visione schiacciata su un efficientismo tecno-economico senza respiro e senza immaginazione. Ciò si vede non solo nella conduzione degli affari interni all’EU, per così dire, ma anche nel modo in cui ci si pone verso il mondo, sia politicamente che culturalmente [B].

La mancanza di un’identità tanto condivisa da superare i particolarismi nazionali e gli interessi di parte e la conseguente mancanza di unità politica [D].

Non esiste ancora un’Europa dei popoli ma piuttosto una gigantesca burocrazia poco permeabile al gioco democratico e assai succube di poteri finanziari largamente fuori dal controllo di stati e cittadini [E].

La mancanza di un sistema efficace di governance per gestire e far avanzare il processo d’integrazione. Abbiamo un’unione monetaria ma non politica, per cui le prerogative (competenze) nazionali continuano a prevalere. Un esempio è la dissociazione tra governance economica e coordinamento delle politiche sociali, come se le due dimensioni potessero essere indipendenti [I].

Credo che tre elementi vadano considerati a questo riguardo: la sovradeterminazione della sfera economica globale sulle sovranità nazionali; la volontà di integrare/integrarsi a livello politico ed economico in strutture sovranazionali; la rinascita dei fantasmi etnonazionalistici e del richiamo alle tradizioni volkisch in molti Paesi dell’unione. Il terzo elemento si configura come reazione irrazionalistica alla presa d’atto (non alla vera comprensione) del primo, e pregiudica (o quanto meno rende continuamente precaria) la reale volontà di integrazione indicata come secondo elemento [L].

L’elemento economico-finanziario è successivo, più recente e, complici svariati fattori primo fra i quali l’elefantiasi burocratica, ha sostituito l’originaria idealità:

Esiste un Europa della finanza ed un Europa della burocrazia entrambe dominate da lobby che sembrano non essere espressione delle realtà culturali e nazionali di ogni paese. Non esiste un Europa capace di esprimere una politica unitaria e indipendente neppure all’interno dei propri confini, per non parlare di quello che succede fuori. Esiste un’Europa mediterranea che è completamente diversa dall’Europa del nord. Non esiste un Europa che possa essere un attore geopolitico forte visto che militarmente (e diplomaticamente) le scelte pesanti sono fatte dalla NATO (ovvero dagli USA) come è successo a suo tempo nei Balcani ed adesso Ucraina [E].

Problema fondamentale: nesso tra tecnocrazia da un lato e cultura politica populista dall’altro (l’uno di fatto rafforza l’altro e viceversa). Perché si smarrisce il senso più profondo dell’Europa (solidarietà, cosmopolitismo, democrazia politica, diritti sociali e politici, laicità, etc.); si smarrisce – in estrema sintesi – quel continuo fecondarsi reciproco tra “tradizione cristiana” e “rivoluzione francese” [F].

[All’Europa occorrerebbe] pensare se stessa come qualcosa di realmente di più di un semplice mercato comune o un aggregato di lobby tecnocratiche. L’Europa reale ha profondamente tradito l’Europa ideale dei suoi grandi ispiratori e fondatori, da Spinelli a Serafini, un’Europa federale dei popoli finalmente liberata dalla guerra e unita nel nome dei valori migliori che la civiltà europea ha prodotto, l’Europa dei diritti e della democrazia [M].

Occorre poi aggiungere la grande differenza culturale fra Paesi del Nord e del Sud Europa e le diffidenze reciproche, non sempre ingiustificate:

Riemergono i pregiudizi dei nordici verso i mediterranei, considerati Diebe, Lügner und Faulenzer (ladri, bugiardi e pigri), e il risentimento di questi ultimi in particolare nei confronti dei tedeschi. Nel culto dell’austerità e dei bilanci in ordine la Germania ha forse una posizione eccessivamente rigida. Ma se poco poco si allargassero i cordoni della borsa, è in grado il sud Europa di garantire un uso appropriato dei fondi? Il punto è che i mediterranei non sono credibili, avendo dato prova di non saper controllare questo tipo di situazione. Insomma, la Germania sbaglia, ma non ha torto: si è risollevata 2 volte e mezzo nel corso dell’ultimo secolo. Perché gli altri non possono fare altrettanto? Questo si chiede il cittadino tedesco medio; questo il dubbio di una qualsiasi Frau Gertrud [H].

