ABC – Always Be Connected

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Il problema non è avere “una certa età” e ricordarsi, ma avere voglia di farlo interrompendo per un momento il flusso dell’attualità. Intendo dire che siamo tutti presi dall’adesso, dal qui e soprattutto dall’io, e tutto ciò che resta indietro nel tempo sfuma rapidamente facendoci perdere il fondamentale valore di insegnamento dell’esperienza.

Scrive Borges

ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me… (Jorge Luis Borges, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, in Finzioni).

La frattura fra un presente che ci pone problemi e un passato che ci può fornire suggerimenti è recente, è opera della tecnologia ed è grave e da pochissimi denunciata nella sua drammaticità (per esempio da Umberto Galimberti in Psiche e Techne). Se la storia della tecnologia accompagna quella dell’uomo da millenni, è solo nello spazio degli ultimi decenni che è diventata pervasiva al punto di sostituire, in un certo senso, quella umana. La storia della tecnologia sostituisce la storia umana ma, essendo priva di scopo – dice Galimberti – induce alienazione. La tecnologia non ha valori, non costruisce senso, non promuove finalità; semplicemente “funziona”. E se non funziona non sappiamo cosa fare.

Posso raccontare un paio di aneddoti da “nativo analogico” quale sono? Il primo aneddoto riguarda una matteria giovanile; un venerdì mi venne a trovare un amico chiedendomi se mi andava di andare a ballare a Modena (città distante ma non lontanissima da dove abitavo allora). Saluto mia madre in modo vago e senza dare grandi precisazioni e parto col mio amico. Arriviamo a Modena in serata e troviamo un mortorio, non sapevamo neppure bene cosa fare… Dopo un po’ di giri a vuoto il mio amico dice “ma vogliamo andare a Milano?”, e ovviamente via, col suo vecchio maggiolino rosso, un po’ alla guida lui e un po’ io. Si arriva verso Milano a notte fonda, parcheggiamo in un’area di sosta e crolliamo. Ci svegliamo un po’ sfatti per lo spostamento d’aria dei camion, con gli occhi appiccicati chiedendoci che fare… “Ma li hai mai visti i laghi? – dico io – perché non ci facciamo un salto?”. Andiamo quindi al Lago Maggiore, facciamo un bel giro, mangiamo un panino, ci guardiamo un po’ attorno e poi lui mi dice “Ma sai che non sono mai stato in Svizzera? È vicino, perché non…” e andiamo a Lugano, girelliamo per la città, poi cerchiamo un ostello dove pernottare. Il giorno dopo è un lungo ritorno, con non so quali tappe. Torno a casa nella notte fra domenica e lunedì. Ricordo benissimo la scena: era buio, io ero stravolto. Da lontano vedo casa mia (abitavamo in campagna) con la lucina della porta d’ingresso illuminata e una donnina sulla soglia, in vestaglia. Era mia madre. Non mi vedeva da circa 60 ore, non sapeva nulla di me ed era un filino preoccupata.

Spero vi arrivi il senso di questo racconto, completamente vero. Non c’erano i telefonini, non si rimaneva collegati. Sì, direte voi, potevi usare il telefono pubblico. Certo, ma non è qui il senso della mia storia. Io non ho voluto telefonare, ma mia madre non poteva telefonarmi. Adesso quando a una certa ora qualcuno della mia famiglia non torna a casa posso aprire l’applicazione “Trova amici” e vedo sulla mappa in quale posto sono, se sono in avvicinamento o no, e se voglio telefono, invio un SMS, mando un messaggio vocale, oppure una foto di quello che mi pare, li posso videochiamare… Mio figlio ha vissuto molti anni all’estero, ma quasi ogni giorno lo vedevo, facevamo due chiacchiere, parlavamo di problemi domestici o di lavoro… Ora, se mi capita di portare fuori il cane e mi accorgo di essere senza smartphone mi sento male. E se qualcuno mi cerca? E se avessi bisogno? Ma poi c’è campo? Qui c’è Wi-Fi? Perché è lento? Ah, mi è arrivata un’email! Fammi sbirciare Twitter… Temo di essere leggermente dipendente. Sono un ABA – Always Be Addicted. Ansia quando la connessione è lenta. Panico quando salta e a casa resto disconnesso, isolato.

