Tag: comunicazione

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I talk show ammorbano le coscienze

 

Il potere delle parole non ha nulla a che vedere con il loro senso o con la logica della loro costruzione (Joseph Conrad, Lord Jim).

Volete capire. Volete informarvi. Comperate alla mattina un quotidiano, scambiate opinioni coi colleghi alla macchinetta del caffè e, soprattutto, non vi perdete un talk show. Ballarò è appuntamento imperdibile (anche se con Giannini chissà…?); Floris un mito e non vedete l’ora di rivederlo sul nuovo programma su la7; se vi interrompono quando c’è Santoro diventate delle bestie. E poi La Gabbia, Zeta, che tripudio di salotti politici, quanto approfondimento, quanto godimento!

Eppure…

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Quel magico decennio, 25 anni fa, quando tutto iniziò ad andare a rotoli

 

“Sì, scrivere come si pensa è una bella cosa,” rispose Pococurante; “è il privilegio dell’uomo. In tutta la nostra Italia si scrive unicamente quel che non si pensa; gli abitanti della patria dei Cesari e degli Antonini non ardiscono avere un’idea se prima non gliene dà licenza un domenicano” (Voltaire, Candido).

Quando ero bambino (un sacco di anni fa, sì), tutto andava abbastanza bene: c’erano le mezze stagioni; il cinematografo era un divertimento meraviglioso; ci potevamo permettere la carne una volta a settimana ma mia mamma, grande cuoca, sapeva appagarci tutti i giorni; la guerra in Europa era un ricordo e di lontane guerre in posti sconosciuti si sentiva a malapena parlare in TV. Chi ce l’aveva. Naturalmente i miei genitori erano preoccupati per il confronto nucleare fra i blocchi, la crisi di Cuba etc., ma io che ne sapevo? Questo è durato a lungo. Sono cresciuto con l’impagabile lotta politica fra democristiani e comunisti, con l’idea degli italiani brava gente e dei poveri negri come sono trattati male in America, l’idea del crescente benessere e del boom (di bambini e di PIL), le prospettive di un mercato comune europeo, addirittura! Poi, più tardi, gli hippie, la guerra del Vietnam e Canzonissima, ma sì, tutti assieme mescolati in un unico spettacolo pirotecnico che si ammirava da lontano: tragedie e commedie, tutte assieme, in ben due canali televisivi!

Poi è accaduto che questo finto cerchio di innocenza si spezzasse.

I politici puliti “fuori” sono anche puliti dentro?

Copertina chiara

Anche quest’anno una delle armi più frequentemente brandite nella campagna elettorale è l’essere puliti, senza conti in sospeso con la giustizia. In passato, quest’arma è stata brandita da un po’ tutti i partiti, prima di essere coinvolti in vicende giudiziarie che presto o tardi hanno toccato anche quelli che si proclamavano innocenti e puri: a partire dai missini ai tempi di mani pulite, fino ai pentastellati odierni, è tutta una teoria di candidati che rivendicano il proprio candore (la parola candidato indicava proprio questo, infatti nella Roma consolare i candidati vestivano la toga bianca).

Nell’attuale campagna elettorale, l’arma del candore giudiziario è usata soprattutto dai partiti e dai candidati più nuovi, che proclamano l’assoluta incensuratezza dei propri candidati, arrivando perfino ad affermare che non sono neppure mai stati indagati per qualsivoglia reato.

Internet e il linguaggio: metafore a catinelle

In post precedenti abbiamo suggerito l’idea che “abitare” Internet possa significare, già oggi o più verosimilmente in un prossimo futuro, acquisire un nuovo tipo di cittadinanza, la cittadinanza digitale, e abbiamo cominciato a esplorare alcuni degli aspetti che inevitabilmente una simile cittadinanza dovrebbe avere, per capire se e come ci stiamo avvicinando a un’ipotesi di questo tipo.

Dopo aver parlato di diritti fondamentali e di valuta digitale di scambio, oggi vorremmo toccare, sia pure superficialmente, il tema del linguaggio: esiste un linguaggio di Internet, con delle sue specificità e una sua riconoscibilità, delle convenzioni e dei costituenti  non riducibili a quelli delle lingue ordinarie che parliamo nel mondo “reale”? E, più importante di tutto, queste caratteristiche sono integrate nell’esperienza di comunicazione digitale dei Netizen in modo da essere naturali e coerenti con il mondo digitale in cui essi sono immersi?

Le parole sono pietre. Ma non è detto che siano chiare

Le parole, in fondo, non servono. Tenersi a lungo per mano, questa era una vera consolazione, perché sono poche le persone che sanno davvero parlare, e ancora meno sono quelle che hanno veramente qualcosa da dire.

Zhang Ailing, La storia del giogo d’oro

In un post precedente ho mostrato come le parole possano ingannare, anche in relazione ai valori dominanti dell’epoca che veicolano determinate parole e concetti. Negli ambiti professionali di cui mi occupo (programmazione e valutazione delle politiche pubbliche) ci sono tantissimi esempi eclatanti di concetti dai significati ambigui e molteplici (|Obiettivo|, |Qualità|, |Partecipazione|, |Indicatore|…) che vengono impiegati comunemente nella costruzione di importanti politiche sociali ed economiche ma che sono oggetto di interpretazione piuttosto diversa (ne ho parlato altrove, e non mi dilungherò).

Qui vorrei proporre le ragioni complesse dell’ambiguità del linguaggio perché le conseguenze di tale ambiguità non riguardano solo ambiti tecnici e professionali, ma la nostra vita quotidiana, e quindi le nostre relazioni, la politica, il giornalismo, l’interpretazione dei fatti quotidiani.

Le parole e il potere

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Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti

Karl Marx e Friedrich Engels, Ideologia tedesca

Come avranno capito i lettori di Hic Rhodus mi piace ragionare sul significato di ciò che diciamo, considerando che ciò che diciamo è spesso ambiguo e impreciso. Vi propongo allora un primo post – di due – su quale sia la forza del linguaggio nella costruzione del nostro mondo sociale e, assieme, su quale sia la sua debolezza.

Questo primo post racconta di come le parole ingannino, ma non in maniera casuale bensì in funzione della cultura dominante della quale siamo permeati. Siete pronti?