In un orizzonte non particolarmente ottimistico alcuni partecipanti all’indagine disegnano un quadro piuttosto fosco per il futuro, un futuro che potrebbe vedere la fine dell’Euro così come la conosciamo oggi:

E’ sempre più probabile la fine dell’Euro e la creazione di due o più zone monetarie. La creazione della moneta unica è stata fatta in modo inappropriato e incauto, senza tener conto delle differenti chances di crescita economica dei diversi stati-nazione e dei territori in essi compresi. O meglio, senza predisporre istituzioni capaci di regolare queste differenze e disparità. A questo si aggiunga la sfida russa in Ucraina e, in prospettiva, negli stati baltici e nel Caucaso. L’altra zona calda è ovviamente il Medio Oriente. L’accesso dell’Iran al club della bomba nucleare è stato messo in sordina, ma resta aperto [A].

Il problema fondamentale per l’Europa è creare una unione politica che faccia da contraltare a quella economica. La cosa mi pare impossibile e mi sto convincendo che è meglio un dualismo dell’Euro che rinvii l’unione politica a tempi migliori [C].

La recente crisi economica-finanziaria ha fatto emergere chiaramente l’incompiutezza del progetto di Unione europea. Non è possibile condividere una moneta unica fra diciotto (ora diciannove) paesi ciascuno con una sua politica fiscale, un diverso credito sui mercati finanziari (paesi con tripla A e paesi i cui titoli di stato sono classificati spazzatura), etc. Quindi la situazione appare ad un bivio: o l’UE porta avanti, e di molto, il processo di integrazione politica oltre che economica, in modo che tutti i paesi dell’area Euro condividano la stessa politica fiscale, il debito pubblico, le risorse per gli investimenti, etc., oppure l’UE si dissolverà, almeno nella forma attuale [G].

Esistono grandi differenze culturali tra paesi del nord Europa e Mediterranei. Il solco è davvero così profondo che personalmente ritengo che l’Unione Europea sia esaurita. Sta in piedi ancora l’Euro come simulacro, perché decretarne la fine sarebbe uno sconquasso per i mercati globali, almeno per il momento [H].

I padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Schuman

I padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Schuman

A questo quadro appesantito da problemi complessi risulta difficile dare risposte ottimistiche. Il nodo principale, che sembra pesare come un macigno, è il permanere di visioni parziali ed egoistiche, di carattere nazionalistico, in un’Europa mai realmente “integrata”:

Non mi pare di vedere soluzioni possibili. In ogni modo se fosse possibile lo sarebbe più allentando la politica monetaria che rafforzando l’unione, visto che gli egoismi dei singoli stati continuano a prevalere e l’Euro presume invece che non debbano essere così pronunciati [C].

Gli interessi nazionali (che rispondono a logiche elettorali oggi sempre più mutevoli) avranno la meglio ancora nel lungo periodo. Manca una vera identità europea e un riconoscimento dei cittadini nelle politiche e nelle soluzioni individuate a livello comunitario per scarsa conoscenza/informazione o per scarso coinvolgimento nazionale o per una eccessiva identificazione nazionale [N].

Provocatoriamente (?) alcuni partecipanti auspicano/paventano un forte shock, o comunque immaginano una sostanziale disgregazione europea:

Una soluzione certo è possibile – con shock e costi non indifferenti. Una disintegrazione economica dell’Eurozona avrà anche dei costi politici non indifferenti. Altri potrebbero approfittarne [A].