gente-smartphone-trafficoIl secondo aneddoto riguarda l’ambito professionale, e più che un aneddoto è il ricordo di come funzionava il lavoro intellettuale e di ricerca qualche decennio fa. Per esempio come si scriveva un saggio? Io facevo così: scrivevo con la penna stilografica su carta (incredibile, vero?); quando avevo finito rileggevo e correggevo sempre con la penna (per esempio tiravo una riga sopra una frase sbagliata e sopra scrivevo quella giusta); a volte ricopiavo per poter rileggere tutto senza l’effetto disturbante delle correzioni; effettuate alcune altre correzioni copiavo a macchina. Macchina da scrivere, avete presente? Bah! cercatevela sulla Wikipedia! Una volta dattilografato tutto, con una visione più “a stampa”, rileggevo e ricorreggevo per l’ultima volta con la penna per poi inevitabilmente riscrivere “in bella” (si diceva così) per consegnare al tipografo, che faceva un complicato lavoro manuale di composizione delle lettere in piombo, riga per riga, del testo. Poi ne stampava una copia e me la dava da leggere come bozza da ri-correggere per poi stampare il definitivo. Il pensiero fluiva lentamente dalla mia mente ai segni tracciati sulla carta, e ripetuti, e ricorretti… un altro modo di scrivere! Poi vennero i computer e usavo un 8086 a fosfori verdi che aveva un programma di scrittura ECCEZIONALE! Tutte le correzioni direttamente su schermo, velocissime. Se dovevo spostare un capoverso, per esempio, dovevo marcare l’inizio del periodo con un tasto funzione (tipo F3), marcare la fine del periodo con un altro tasto funzione (diciamo F4), segnare con un terzo tasto funzione il posto dove andava collocato il brano e infine con un quarto tasto funzione dare l’OK all’operazione. Una vera magia, incredibilmente veloce, non vi pare? Ora dalla mia postazione posso scrivere un libro, correggerlo e pubblicarlo su Amazon senza sforzo. Un altro esempio, relativo all’elaborazione dei dati, l’ho proposto tempo fa.

Certo, meglio adesso, no? Non intendo dire che era meglio quando scrivevo a mano impiegando molte ore solo per copiare i testi, o quando elaboravo dati con sistemi lenti e imprecisi. Molto meglio adesso. Sinceramente. Il problema è un altro: è che non sappiamo far più niente senza tecnologia. E non riusciamo più a distinguere. I più ipocondriaci fra i miei lettori avranno consultato più volte la Rete ai primi sintomi di malessere, per scoprire con terrore che avevano contratto una decina di rarissime malattie esotiche. Tutti ci siamo indignati e semmai abbiamo firmato petizioni per autentiche bufale che nel flusso frenetico non siamo riusciti a identificare come tali. Tutti siamo assillati dai virus, dagli spam, dai phishing e dai worm e dai trojan e da chissà cos’altro. Tutti ci stiamo ingobbendo perché passiamo ore a compulsare lo smartphone, aggiornando il profilo Facebook o chiaccherando (scusate: ciattando) su WhatsApp. Tutti abbiamo il robot elettronico multifunzione che fa anche i gelati, il pane, la zuppa, la crema catalana, lo stufato indiano ai dieci sapori ma poi finiamo coll’aprirci una scatoletta. E la TV coi mille canali assurdi. E la macchina superelettronica della quale – vi giuro – userò sì e no il 10% dei gadget perché gli altri non so proprio cosa siano. Siamo immersi nella superfetazione tecnologica che moltiplica il nostro Ego che, nel frattempo, diventa sempre più piccolino e incapace. Chi sa più fare le divisioni con carta e penna? Ma certo, capisco… a cosa serve fare le divisioni con carta e penna? Chi ricorda i principali numeri di telefono a memoria? Ma dai, cosa importa? sono tutti in rubrica.

realta-virtuale-e-in-arrivo-la-tempesta-perfe-L-i6b_qtLe tecnologie sono protesi. Protesi delle nostre capacità fisiche e mentali. Possiamo raggiungere il mondo in poche ore, elaborare montagne di informazioni, fare sempre più cose incredibili grazie alle macchine e ai computer. Velocemente. Precisamente. Ma ci sono dei rischi e dei prezzi da pagare. Sui rischi ha parlato Ottonieri qui su HR ma sul generale, enorme, prezzo che paghiamo senza accorgerci non si scrive molto, anche perché parlarne appare come una cosa da vecchi nostalgici detrattori della modernità. Vi assicuro che io non sono nostalgico, ho una casa tecnologica, amo i miei gadget elettronici, sono presente sui principali social… Ma questo non mi impedisce di vedere come tutto ciò mi spogli di alcuni tratti di umanità, in particolare del governo di me stesso, della comprensione del mio mondo, della costruzione della mia socialità. La maggioranza dei miei “amici” di Facebook è costituita di persone che non ho mai visto: esistono davvero? Cosa scambio realmente con loro? Che tipo di “amicizia” è? La stragrande maggioranza delle informazioni che alimentano il mio tentativo di essere presente nel mondo viene da Internet: che controllo posso fare? Che approfondimento posso sperare?