Non vedo, e spero di sbagliarmi, grandi chance per l’Europa così come è ora. O si riforma profondamente, ma non sarebbe un rinnovamento indolore, anche perché non tutti gli europei sono disposti a questo, oppure l’area più forte farà le sue scelte. Mia convinzione, fin dal 2010, è che la Germania farà da sola, insieme a tutta l’”area del marco” oggi allargata ai paesi dell’Est Europa storicamente nella sua orbita. Anzi, la Germania fa già da sola: la trattativa tra Russia e Ucraina è significativa e rappresenta un salto di qualità. La Germania è nel panorama geopolitico internazionale una potenza, aspira a questo; se riuscirà a sbloccare la situazione tra Russia e Ucraina, dato l’attendismo USA o anche contro le intenzioni USA di armare gli ucraini, sarà un indubbio successo che la pone come interlocutore valido, dirimpetto all’asse Russia-Cina (il nuovo fronte del XXI secolo) sul piano delle vere potenze. In un certo senso e sotto questo profilo la Germania è una potenza emergente. In questo quadro non c’è spazio, né può perder tempo la Germania con le forze frenanti del sud Europa. Il business e i suoi interlocutori sono ad est; del resto lo sono sempre stati storicamente; la forza di attrazione dei germani verso est è documentata fin nel Carme di Ildebrando (VIII sec.) [H].

Lo shock, dovuto alle grandi sfide che appaiono minacciose all’orizzonte, potrebbe quindi costituirsi come necessità, come sferzata rispetto alla quale trovarsi, come europei, obbligati a una soluzione:

Probabilmente un’accelerazione del processo di unificazione politica scaturirà dall’aggravamento delle crisi attuali, che imporrà una qualche forma di risposta (difesa) congiunta: Ucraina, Medio Oriente e Mediterraneo, conflitto con l’universo islamico fondamentalista. Ma anche da processi comunque collegati a queste crisi (non tutti coni medesimi tempi di maturazione): espansionismo cinese e russo, emergenza di nuovo potenze (India, Brasile), arretramento degli Stati Uniti, crescita complessiva dell’Africa, avanzamento dell’unità latinoamericana [I].

In questo orizzonte plumbeo alcuni provano a indicare una strada:

Uno degli assi portanti della civiltà europea del dopoguerra (meglio: del XX secolo) è stato il welfare che, con grandi differenze tra i diversi stati, ha saputo garantire una base comune di servizi e di dignità per tutti i cittadini. Un nuovo welfare generativo (non assistenzialista e non sprecone) è la base su cui rifondare ed alimentare una identità europea che non sia completamente succube del mondo finanziario e completamente schiacciata sul modello americano [E].

Soluzione possibile: fine dell’egemonia neo-liberista. Tempi: difficile prevederlo, la storia è un continuo “stop and go”, ma sarei moderatamente ottimista [F].

I paesi dell’Ue devono cedere la sovranità a delle istituzioni europee che devono essere democraticamente elette. Quindi sarebbe necessario che tutte le istituzioni europee, e non solo l’attuale parlamento europeo, fossero espressione della volontà popolare dei cittadini europei. Ovviamente la conditio sine qua non è che i singoli paesi siano disposti a cedere la gran parte della loro sovranità nazionale. Il modello forse più adatto sarebbe la costituzione di una federazione di stati come gli USA [G].

La battaglia attualmente in atto sul caso Grecia appare emblematica delle difficoltà e degli ostacoli che un progetto di Europa alternativo all’attuale assetto e che torni ad ispirarsi ai suoi valori originari comporta. L’ostacolo principale è rappresentato dal blocco dominante rappresentato dalla Germania e dai paesi nordici, che avendo sposato pienamente una filosofia politica di tipo neoliberista risultano totalmente succubi dei mercati, delle banche (BCE in primis) e della finanza internazionale. Costruire un’alleanza alternativa che faccia perno sui paesi mediterranei e che maggiormente hanno pagato le conseguenze delle politiche di austerità imposte a livello europeo costituisce probabilmente l’unica possibile via di uscita per ridiscutere gli assetti e le politiche attuali di un’Europa che pare aver smarrito la bussola [M].

L’Europa è insomma frenata, dominata da un Nord germanocentrico e iperliberista, non più in grado di garantire politiche sociali e solidali ai suoi popoli. In questo quadro sostanzialmente involutivo i nostri intervistati vedono potenziali sviluppo assai differenti. Alcuni si concentrano su cosa sarà l’Europa o, quanto meno, su quale direzione dovrebbe intraprendere:

Rafforzare il governo europeo dell’economia creando un mercato veramente europeo, svincolato dalle decisioni nazionali ma uguale in tutti i paesi. Es. debito pubblico europeo, tasso unico di interesse, governo centralizzato sulle principali grandezze economiche, insomma unione politica visto che quella economica non funziona. Ovviamente questo potrebbe funzionare solo per una nucleo di Paesi e questo potrebbe creare due Euro paralleli ma non nel senso di economie deboli e forti, ma di economie che accettano una gestione comune ed economie che non l’accettano. Le prime avrebbero una economia gestita a livello sovranazionale, le altre no [C].

L’Italia dovrebbe farsi più decisamente promotrice di una sovranità europea condivisa e sovraordinata rispetto a quella degli Stati membri, dovrebbe caratterizzarsi con un’iniziativa forte che spinga l’Unione Europea ad uscire dalla condizione di organismo a metà tra federazione ed organizzazione internazionale, debole anche per gli squilibri interni e l’egemonia esercitata da alcuni paesi. L’orizzonte dovrebbe essere l’unione bancaria, fiscale, economica e finalmente politica della comunità. Una politica unica di difesa e una politica estera unica sono tasselli importanti di questo processo. Certamente le istituzioni europee andrebbero riformate, nel segno di una maggiore centralità del Parlamento e di un ridimensionamento della Commissione. Dovrebbero anche essere riformate le regole relative al debito e al deficit pubblico, che travalicano tra l’altro il trattato di Lisbona. Il tutto mettendo al centro l’argomento della convenienza di una potenza europea capace di tutelare i suoi popoli nell’assetto multipolare che si sta configurando (la spinta ideale che diede origine al progetto europeo è completamente esaurita) [I].

Altri focalizzano lo sguardo sul ruolo dell’Italia in una possibile evoluzione europea, semmai guardando al Mediterraneo:

In un’Unione europea fondata su stati membri che mantengono una propria individualità e una propria sovranità politico-economica, che operano con logiche di alleanza a geometrie variabili, incapaci di rinunciare a quota crescenti di potere decisionale a favore delle istituzioni europee che operano in un continente dove il senso di appartenenza all’Europa è basso rispetto a quello nazionale, l’unica strada che l’Italia deve perseguire per non restare ai margini dell’unione monetaria è rafforzare il proprio apparato produttivo, investire nella ricerca, sostenere la creatività del settore artigianale-industriale, valorizzare il patrimonio di risorse culturali e paesaggistiche, ritrovare politicamente una centralità nell’area mediterranea che faccia del paese un hub di transito di idee, risorse dove le nuove minoranze possono giocare il ruolo di intermediari in questo nuovo processo di posizionamento geo-politico [N].

L’Italia deve promuovere all’interno dell’Europa una “politica mediterranea” (o politica verso il sud sotto la Sicilia) diventando leader di questa zona strategica (dove per altro molte persone comprendono e parlano l’Italiano e sanno dell’Italia più di quel che si immagini). Una simile politica avrebbe moltissimi vantaggi anche economici (come aveva capito Enrico Mattei) e con ogni probabilità consentirebbe di creare un asse verticale alternativo (non esclusivo evidentemente) rispetto a quello orizzontale Atlantico-est Europa. La posizione geografica e geopolitica obbliga a fare questo passo o a rimanere il ventre molle d’Europa, lo stato sul quale saranno scaricate nel prossimo future le tensioni sociali, antropologiche, demografiche e religiose dell’intero bacino mediterraneo. Purtroppo è una scelta che obbliga a fare discorsi e scelte difficili come quelli di esercito ed armamenti: non bisogna dimenticare (o peggio nascondere) però che l’Italia è un grande produttore di armi e che sta sostenendo spese militari enormi per stare nella NATO e partecipare alle cosiddette azioni di pace nei teatri caldi del mondo [E].