Il prezzo da pagare è il distacco dal mondo reale, nel senso che le tecnologie diventano un filtro, una mediazione, un medium frapposto fra noi e il mondo. Spazi sempre maggiori di vita sono vissuti attraverso una tecnologia e non attraverso il nostro rapporto diretto con le cose, con i luoghi, con i problemi. Non parliamo quasi più, ma inondiamo il mondo di tweet e chat e sms ed email; non guardiamo quasi più, ma stipiamo in memorie sempre più potenti migliaia di foto digitali che non guarderemo mai; non ragioniamo quasi più perché tutto è diventato apparentemente iper-relativo e ogni verità, ipotesi di verità, falsa verità è accostata a ciascuna altra e diventa decisamente impegnativo discernere. E siamo solo all’alba dell’estraniazione tecnologica, perché la realtà virtuale è già arrivata. Noi viviamo sempre più attraverso la tecnologia. Finché funziona.

Risorse:

3 commenti

  • Roba bella da leggere, tale come mangiarsi un latte alla portoghese.

    • Caro Robo, se tu sapessi cos’ha rappresentato il latte alla portoghese nella mia vita, decenni fa…🙂

  • Mi ha fatto riflettere questo articolo: quasi quasi me ne vergogno, ma mi sento una persona in bilico tra due differenti modi di concepire il rapporto con la tecnologia. Sono un po’ come la Prima Guerra Mondiale: un grande conflitto tra il vecchio e il nuovo. Utilizzo il pc dalla metà degli anni ’80, quando lo schermo aveva le lettere verdine, navigo in rete dalla metà degli anni ’90. Ma sono su Facebook da sei mesi soltanto, era una mia resistenza personale, e conosco di persona la maggior parte degli ‘amici’ (pochi); mentre, per quanto riguarda gli altri, mi sto già organizzando per incontrarne qualcuno il mese prossimo facendo un breve viaggio. Per conoscerli. Vorrei farlo con tutte le persone che conosco virtualmente, perché proprio il fatto di percepirle come solamente ‘virtuali’ non mi piace. Dimentico il mio telefonino (ah, no, devo chiamarlo smartphone, mi hanno detto, altrimenti sono out, ma ho questo modello da poco, prima ne avevo uno con i tasti) in giro per casa e spesso lo dimentico a casa quando esco, ma non ne sento la mancanza. Sì, è vero, alcuni miei amici e i miei figli a volte si lamentano di ciò, ma li incontro volentieri di persona, e se mi cercano lo fanno anche sul telefono fisso, quando torno a casa. Ho dei rapporti umani intensi, ricchi e vari, amo la vita e mi godo ogni momento e ogni piccola gioia e soddisfazione che posso trarre dalle esperienze quotidiane e sono sempre più convinta che sia stata una scelta giusta quella di usufruire della tecnologia pensando che un giorno potrebbe non essere più possibile utilizzarla (per problemi di approvvigionamento energetico o altre cause). A volte mi rilasso prendendo la serie dei coltelli di cucina e affilandoli su una cote giapponese. Manualmente. E manualmente realizzo ancora molte cose, per non perdere l’abitudine, anche se il tempo è sempre poco; ma sono momenti in cui si può anche pensare (nel frattempo). Devo ammettere che a volte mi arrabbio, con me stessa per lo più, perché mi rendo conto di essere costretta ad aggiornarmi sulle recenti evoluzioni tecnologiche solo perché l’alternativa ‘vecchio tipo’ non è più disponibile. E mi arrabbio perché sono rimasta indietro. Però amo ascoltare musica e senza tecnologia lo potrei fare solo ai concerti, che comunque frequento assiduamente, di classica soprattutto. E vado in barca a vela. Come migliaia di anni fa. Certamente la scrittura, il lavoro, la burocrazia, le comunicazioni ed innumerevoli altri aspetti della nostra vita sono migliorati straordinariamente grazie alle innovazioni tecnologiche e solo il tempo risparmiato ci consente di riscoprire attività che richiedono più tempo per essere svolte. Sto cercando di mantenere un rapporto con l’antico che è destinato a sparire perché, se avessi avuto una lampada magica avrei desiderato di vedere com’erano le epoche passate, e forse il mio è un disperato tentativo di farlo per davvero.
    Michela Piovesan

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