Sostenere e premiare chi, che siano aziende o singoli, sviluppa la propria attività con un forte orientamento continentale (in questo senso Europe oriented): sgravi e bonus fiscali per le prime, specie se innovano con standard internazionali; corsie preferenziali per coloro i quali, a livello individuale, conosco le lingue straniere, hanno rapporti con altri paesi, viaggiano, intrattengono relazioni, si sentono come cittadini europei e agiscono su scala continentale con incentivi, scatti di carriera, anche di tipo automatico. A mali estremi, estremi rimedi: qui vanno concentrate le risorse. Penalizzazioni, per aziende e individui, se non mantengono il modus operandi e il livello qualitativo richiesto in Europa [H].

C’è poi chi non dimentica che alcuni problemi sono italiani e basta, senza sconti, e che quindi l’Italia deve comunque darsi da fare indipendentemente dall’Europa:

Per acquisire un ruolo di peso in Europa, l’Italia dovrebbe adottare un serio e realistico piano di rientro del suo debito pubblico. Ad oggi abbiamo un debito che in valore assoluto si attesta a 2.200 miliardi di euro a fronte di un prodotto interno lordo di circa 1.600 mld. In pochi anni (cinque?) si dovrebbe ridurre questo debito di 600/700 mld. per portare il rapporto debito/pil vicino al 90% (valore simile a quello dei paesi europei considerati virtuosi). E’ possibile? Alcuni autori, come Alesina e Giavazzi, o come l’ex ragioniere dello Stato Monorchio, hanno avanzato proposte in questo senso. Da quando è partita l’unione monetaria l’Italia ha sempre avuto il problema del debito pubblico, e tutti i governi che si sono succeduti in questi anni hanno assunto l’obiettivo di ridurlo, senza ottenere alcun risultato apprezzabile. Mi sembra evidente che un tale obiettivo non può essere risolto con le consuete ricette. Per prima cosa sarebbe necessario trasferire una buona parte della ricchezza e dei patrimoni privati su impieghi più produttivi in termini economici e di interesse pubblico. Faccio solo un esempio: in Italia non abbiamo ancora una rete internet veloce (banda larga o superlarga). Su questo progetto i potrebbe costruire una società di capitali di investitori privati che a seguito dell’investimento avrebbero in concessione la rete per un certo numero di anni. Un modello del genere potrebbe essere applicato a concentrare risorse nuove e fresche per colmare le tante debolezze strutturali del nostro paese sviluppando nel contempo l’economia, e tutto ciò che ne consegue [G].

Infine c’è chi paventa rischi e ulteriori involuzioni senza mostrare ottimismo alcuno verso possibili soluzioni:

L’uscita dall’euro la vedo molto problematica, non solo per le ripercussioni sulla ricchezza delle famiglie ma anche perché in assenza di riforme adeguate (sul piano del controllo della spesa e della redistribuzione del reddito) spianerebbe la strada a una stampa dissennata di carta moneta per appagare le clientele [B].

Probabile l’abbandono dell’euro e un ritorno al sistema monetario precedente, che non aveva reso cattivi servizi. Paradossalmente il crollo della moneta unica potrebbe accelerare l’attuazione delle riforme necessarie al nostro paese. Uno choc renderebbe infatti impotenti le coalizioni distributive. Questo accadde nel dicembre 2011, quando fu possibile far approvare al Parlamento la riforma Fornero delle pensioni. Malgrado errori e sgambetti, questa è stata finora l’unica riforma efficace, quella che ha impedito il default dello Stato italiano. Raggiunto di nuovo un equilibrio, più o meno precario, le resistenze hanno ripreso fiato [A].

Il Consiglio Europeo del 12 Febbraio 2015

Il Consiglio Europeo del 12 Febbraio 2015

In conclusione, pur con suggerimenti e analisi differenti, i sociologi del nostro gruppo sono abbastanza in comune sintonia su alcuni semplici questioni:

  1. l’Europa delle origini, quella della visione del dopoguerra di un continente solidale e politicamente unito, ha da tempo lasciato spazio a un’Europa burocratica e iper-liberista che ha creati gravi squilibri;
  2. in questo quadro emergono la Germania e i Paesi in qualche modo satelliti che sono rafforzati in tale politica e che non sembrano interessati a perseguire un qualche avanzamento nel recupero di una visione comune che includa l’attenzione al welfare e alle condizioni di vita dei popoli, in particolare del Sud Europa;
  3. peraltro tali Paesi del Sud, Italia in primis, hanno per anni peccato di scarsa affidabilità, hanno debiti pubblici importanti e non sono in grado di garantire ai Paesi del Nord sviluppo e competitività adeguati;
  4. questo dualismo e la perdita della visione originaria fanno ritenere alcuni che il futuro dell’Eurozona sia segnato, o comunque vada ampiamente rivisto per consentire strategie e sviluppi meno vincolati alle rigidità di questi anni. Per l’Italia si segnala come dovrebbe rivolgersi all’area Mediterranea;
  5. il senso generale delle risposte ricevute, anche di quelle che hanno tentato proposte meno pessimistiche, è improntato allo scetticismo; anche se nessuno dei nostri sociologi ha chiaramente sostenuto l’uscita dall’Euro, alcuni l’hanno prefigurata come una possibilità non più remota, semmai nell’ambito di un complessivo nuovo disegno europeo, senza che ciò costituisca un particolare problema.

One comment

  • Claudio Antonelli

    […] Per affermarsi, il generoso sogno di un’Europa “patria comune per gli europei” avrebbe dovuto generare un sentimento di appartenenza, di solidarietà, di orgoglio, di amore. Il che non è avvenuto.
    Il mondialismo indifferenziato, all’interno di uno spazio che non cessa di allargarsi e che è chiamato burocraticamente “Europa” – la realtà di oggi – è un puro controsenso; perché il distacco e l’esclusione verso quelle entità nazionali e sovranazionali che sono geograficamente, storicamente, moralmente lontane dal sentire comune, dal passato, e dai valori europei è una necessità insita nell’idea stessa di patria.
    Tra le élites pensanti europee esiste invece la visione di un’Europa “universale” e dai valori indifferenziati, che deve essere disposta ad accogliete i “disperati” dell’altra sponda qualunque cosa essi portino nei loro bagagli. E questi aspiranti all’emigrazione verso l’Europa, oltre tutto, sono potenzialmente diverse centinaia di milioni…
    Un’Europa che voglia essere tutto e il contrario di tutto, non può andar bene per i popoli europei. Va bene invece per le élites finanziarie o altre comunità che concepiscono l’Europa e il resto del mondo come un ampio, vantaggioso terreno d’affari.
    Politici e burocrati superpagati non cessano di demonizzare il sano istinto di conservazione e sopravvivenza di chi in quest’Europa vive da secoli (vedi le stridenti accuse lanciata contro i “populisti”, nuovi “nemici del popolo”). […] E sono questi politici e burocrati, insieme con i vaticanisti e con i nostalgici di una utopia mondialista crollata col “Muro” ad insistere nel propagandare la bellezza di un’Europa senza confini e senza valori prioritari; in nome di un universalismo che è in contraddizione con l’idea stessa di un’Europa “nuova patria”, dai confini precisi, dai valori condivisi e con un sano egoismo: l’interesse europeo.
    Claudio Antonelli (Montréal)
    [Commento ridotto redazionalmente]

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